Benvenuti nella newsletter di LumiMed! Qui trovate una rassegna stampa settimanale con le principali notizie della sanità europea e internazionale, qualche aggiornamento su che cosa succede in casa nostra e alcuni link a risorse utili per chi lavora nel settore sanitario e della salute
Continua la partita sul prezzo dei farmaci tra Usa e Europa, con alcuni Paesi che spingono per una risposta unitaria. In Colombia è stata approvata la prima legge del Sud America contro le mutilazioni genitali femminili, tutto il mondo si sta interrogando su quale sia la strategia migliore per incentivare le nascite, un piccolo arcipelago del Pacifico ha chiesto alle Nazioni Unite di inserire la nicotina tra le sostanze stupefacenti mentre l’Occidente tende a non considerare abbastanza la scienza prodotta in Cina.
In Italia, la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il nuovo Piano Nazionale sulle liste d’attesa, si torna a mettere in dubbio l’efficacia delle Rems, sono in crescita le Disposizioni anticipate di trattamento, il nostro Paese vuole fare da apripista in Europa sulle malattie rare (grazie alla Carta di Roma appena firmata), mentre preoccupa la revisione del prontuario farmaceutico.
Buona lettura!
La scorsa settimana parlavamo di come la frammentarietà tra i sistemi sanitari europei stesse favorendo la politica di Trump sulle negoziazioni con i singoli Stati membri sul costo dei farmaci. Adesso 5 Paesi (Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Austria e Irlanda) chiedono una risposta europea unitaria. “In tempi geopolitici turbolenti, riteniamo che gli sviluppi attuali nel sistema farmaceutico richiedano unità e coordinamento”, hanno affermato nel documento.
Sebbene la sanità sia una competenza dei singoli Stati e non delle istituzioni europee, i 5 Paesi sostengono che gli Stati europei dovrebbero guardare nella stessa direzione, condividendo l’obiettivo di preservare sistemi solidali. Questo potrebbe passare attraverso l’armonizzazione delle procedure di prezzo e rimborso su base collaborativa e reciprocamente concordata.
Nel frattempo, 48 deputati repubblicani hanno scritto una lettera all’Us Trade Representative e al segretario al Commercio statunitense chiedendo di procedere rapidamente con un’indagine ai sensi della Section 301, uno strumento usato per investigare e sanzionare politiche o pratiche estere considerate discriminatorie, sleali o che limitano il commercio americano. Qualche giorno dopo si sono uniti 23 senatori.
E mentre i Governi discutono, l’industria si muove: dopo Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly, anche Pfizer sta pensando di ridimensionare i propri investimenti in Germania, dove si sta discutendo una riforma sanitaria per contenere la spesa farmaceutica. Nel frattempo, il Paese starebbe “trattando” con gli Usa eventuali opzioni sul modello del Regno Unito, come abbiamo raccontato la scorsa settimana
La Colombia ha approvato all’unanimità la prima legge in America Latina che vieta le mutilazioni genitali femminili, un passo storico accolto come una svolta soprattutto dalle comunità indigene Embera, dove la pratica è ancora presente. La norma, che ora attende la firma del presidente, punta non alla punizione ma alla prevenzione: campagne di sensibilizzazione, formazione sanitaria e miglioramento della raccolta dati, per affrontare un fenomeno a lungo rimasto invisibile e gravemente sottostimato.
Per l’Oms le mutilazioni genitali femminili - intese come la rimozione totale o parziale dei genitali femminili per motivi non medici, attraverso pratiche come il taglio o la bruciatura - sono una violazione dei diritti umani. Si stima che circa 230 milioni di donne e ragazze nel mondo abbiano subito qualche forma di mutilazione genitale. Solo in Colombia tra gennaio 2024 e marzo 2026 sono stati registrati 98 casi di mutilazioni genitali femminili. Di questi, il 70% riguardava bambine sotto l’anno di età.
Nonostante il progresso legislativo, restano ostacoli importanti: la forte segretezza all’interno delle comunità, la paura di denunce o interventi delle autorità che porta a non segnalare i casi, le difficoltà logistiche nelle aree più remote e la mancanza di risorse e coordinamento istituzionale. La sfida, ora, sarà trasformare la legge in interventi concreti capaci di raggiungere territori isolati e cambiare pratiche radicate da generazioni
Nel 2010 l’Ungheria avviò una delle politiche per la natalità più ambiziose al mondo: pagare le persone affinché avessero figli, o promettessero di averne. Le ampie agevolazioni fiscali, i prestiti senza interessi e i sussidi per i mutui erano destinati a coppie eterosessuali inserite nel mercato del lavoro.
Per un certo periodo la politica di Orbán sembrò effettivamente funzionare: il tasso di fertilità passò da 1,25 nel 2010 a 1,59 nel 2020. Ma poi ha ricominciato a diminuire e nel 2025 è sceso a 1,31, non molto più alto rispetto a quando gli incentivi erano stati introdotti. Per molti genitori, poi, il vero ostacolo potrebbe non essere il denaro, ma i servizi pubblici essenziali: le preoccupazioni riguardo al sistema sanitario ungherese potrebbero aver pesato molto più degli incentivi economici.
Ancora più evidente è il caso della Corea del Sud, che negli ultimi 15 anni ha investito centinaia di miliardi di euro in bonus alla nascita, assegni familiari e sostegni all’infanzia senza riuscire a fermare il calo delle nascite: il tasso di fertilità è sceso fino a circa 0,8 figli per donna, uno dei livelli più bassi al mondo. Secondo molti studiosi, il problema non risiede tanto nella mancanza di incentivi economici quanto nelle condizioni sociali e lavorative, caratterizzate da orari di lavoro molto lunghi, forte pressione professionale e una distribuzione ancora squilibrata delle responsabilità familiari.
Diversa è l’esperienza dei Paesi nordici, in particolare della Svezia, che hanno puntato meno sui trasferimenti monetari diretti e più sulla costruzione di un ecosistema favorevole alla genitorialità attraverso congedi parentali condivisi, servizi per l’infanzia accessibili e una maggiore parità tra uomini e donne. Anche qui la fertilità è tornata a diminuire negli ultimi anni, ma gli esperti ritengono che queste politiche abbiano contribuito a contenere il declino. In Europa, la Francia rappresenta oggi uno degli esempi più resilienti, con un tasso di fertilità tra i più elevati dell’Unione Europea, sostenuto da una combinazione di servizi pubblici, sostegno alle famiglie e maggiore attenzione all’equilibrio tra vita privata e lavoro
La Repubblica di Palau (un piccolo arcipelago del Pacifico) ha chiesto alle Nazioni Unite di aggiungere la nicotina all’elenco delle sostanze stupefacenti. Questo, di fatto, limiterebbe la vendita di prodotti contenenti nicotina non considerati medicinali. Secondo l'Oms, nel mondo circa 1,2 miliardi di persone consumano tabacco e almeno 100 milioni utilizzano sigarette elettroniche. I pericoli del fumo sono ben noti: aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiache e ictus, oltre a numerosi tipi di cancro. Il fumo di tabacco uccide più di 7 milioni di persone ogni anno, tra cui 1,6 milioni di non fumatori esposti al fumo passivo.
Sebbene la nicotina di per sé non causi il cancro, crea una forte dipendenza e Palau sostiene che dovrebbe essere regolamentata allo stesso modo dei narcotici e delle sostanze psicoattive. Secondo il governo dell’arcipelago, le attuali normative globali siano frammentate e piene di “zone grigie”, soprattutto per i nuovi prodotti senza tabacco che rientrano in categorie regolatorie diverse a seconda del Paese. Questo, secondo le autorità locali, permette all’industria di aggirare le restrizioni e di rivolgersi in particolare ai più giovani.
La proposta difficilmente verrà approvata a breve, proprio a causa della forte opposizione attesa da parte dell’industria del tabacco e delle divergenze tra Stati. Tuttavia, il caso di Palau riapre il dibattito internazionale su come regolamentare la nicotina nell’era dei nuovi prodotti a base di questa sostanza
La Cina è ormai una superpotenza scientifica, ma una parte significativa della sua ricerca continua a essere ignorata dall’Occidente. Un recente studio mostra che gli articoli scientifici cinesi vengono citati molto meno del previsto da ricercatori europei e americani, nonostante il Paese sia tra i leader mondiali per produzione scientifica e crescita della qualità della ricerca.
Le cause sono diverse: da un lato, la forte concentrazione della ricerca cinese in settori come chimica e ingegneria, dove esistono relativamente pochi gruppi concorrenti all’estero; dall’altro, una persistente sfiducia legata ai casi di frode accademica e alle politiche che in passato incentivavano la pubblicazione a ogni costo. A questo si aggiungono fattori culturali e istituzionali: molti ricercatori occidentali conoscono poco il sistema universitario cinese e faticano a orientarsi tra le sue istituzioni.
Infine, il calo delle collaborazioni internazionali, aggravato dalle tensioni geopolitiche, rischia di ampliare ulteriormente il divario. Il risultato è un “punto cieco” scientifico che potrebbe rallentare la diffusione di idee e innovazioni a livello globale
La Conferenza Stato-Regioni ha approvato il Nuovo Piano Nazionale sulle liste d’attesa. Tra le novità: monitoraggio delle agende pubbliche, private accreditate e intramoenia, percorsi di tutela per i cittadini, obbligo di quesito diagnostico e classe di priorità, raggruppamenti di attesa omogenea anche per i ricoveri programmati. Per chi non si presenta senza disdetta prevista la quota ordinaria di partecipazione al costo. Entro 120 giorni le Regioni dovranno adottare specifici piani operativi con un aggiornamento annuale sull’attuazione delle misure
A 10 anni dalla riforma che ha trasformato gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) in Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), bisogna prendere atto che il sistema non funziona. A riaccendere i riflettori è Giuseppe Nicolò, vicepresidente della Società italiana di psichiatria dalle colonne de La Stampa. C’è intanto un problema di liste d’attesa: il numero delle persone che stanno aspettando è pari a quello di chi sta dentro. Ma, per Nicolò, il problema principale riguarda gli individui ad alta pericolosità, che rappresentano una piccola percentuale ma che non possono essere gestiti dal solo personale sanitario
Sono state oltre 278.000 le Dat, le Disposizioni anticipate di trattamento, censite dall’Associazione Luca Coscioni a 8 anni dall’entrata in vigore della legge 219/2017 che ha riconosciuto il diritto di ogni cittadino a esprimere in anticipo le proprie volontà sui trattamenti sanitari futuri. Ma il numero potrebbe essere superiore: mancano infatti all’appello i dati aggiornati di oltre 3.000 amministrazioni comunali che non hanno risposto alle richieste di accesso agli atti, oltre alle disposizioni depositate presso notai, strutture sanitarie e uffici consolari, per le quali non esiste ancora una rendicontazione pubblica complessiva. Tra i Comuni che hanno fornito dati sia nel 2023 sia nel 2025, le Dat registrate sono cresciute del 18,2%. Le Dat sono più diffuse al Nord e nei centri con oltre 5.000 abitanti
L’Italia vuole fare da apripista in Europa sulle malattie rare: la Carta di Roma, il documento di indirizzo per l’innovazione della governance e dei processi, può essere la piattaforma in vista di un Piano europeo di azioni per le malattie rare, che è ancora assente. La proposta è creare una cooperazione strutturata basata su infrastrutture condivise e con dati interoperabili, capace di rispondere ai 30 milioni di pazienti rari in Europa. La grande sfida aperta riguarda la ricerca: solo il 5% delle circa 10.000 patologie orfane dispone di un trattamento approvato. Per contro, a livello mondiale il 30% della pipeline è focalizzato su nuove cure per chi convive con una patologia rara. A dettare le priorità per i pazienti è Uniamo, la Federazione malattie rare: accorciare i tempi della diagnosi, finanziare il Piano nazionale malattie rare e classificare ogni patologia orfaa con l’Orpha Code europeo, che permette di individuare tutti i pazienti, anche nel delicato passaggio tra l’età pediatrica e quella adulta
Fissare il prezzo di rimborso dei farmaci a brevetto scaduto non più solo tra quelli con lo stesso principio attivo, ma all’interno di gruppi terapeutici più ampi, rimborsando solo fino al costo del principio attivo più economico. Sarebbe questa la strategia di Aifa nella revisione del prontuario, che vorrebbe tagliare i prezzi fino al 30-40%. Il problema, secondo alcuni, è che l’extra costo, anche per farmaci molto comuni come le statine, ricadrebbe sui cittadini. Da più parti arriva l’invito a far dialogare società scientifiche, associazioni di pazienti e Farmindustria prima di prendere una decisione così importante
Perché le idee controverse nella scienza non sempre vengono abbandonate
Il costo del benessere: quando la longevità diventa un trend da monetizzare
Gli italiani si fidano di più della scienza in generale che degli scienziati che intervengono sui media e più dei medici e dei farmacisti che del Ministero della Salute
L’Ema, l’African medicines agency e le autorità regolatorie nazionali africane hanno avviato una collaborazione congiunta per accelerare la risposta all’epidemia di Ebola in Congo e Uganda
Grazie per aver letto LumiNotes! Se ti hanno inoltrato questa newsletter e ti è piaciuta, puoi iscriverti gratuitamente qui
Se vuoi farci sapere che cosa ne pensi o vuoi interagire con noi, puoi scriverci cliccando sul bottone qui sotto o rispondendo a questa mail

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.