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Edamame · May 21, 2026

La rivolta degli studenti contro l'AI

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Mattia Marangon · Edamame

Negli Stati Uniti è la settimana delle lauree.

E, come ogni anno, succede una cosa molto americana: personalità considerate “illustri” vengono invitate nei campus universitari per tenere il classico discorso di commencement davanti ai neo-laureati.

Nel tempo, alcuni di questi interventi sono diventati iconici. Basta pensare al celebre discorso di Steve Jobs a Stanford nel 2005, quello del “Stay hungry, stay foolish”, probabilmente uno dei commencement speech più famosi di sempre.

Gli ospiti che si alternano sul palco sono quasi sempre celebrità, politici, imprenditori o figure di grande successo con una storia da raccontare. Il format è più o meno sempre lo stesso: un po’ di esperienza personale, qualche lezione di vita, riferimenti all’attualità, aneddoti leggeri e una morale che emozioni e ispiri gli studenti che stanno per entrare nel “mondo reale”.

Il 2026 è inevitabilmente l’anno dell’AI: in qualunque settore digitale sembra impossibile parlare di futuro senza tirare in mezzo l’intelligenza artificiale.

Ecco perché è diventato virale il video in cui Eric Schmidt, ex CEO di Google, interviene alla University of Arizona parlando proprio di AI.

Peccato che il pubblico non l’abbia presa benissimo. Anzi.

Del discorso di Schmidt ci sono vari spezzoni frammentati sul web, ma questa è una delle frasi iniziali: “L’intelligenza artificiale trasformerà ogni professione, ogni classe, ogni ospedale, ogni laboratorio, ogni persona e ogni relazione che avete”.

Dopo questa frase, dagli spalti si solleva un coro di fischi.

Proprio davanti a questi fischi, Schmidt interrompe la lettura e commenta la reazione in diretta: “So cosa molti di voi stanno provando in questo momento. Vi sento. C’è paura”.

Schmidt definisce questa reazione “razionale”, elencando i motivi dell’ansia dei laureandi: “La paura che il futuro sia già stato scritto, che le macchine stiano arrivando, che i posti di lavoro stiano evaporando [...] e che stiate ereditando un disastro che non avete creato voi”.

Subito dopo, però, sposta la responsabilità del pessimismo sui social media, sostenendo che questa ansia sia “amplificata ogni giorno dalle piattaforme social, con algoritmi che hanno imparato con grande precisione che la paura genera click”.

Lancia quindi un monito ai ragazzi: parlare del futuro come se fosse già deciso significa arrendersi e “cedere la propria capacità di agire”.

“La domanda non è se l’IA plasmerà il mondo, perché tanto lo farà, continua. “La domanda è se voi aiuterete a plasmare l’intelligenza artificiale”.

Il messaggio finale di Schmidt è quindi proprio un invito ai neolaureati a impegnarsi per essere nella stanza in cui si prendono queste decisioni”.

Questo è più o meno il suo discorso.

Dal pubblico, però, proprio l’invito a “entrare nella stanza dei bottoni” per governare l’algoritmo viene percepito come qualcosa di estremamente distante dalla realtà. Una distanza che diventa ancora più grande se si mette a confronto questa “rassicurazione pubblica” con una dichiarazione dello stesso Schmidt di qualche tempo fa.

Schmidt aveva infatti dipinto uno scenario radicalmente opposto a quello venduto ai laureandi. In un altro intervento, parlando della competizione geopolitica e commerciale sulla superintelligenza artificiale, aveva spiegato che chi arriverà per primo a sviluppare una AI dominante otterrà un vantaggio impossibile da recuperare per tutti gli altri.

Se ci arrivi prima tu, io non riuscirò più a prenderti”, dice Schmidt. “Avrai le chiavi per controllare il mondo intero: dominio economico, innovazione, sorveglianza… e tutto questo potrebbe arrivare entro cinque anni”.

Ma pure Sam Altman, CEO di OpenAI, aveva fatto dichiarazioni simili, spingendosi persino oltre. Altman aveva addirittura teorizzato che l’unico modo per evitare una contrapposizione tra esseri umani e intelligenza artificiale potrebbe essere una vera e propria fusione con la tecnologia stessa.

Potremmo aver bisogno di collegare elettrodi al cervello, fonderci letteralmente con l’AI o addirittura caricare la nostra mente su un computer”, afferma Altman. “Perché se da una parte ci sono le intelligenze artificiali e dall’altra gli esseri umani, ed entrambi vogliono diventare la specie dominante, allora il conflitto è inevitabile”. Una visione che sembra uscita direttamente da Black Mirror più che da una conferenza tecnologica.

Lo vedete il cortocircuito?

Da una parte, durante i discorsi pubblici, gli studenti vengono rassicurati con frasi come quelle di Schmidt: “non abbiate paura”, “potete plasmare il futuro”, “entrate nella stanza dove si prendono le decisioni”.

Dall’altra, gli stessi dirigenti dell’industria AI descrivono scenari in cui il potere sarà concentrato nelle mani di pochissime aziende, in una corsa geopolitica incontrollabile dove chi perde rimane definitivamente escluso.

E forse è proprio questo il motivo per cui quei fischi rappresentano in realtà un cambiamento radicale nella percezione di questa tecnologia.

Per anni chi criticava l’intelligenza artificiale veniva raccontato come un nostalgico del passato, un luddista spaventato dal progresso.

Il punto è che questi ragazzi l’AI la usano continuamente, probabilmente più di chiunque altro. E proprio per questo riescono anche a vedere la distanza enorme tra la narrazione ultra-ottimistica che cercano di vendere i tech-bro, e le paure reali che gli stessi CEO ammettono quando parlano tra loro.

I fischi che abbiamo sentito durante lo speech di Schmidt, più che contro l’AI, erano la reazione logica a un mercato del lavoro che li sta escludendo prima ancora di accoglierli.

La Silicon Valley parla di AI come di un evento inevitabile, un’evoluzione naturale che si può solo subire passivamente.

E forse, proprio con questi fischi, per la prima volta dopo tanto tempo la generazione cresciuta dentro gli algoritmi mostra di aver capito il reale funzionamento del sistema: il problema non è tanto la tecnologia in sé, ma che pochissime aziende abbiano il potere di ridefinire lavoro, informazione e potere globale.

E che noi, in tutto questo, dobbiamo rimanere in silenzio e adattarci a questi cambiamenti, mentre tutto intorno a noi cade a pezzi un po’ alla volta.

Ah, il 13 giugno andrò a vedere il Digital Journalism Fest, l’evento di Francesco Oggiano a Milano.

Se ci siete vediamoci lì. Qui potete acquistare i biglietti.

È tutto per oggi, al prossimo giovedì :)

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Read the original on maranga9000.substack.com

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