Perché proprio oggi sento la necessità di raccontare una storia?
Forse per alleggerire la saturazione. Forse perché ho dentro tante di quelle cose da raccontare e tanti di quei pensieri, che girano come un criceto nella sua ruota, instancabile e inutile, che l’unico modo di resettare il circuito cerebrale è buttarle fuori. O forse perché sono reduce dall’ennesima delusione. Ma che banalità, direte voi. Sì, lo so. Eppure eccoci qui.
Se mi guardassi da fuori, l’immagine che conservo di me stessa è questa: sono una bambina in un cortile di scuola, sto giocando con una palla rossa insieme ad altri bambini. Ma gli altri crescono e piano piano vanno via, perché il gioco non li diverte più. E io rimango da sola, in mezzo al cortile, con la mia palletta rossa in mano, a chiedermi dove sono andati tutti. Senza una risposta.
Ed è così nelle relazioni. Si inizia con allegria e spensieratezza, nasce l’intesa e la complicità. E poi, a un certo punto, mi guardo intorno e sono rimasta sola. Di nuovo. Con la palletta. Ed è il momento in cui il gioco finisce.
Ehi, non è che abbiamo preso troppo sul serio la storia che “un bel gioco dura poco”?
Ma torniamo al mio perché.
Scrivo per esorcizzare. Scrivo per capire, sperando che una volta messo tutto nero su bianco sarò finalmente pronta a non commettere più gli stessi errori. Mi immagino che chi leggerà potrà darmi dei consigli (quelli che non ho mai ascoltato, sia chiaro) ma essendo io ormai diventata più saggia grazie alla stesura di questo racconto (fa ridere, lo so), sarò certamente in grado di accoglierli e dare una svolta alla mia vita. Anche questo fa ridere.
Non ho mai avuto il desiderio di tornare indietro nel tempo né per rivivere né per cambiare strada. Anche ripensando ai momenti meravigliosi che ho vissuto, e sono stati tanti, non avrei la forza di ripartire da capo. La vita scivola e corre via, e io corro insieme a lei. Sempre con la mia palletta rossa in mano pronta a partecipare al prossimo gioco. Magari la stesura di un racconto.
Per contro penso sempre che mi piacerebbe che la vita funzionasse al contrario. Lo descrive meglio di chiunque altro quel genio assoluto di Woody Allen:
“Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo.”
Ecco. Woody aveva capito tutto.
E invece no. Invece funziona al contrario: quando il gioco si fa duro e avresti bisogno di un corpo più tonico e una mente più reattiva, sei costretta a fare il doppio della fatica. Con le ginocchia che scricchiolano e pensieri e ricordi che girano come criceti.
E con la tua palletta rossa in mano che oggi diventa una penna. O una tastiera.
E voi? La palletta rossa l'avete ancora?

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