Sono una persona estremamente casalinga.
Per anni la mia idea di serata perfetta è stata molto semplice: una cena tranquilla davanti all’episodio della mia serie tv preferita, la luce soffusa, il letto e un libro in mano. Ogni volta che i miei colleghi mi chiedevano “cos’hai fatto ieri sera?” o “cosa hai fatto questo weekend?”, la risposta era sempre: “sono stata a casa”.
La FOMO? Non so cosa sia (bugia, so bene cos’è ma la provo solo in casi eccezionali). Quindi, insomma, non l’ho mai vissuta come una mancanza, anzi. Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di profondamente rassicurante nel tornare a casa, chiudere il mondo fuori dalla porta e ritrovare uno spazio che fosse soltanto mio. Perché io con me stessa sto molto bene, forse anche troppo.
Poi però è successo qualcosa. Non so se sia stato l’effetto dell’estate, del cambiamento, o semplicemente un interruttore che ho premuto dentro di me senza accorgermene. Mi sono trasformata in una persona che dice di sì a ogni uscita.
Sì agli eventi.
Sì alle persone nuove.
Sì alle serate fuori, ai concerti, ai movie talk, ai club del libro, alle conversazioni con sconosciuti.
Una settimana in cui normalmente avrei trascorso tutte le sere a casa e sarei uscita una volta soltanto è diventata una settimana in cui ho trascorso tutte le sere fuori e solo una a casa.
E la cosa più assurda è che era esattamente quello che volevo. Anche se stavo bene con me stessa, da tempo avevo la sensazione di vivere troppo dentro una routine fatta di casa e lavoro, di avere poche energie da dedicare a ciò che amo davvero, di rimandare continuamente esperienze e uscite semplicemente perché nella comfort zone di casa mia stavo bene.
È una battuta ricorrente tra le mie amiche quella di invertire le cifre degli anni che compio, perché anagraficamente ne compio 27, ma dentro me ne sento 72. Ed è vero. Ma è anche vero che, avendo (quasi) ventisette anni, vorrei anche una vita da ventisettenne.
Quando ho lasciato il mio lavoro, una delle cose che desideravo di più era proprio questa: riappropriarmi del mio tempo. Per scrivere, certo, ma anche per vivere. Per incontrare persone e creare ricordi che non fossero soltanto quelli delle giornate passate davanti a un computer.
Eppure sono arrivata a una domenica, dopo una settimana trascorsa tra ufficio e uscite, e la domanda è nata spontanea dentro di me: sto costruendo la vita che volevo, allora perché sono così stanca?
I film e i libri ci propinano la nuova versione di noi stessi con una luce bellissima addosso, quella persona che finalmente trova il coraggio di cambiare lavoro, inseguire un sogno, uscire dalla propria comfort zone, dire sì alle opportunità.
Quello che spesso dimentichiamo è che anche la vita che desideriamo richiede energia: una conversazione interessante richiede presenza, conoscere nuove persone richiede apertura, un evento che ci emoziona richiede comunque di prepararci, uscire di casa, spostarci, adattarci a un ambiente nuovo.
Persino la felicità, a volte, richiede energie che non sempre abbiamo.
Il punto è che passiamo da una routine corroborata e confortante a una vita sconosciuta che non ci appartiene, e che dobbiamo costruire faticosamente un pezzo alla volta. Tutto ciò che è nuovo, anche quando è desiderato, richiede un periodo di adattamento.
Sui social assistiamo continuamente a frammenti di esistenze apparentemente perfette: persone che viaggiano, lavorano ai propri sogni, escono tutte le sere, hanno una casa bellissima e ordinata, una routine impeccabile. Vediamo il risultato, raramente il processo.
Questo ci porta a creare un’aspettativa impossibile perché pensiamo che quando finalmente arriveremo alla vita che desideriamo tutto sarà facile, saremo automaticamente più felici, più sicuri, più energici. Quando invece forse il cambiamento più grande è proprio imparare a stare dentro quella nuova versione di noi.
E, come se non bastasse, siamo bombardati continuamente da due messaggi apparentemente opposti: da una parte ci viene detto di uscire dalla comfort zone e avere una vita straordinaria e dall’altra ci viene ricordato di prenderci cura di noi stessi con cibo sano, allenamenti, skincare.
Così alla fine anche diventare la versione migliore di noi stessi rischia di trasformarsi in un lavoro a tempo pieno, come se dovessimo essere sempre produttivi anche nel nostro riposo.
Questa riflessione è nata dai miei pensieri, ma è stata alimentata dall’articolo di Anna Zambonin “Forse proteggi la tua pace un po’ troppo”, dove Anna parla di tutte quelle cose che ci tengono fermi: la paura di fallire, di sembrare ridicoli, di essere fuori posto, di disturbare, di fare qualcosa che potrebbe non funzionare. E il punto è questo: usiamo la nostra pace per proteggerci da quello che c’è là fuori.
Ovviamente questo non significa che dovremmo portarci al burnout o che dovremmo riempire ogni spazio vuoto della nostra esistenza per trasformare il tutto in un mix super performativo, ma significa chiederci se, qualche volta, quella tranquillità che difendiamo così tanto sia davvero per la nostra sanità mentale o se sia diventata semplicemente un modo per evitare tutto ciò che potrebbe metterci alla prova.
Dove sono i momenti che un giorno vorremo ricordare?
Dove sono le storie che poi racconteremo?
Ho approfittato del nuovo journal per fare qualche esperimento e, a questo punto, vorrei condividere 2 esercizi pratici per capire meglio come costruire la vita che vogliamo e analizzare non quanta energia consumiamo, ma per cosa la consumiamo.
1) Prendi un foglio e dividilo in tre colonne
☕ Mi ricarica: quelle attività da cui esci con più energia di prima. Per me sono leggere, scrivere, fare pilates, passare del tempo con alcune persone, stare da sola.
🌿 Mi piace, ma mi stanca: quelle esperienze che sceglierei ancora, anche sapendo che il giorno dopo avrò bisogno di recuperare, come concerti, cinema, book club, cene. Consumano energia, ma la restituiscono in sottoforma di ricordi, ispirazione e idee.
🪫 Mi svuota: le cose che ci lasciano soltanto stanchi come uscire con persone con cui non stiamo bene e un lavoro che non ci piace.
Analizza la tua settimana e inserisci tutto quello che hai fatto in queste tre colonne, così diventerà più chiaro dove finiscono le tue energie.
2) Il Reset della domenica
Prenditi un momento solo per te, con un caffè in mano o un libro accanto, da solo, in silenzio o con il sottofondo che preferisci. Siediti davanti a una pagina bianca, scrivi tutte queste domande e poi compila le risposte, senza fretta.
Indica il momento più felice della tua settimana:
Che cosa aspetti di più?
Come ti senti rispetto a questa settimana trascorsa?
Come ti vuoi sentire la prossima settimana?
Per cosa sei grato?
Cosa migliorerà il tuo umore la prossima settimana?
Più… | Meno…
Un’affermazione da ricordare:
E poi c’è un’altra domanda che ti consiglio prima di dire di sì a qualcosa:
Se nessuno lo sapesse, lo farei comunque?
Andrei davvero a quell’evento se non potessi pubblicare una storia su Instagram?
Accetterei quel progetto se nessuno lo trovasse prestigioso?
Vorrei davvero conoscere quella persona o mi piace soltanto l’idea?
Sto uscendo perché ne ho voglia o perché ho paura di perdermi qualcosa?
Non è una domanda per diventare più selettivi o vivere dicendo sempre di no. È una domanda per capire se stiamo costruendo una vita che ci assomiglia o una vita che pensiamo di dover desiderare.
Mi sono sempre vantata di poter essere due persone diversissime allo stesso tempo: la Lucia che sta a casa tutte le sere e va a dormire alle dieci e mezza e la Lucia che partecipa a un festival musicale in un altro Stato andando a dormire alle quattro del mattino per una settimana senza fare una piega.
Questo forse è il punto. Non è scegliere, ma riconoscere che a volte quella routine perfetta e la rigidità mentale che l’ha creata non è un male di per sé, ma funge da barriera, come un nascondiglio.
Può esistere la Lucia che si chiude in casa per due settimane a scrivere un libro in completa solitudine e la Lucia che esce tutte le sere perché, alla fine, per poter raccontare qualcosa su questo mondo bisogna pur anche conoscerlo.
Non credo che ci sia qualcosa di sbagliato nell’amare la lentezza e nella solitudine, ma la cosa che sto imparando in questo periodo è che costruire una vita che ci somigli davvero non significa creare una versione completamente nuova di noi stessi. Significa fare spazio a parti diverse di noi.
Alla persona che ha bisogno di stare sola e a quella che vuole conoscere il mondo.
A quella che ha bisogno di una sera tranquilla e a quella che vuole ritrovarsi a parlare di libri con sconosciuti diventati amici.
A quella che scrive per ore davanti al computer e a quella che vuole uscire, guardare un film, ascoltare qualcuno raccontare una storia diversa dalla sua.
Voglio portarle tutte con me.
Se anche tu stai cercando di fare decluttering della tua vita, se stai costruendo qualcosa che ti assomigli di più, se stai cercando il tuo equilibrio, raccontami la tua esperienza.
Ci prendiamo questo tempo insieme, il tempo di un caffè.
Qual è la cosa che ti ricarica di più e qual è quella che invece drena ogni tua energia?
Grazie per aver letto Il tempo di un caffè. Se ti ha intrattenuto, mi farebbe piacere se ti iscrivessi, mettessi like, condividessi o lasciassi un commento. Significa molto per me!
Se ti va, seguimi su Instagram e TikTok per altri contenuti di @lucyinpages

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