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Questa settimana, complice l’estate, affrontiamo un tema un po’ più leggero del solito: la longevità. Quella che riempie i podcast della Silicon Valley, ma anche quella molto meno spettacolare di cui si occupano ogni giorno geriatri, Rsa e servizi di assistenza domiciliare. Perché la vera questione non riguarda gli anni che riusciremo a guadagnare, ma con quanta salute riusciremo ad arrivarci.
Negli ultimi anni la medicina e la sanità pubblica hanno iniziato a parlare sempre meno di allungare la vita e sempre più di healthy ageing, invecchiamento in salute: mantenere il più a lungo possibile autonomia, capacità cognitive, relazioni sociali e qualità della vita. Da una parte cresce l’industria che promette di rallentare il tempo; dall’altra aumentano le persone anziane che chiedono soprattutto di continuare a vivere bene.
E visto che l’elisir di lunga vita lo inseguiamo praticamente da sempre, in fondo alla newsletter trovate anche qualche consiglio di lettura e di visione sugli argomenti trattati qui.
Buona lettura!
Nel 210 a.C. l’imperatore Qin Shi Huang, il primo sovrano a unificare la Cina, morì durante un viaggio di ispezione nell’impero che aveva fondato. Aveva passato gli ultimi anni della sua vita a ingerire pillole a base di mercurio, preparate dai suoi alchimisti di corte e pensate per garantirgli l’immortalità. Il mercurio, ovviamente, lo avvelenò lentamente.
È probabilmente il primo caso documentato di biohacking finito male. Ma non certo il primo tentativo umano di sconfiggere la morte. Nell’Epopea di Gilgamesh, il testo scritto più antico che conosciamo, il protagonista attraversa il mondo in cerca di una pianta capace di restituire la giovinezza. La trova. Poi, mentre si ferma a fare il bagno in un lago, un serpente gliela ruba. Da quattromila anni, più o meno, inseguiamo la stessa idea. Cambiano gli strumenti, molto meno le speranze.
Uno degli ultimi a provarci è stato Bryan Johnson. L’imprenditore americano ha trasformato il proprio corpo in un esperimento permanente: dice di spendere circa due milioni di dollari l’anno per cercare di arrivare a 160 anni. Il 30 giugno, però, ha raccontato su X di aver scoperto una gastrite autoimmune, una malattia cronica in cui il sistema immunitario attacca le cellule dello stomaco. Nella sua descrizione un po’ teatrale, ha parlato di uno stomaco che “si mangia da solo”.
La sua storia ricorda che oggi conosciamo molto meglio come rallentare alcuni processi biologici dell’invecchiamento di quanto sappiamo evitare le malattie. E soprattutto che invecchiare e ammalarsi non sono la stessa cosa. Molte patologie seguono strade biologiche proprie e possono comparire anche in persone che controllano in modo quasi ossessivo ogni parametro del proprio organismo.
Nel 2024 Johnson ha interrotto due protocolli che seguiva da anni dopo aver concluso che non stavano producendo i risultati sperati. Questo dietrofront mostra quanto la scienza dell’invecchiamento sia ancora un cantiere aperto, mentre il mercato della longevità dà spesso l’impressione che le risposte siano già tutte disponibili.
È proprio da qui che vale la pena partire: cosa sappiamo davvero dell’invecchiamento? Quanto sono solide le prove scientifiche? Perché oggi la medicina parla sempre più di invecchiamento in salute? Come distinguere la prevenzione che funziona da quella che rischia soltanto di aumentare il numero di persone convinte di essere malate?
La geroscienza, il campo che studia i meccanismi biologici dell’invecchiamento, ha ricevuto la sua prima grande revisione sistematica soltanto nel settembre 2025. Gli autori la descrivono come una disciplina giovane, ancora alla ricerca di conferme cliniche solide per gran parte delle strategie proposte. Il divario tra quello che sappiamo nei modelli animali e quello che funziona sugli esseri umani resta ampio.
La rapamicina, uno dei farmaci che Bryan Johnson ha deciso di sospendere, allunga la vita dei topi tra il 23 e il 60% inibendo una via biochimica coinvolta nella crescita cellulare. Sull’uomo, però, mancano ancora studi di lunga durata che dimostrino un effetto comparabile. La restrizione calorica dispone di prove più robuste, almeno in alcune categorie di pazienti: negli adulti obesi o diabetici riduce la mortalità per tutte le cause del 15% rispetto a chi non segue limitazioni alimentari. È un risultato importante, ma molto lontano dalle promesse che circolano sui social.
Intorno a questa scienza ancora incompleta si muove però un capitale enorme. Il premio Nobel Venki Ramakrishnan, nel libro Perché moriamo, stima che oggi oltre 700 aziende biotech lavorino sull’anti-aging, per una capitalizzazione complessiva di almeno 30 miliardi di dollari. Descrive i miliardari della longevità come persone abituate a risolvere problemi complessi in tempi rapidi, che finiscono per trattare la biologia come se fosse software da ottimizzare. Tuttavia, la velocità con cui cresce il mercato è molto diversa da quella con cui procede la ricerca
Il caso che ha segnato questo mondo è passato quasi inosservato fuori dagli Stati Uniti. Nell’aprile 2020 la Tailor Made Compounding, una farmacia specializzata del Kentucky, si è dichiarata colpevole davanti a un tribunale federale per aver distribuito farmaci mai approvati, tra cui il peptide BPC-157, oggi molto popolare tra gli appassionati di biohacking. Il titolare ha ricevuto una multa, tre anni di libertà vigilata e il divieto permanente di distribuire farmaci su prescrizione. Da allora il Dipartimento di giustizia americano ha avviato procedimenti simili contro altri venditori.
Vale la pena capire di cosa stiamo parlando. I peptidi sono piccole catene di amminoacidi che il nostro organismo produce normalmente. Alcuni sono farmaci consolidati da oltre un secolo: l’insulina, per esempio, è un peptide. Altri, come il BPC-157, vengono pubblicizzati per favorire la guarigione dei tendini, il recupero muscolare o il metabolismo, pur non essendo mai stati approvati per l’uso clinico sull’uomo. Negli ultimi anni questi composti hanno trovato un enorme spazio commerciale, sostenuto da testimonianze personali molto più che da studi clinici. A febbraio 2026 il segretario alla Salute Robert Kennedy Jr. ha annunciato una riclassificazione di una parte di questi peptidi.
È una zona grigia in cui convivono curiosità scientifica, interessi economici e pazienti disposti a sperimentare su se stessi. Ogni farmaco, è vero, ha avuto un paziente zero. La differenza è che i pazienti che prendono parte alla ricerca clinica sono inseriti in studi controllati; quelli legati al biohacking spesso comprano prodotti online senza sapere con precisione cosa contengano
Una delle idee più affascinanti della ricerca recente è che il nostro organismo non invecchi tutto alla stessa velocità. Un recente studio dell’Università di Stanford pubblicato su Nature Medicine ha elaborato un test del sangue capace di stimare l’età biologica di undici organi diversi, analizzando quasi tremila proteine plasmatiche in oltre 44 mila partecipanti della UK Biobank. Il cervello è risultato l’organo più predittivo. Chi presentava un cervello biologicamente molto più vecchio dell’età anagrafica aveva un rischio di morte più che raddoppiato nei quindici anni successivi; chi mostrava un cervello biologicamente più giovane vedeva quel rischio ridursi del 40%.
È una ricerca promettente, che però racconta anche altro: l’autore principale, Tony Wyss-Coray è cofondatore di due aziende alle quali Stanford ha concesso in licenza la tecnologia sviluppata nel suo laboratorio. Secondo lo stesso ricercatore, il test potrebbe arrivare sul mercato nel giro di pochi anni. È una modalità diffusa nella longevità (e nella ricerca a stelle e strisce): una scoperta scientifica genera immediatamente aspettative commerciali, molto prima di entrare nella pratica clinica
Da oltre un secolo genetisti e biologi cercano di capire quanto la durata della vita dipenda dal patrimonio genetico. La domanda non è mai stata soltanto scientifica. Francis Galton, che coniò la celebre contrapposizione tra nature e nurture (riprendendola dalla Tempesta di Shakespeare), fondò anche l’eugenetica moderna. Più tardi il Novecento conobbe l’eccesso opposto, con ideologie che negarono quasi completamente il ruolo della genetica nella longevità.
Oggi sappiamo che la realtà è molto più complessa. L’epigenetica mostra come ambiente, alimentazione, inquinamento, attività fisica e relazioni sociali influenzino continuamente il modo in cui i geni vengono espressi. In questo contesto si inserisce uno studio pubblicato su Science nel 2026. Analizzando oltre un secolo di dati provenienti da registri di gemelli scandinavi, gli autori hanno stimato che l’ereditarietà della durata della vita possa superare il 50%, molto più di quanto ritenuto in passato.
È un risultato importante, ma non cambia il messaggio principale. L’ereditarietà è una misura statistica riferita a una popolazione, non il destino di un individuo. Anche in presenza di una forte componente genetica, fumo, alimentazione, attività fisica, accesso alle cure e condizioni sociali continuano a influenzare profondamente il modo in cui invecchiamo
E se c’è un punto sul quale la ricerca appare sorprendentemente concorde, riguarda proprio i fattori che permettono di vivere più anni in buona salute. L’elenco è noto da tempo: attività fisica regolare, alimentazione equilibrata, sonno sufficiente, relazioni sociali, controllo dei principali fattori di rischio cardiovascolare e pochi screening rivolti alle persone giuste, all’età giusta. È una ricetta poco affascinante. Proprio per questo riceve molta meno attenzione dei protocolli estremi raccontati sui social.
Negli ultimi anni anche l’Oms ha progressivamente spostato il proprio linguaggio verso il concetto di healthy ageing. L’obiettivo non è solo vivere più a lungo, ma conservare il più possibile autonomia, capacità cognitive, relazioni sociali e partecipazione alla vita della comunità. Per chi lavora ogni giorno nelle geriatrie il successo raramente coincide con l’aggiungere qualche mese alla sopravvivenza. Significa permettere a una persona di continuare a prepararsi il pranzo, ricordare il nome dei nipoti, uscire di casa senza assistenza. È una definizione di longevità molto meno spettacolare di quella raccontata dalla Silicon Valley, ma probabilmente molto più vicina alla vita reale.
Se l'obiettivo è mantenere più a lungo autonomia e qualità della vita, allora anche la prevenzione cambia significato. Nel suo libro Cattiva prevenzione, la giornalista scientifica Roberta Villa sottolinea che la prevenzione basata sulle prove è fatta di comportamenti efficaci e da un numero limitato di screening raccomandati. Quella “cattiva” comprende invece check-up ripetuti senza indicazione clinica, test genetici venduti online e controlli richiesti soltanto per tranquillità. Il rischio è la sovradiagnosi: individuare e trattare condizioni che non avrebbero mai dato problemi, trasformando persone sane in pazienti.
Il caso più discusso in Italia riguarda il Psa per il tumore della prostata. Le linee guida non raccomandano uno screening generalizzato proprio per il rischio di diagnosticare molti tumori destinati a non diventare mai clinicamente rilevanti. La Lombardia ha scelto comunque di introdurre uno screening regionale, accompagnandolo con una campagna che invitava a un “happy screening”.
Lo stesso equilibrio si ritrova nel biohacking contemporaneo: Bryan Johnson controlla ogni giorno centinaia di biomarcatori, ma la sua gastrite autoimmune è rimasta silente fino alla comparsa dei sintomi. È un promemoria utile: raccogliere sempre più dati sul proprio corpo non significa automaticamente prevenire le malattie. A volte significa soltanto aumentare il numero di informazioni che non sappiamo ancora interpretare
Per secoli vivere a lungo è stato un privilegio di pochi. Oggi, almeno nei Paesi ad alto reddito, è diventato la normalità. Eppure sembra che l’invecchiamento ci faccia più paura di prima.
La medicina ci ha dato strumenti sempre più sofisticati per misurare il corpo, prevedere il rischio di malattia e rallentare alcuni processi biologici. Contemporaneamente il mercato ha trasformato l’età in qualcosa da monitorare e da tenere costantemente sotto controllo.
Vale la pena chiedersi quanto di questo cambiamento dipenda dai progressi della ricerca e quanto, invece, dal modo in cui abbiamo iniziato a raccontare il tempo che passa
Oggi sappiamo molto di più su come aumentare gli anni vissuti in buona salute che su come spostare davvero il limite massimo della vita umana. Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi soprattutto sulla seconda promessa.
Nel frattempo le società occidentali stanno invecchiando rapidamente. Sempre più persone avranno bisogno di mantenere autonomia, memoria, mobilità e relazioni sociali ben prima di aver bisogno di una terapia capace di allungare la vita di dieci o vent’anni.
Ecco che la longevità smette di essere un tema da serie tv o da Silicon Valley e diventa una questione di politiche pubbliche. L’Europa continuerà a investire soprattutto nell’invecchiamento in salute, nella prevenzione e nella geriatria? Oppure lascerà che la longevità diventi sempre più un mercato privato, fatto di tecnologie, biomarcatori e trattamenti accessibili soprattutto a chi può permetterseli? La risposta dirà molto non soltanto su come vogliamo invecchiare, ma anche sul tipo di sistema sanitario che immaginiamo per i prossimi decenni.
Forse tra quattromila anni nessuno ricorderà Bryan Johnson per i milioni di dollari spesi o per i biomarcatori che misurava ogni giorno. Lo ricorderanno perché, come l'imperatore Qin Shi Huang, incarnava meglio di altri il desiderio della sua epoca: convincersi che il tempo, in qualche modo, possa essere negoziato
L’elisir di lunga vita lo cerchiamo da quattromila anni. Nel frattempo, scrittori, registi e scienziati hanno provato a rispondere alla stessa domanda: che cosa significa vivere più a lungo? Ecco qualche consiglio per continuare il viaggio
Don’t Die: l’uomo che vuole vivere per sempre, di Chris Smith
Il documentario su Bryan Johnson e sul protocollo Blueprint. Per capire come il biohacking sia diventato un fenomeno culturale oltre che scientificoPerché moriamo, di Venki Ramakrishnan
Un viaggio nella biologia dell’invecchiamento firmato da un premio Nobel. Tra i libri più equilibrati per orientarsi tra evidenze scientifiche e promesse dell’anti-agingCattiva prevenzione, di Roberta Villa
Un libro che spiega perché fare più controlli non significa necessariamente proteggere meglio la propria saluteThe Substance, di Coralie Fargeat
Un body horror che porta all’estremo l’ossessione contemporanea per la giovinezza e la perfezione del corpoGattaca - La porta dell’universo, di Andrew Niccol
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Più che sulla morte, è un libro su come si vive. E su quanto sia diverso aggiungere anni alla vita o vita agli anni
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