Ero in seconda media, era il 1979, e sognavo il primo bacio. Le mie compagne di classe erano già molto avanti rispetto a me. Diciamo che in quel momento non mi importava molto a chi avrei dato quel bacio, mi interessava piuttosto capire che effetto facesse. Provare l’esperienza. Archiviarla.
Sono sempre stata così: curiosa di vivere le cose che mi sembrano belle, senza pensare troppo alle conseguenze. Lo sono ancora adesso. Non scelgo mai ragionando sul futuro, mi butto, provo, e se non mi piace scarto.
Per assurdo, l’unica esperienza che mi toccherà vivere senza poter tornare indietro a raccontarla è quella della morte. Cosa si prova? Cosa ci sarà dopo, o non ci sarà? Non ho nessun desiderio di morire, sia chiaro, ma in qualche modo la cosa mi incuriosisce. Peccato che da quella non si torni a fare il resoconto. Terrò i miei interrogativi finché non arriverà il momento.
Ma sto divagando.
Parlavamo di un bacio. Del primo bacio.
Durante l’anno scolastico viene organizzata la gita di classe a Firenze. Alla mia migliore amica F. piaceva G., e il sentimento era ricambiato. Io piacevo ad A., lui non mi dispiaceva. Non ricordo bene quanto. Ero lusingata, soprattutto. Non ero certo la fighetta della classe, e il fatto che qualcuno si interessasse a me era già un traguardo notevole per un ragnetto come me.
A casa, se osavo dire che mi sarebbe piaciuto stare insieme a qualcuno, mia mamma e mia sorella mi prendevano in giro. “Cosa vuol dire stare insieme?” mi chiedevano. “Non lo so… andare in giro mano nella mano?” rispondevo io. E loro giù a ridere. Non sapevano che il mio vero obiettivo era limonare, ma quella parola mi sembrava già troppo intima da pronunciare, roba da film porno nella mia testa da dodicenne.
Durante la gita, una sera ci ritroviamo noi quattro nella camera del triste alberghetto che ospitava la classe. Tra una chiacchiera e l’altra, qualcuno, non ricordo nemmeno chi, tira fuori l’argomento.
“Ma voi avete mai provato a limonare?”. No. Eravamo tutti vergini su quel fronte.
Decidiamo che era arrivato il momento. Formiamo le coppie, ci stendiamo sui due letti singoli.
“Iniziate voi!”
“No, voi!”
“Spegniamo la luce?”
“Meglio.”
Al buio. Scherziamo, ridacchiamo. Finché cala il silenzio.
A. si avvicina. Prima un bacio sulle labbra, casto. Io ricambio. Poi piano piano apre le labbra, le nostre lingue si incontrano e… parte il mulinello.
Nessuno ci aveva spiegato come si facesse. Per noi limonare significava far roteare la lingua nella bocca dell’altro. Con convinzione. Con metodo. Con la testa a 45° per non scontrarsi con il naso!
La mia prima sensazione non fu piacevole. Mentre le nostre lingue erano intente a roteare io pensavo: ma come fa a piacere sta roba? E poi la saliva. Che schifo. Credo mi sia venuto anche un conato di vomito. Prendevo tempo, “fammi respirare!”, mi staccavo, e poi tornavo per ricominciare con il mulinello.
Il giorno dopo mi sentivo più grande. Guardavo le altre con spavalderia. Anch’io ho un ragazzo, ora. Eh!
Peccato che il ragazzo lo dovessi gestire, e la cosa non mi interessava per niente. Così sono andata dalla sua migliore amica, R., la gnocchetta della classe, e le ho chiesto se poteva fargli sapere che non volevo stare con lui. Forse le diedi un bigliettino da consegnare al mio futuro ex ragazzo. Ai tempi si faceva così.
Lei disse che l’avrebbe fatto. Ma prima mi lanciò l’anatema: “Guarda che se lasci A. non avrai molte altre possibilità.”
Correrò il rischio.
Stacco.
Passano circa trentacinque anni.
Sono una mamma che porta i figlioletti a scuola. Nell’atrio incontro R., la gnocchetta della classe delle medie. Anche lei mamma, anche lei in quella scuola. Ancora bella, ancora sicura di sé.
Ci riconosciamo, chiacchieriamo, non ci eravamo più viste da allora.
A un certo punto, dal nulla, le ricordo la frase che mi disse quel giorno. Lei non ricordava niente, ovviamente. Allora gliela ripeto, parola per parola. E aggiungo, con la calma di chi ha aspettato trentacinque anni per dirlo:
“Però devo dirti una cosa: di possibilità, alla fine, ne ho avute tantissime.”

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