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Lo Slalom · Aug 17, 2026

L'ultima sinfonia

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Lo Slalom · Lo Slalom

Dopo 19 giorni, 126 gare e quattro record del mondo - con diverse sveglie all’alba e qualche notte da poche ore di sonno – ieri gli Europei di nuoto e di atletica leggera sono finiti, con 65 medaglie complessive per l’Italia, 43 in piscina e 22 in pista. Quelle d’oro sono state 23. Con il numero di questa mattina, finisce anche Centesimi, la newsletter costola di Slalom con cui li abbiamo seguiti. Ma un giorno, chi lo sa, potrebbe tornare.

Potete farci sapere se vi è piaciuta, e anche se c’era qualcosa di insopportabile scrivendo a digital@loslalom.it

Intanto, tutte le mattine si continuerà a parlare di sport in questo modo su Slalom. Se nel frattempo per ragioni di timidezza non l’avete ancora fatto, potete vincere la ritrosia e abbonarvi, così da aiutarci a preparare più spesso altre cose come Centesimi.

L’ultimo giorno è scorso sul filo delle distanze leggendarie. È cominciato con le maratone e si è chiuso con le staffette del miglio. L’Italia lo ha imbottito della quotidiana razione di medaglie, dal terzo oro personale di Simona Quadarella in piscina all’argento di Pietro Riva nella gara più lunga su strada, prima dei due secondi-posti di Thomas Ceccon e Benedetta Pilato con il distacco più breve [un centesimo], per chiudere con altri due argenti delle staffette in acqua, un oro di Larissa Iapichino nel salto in lungo e un altro della 4x400 su pista.

Questi giorni europei erano iniziati su Centesimi nel segno dei quartetti [se ne parlava qui e qui], e con un quartetto si sono conclusi, per l’ultima sinfonia.

Quando Lorenzo Benati ha chiuso stremato il suo giro di pista in 44.66 respingendo l’assalto altrettanto spremuto di Charles Dobson, l’Italia ha vinto la staffetta cara ai britannici in casa dei britannici, e si è presa il primo posto finale nel medagliere. Se vogliamo fare i romantici, il medagliere non conta. Se vogliamo misurare progressi e passi indietro resta una buona unità di misura.

👟 Ventidue medaglie in tutto, una in più della Germania: 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi. Solo un titolo in meno e due podi in meno rispetto all’edizione di Roma 2024, considerata irripetibile. Prima di quest’ultimo biennio, la migliore Italia nella storia dell’atletica portava a casa esattamente la metà delle gioie: 5 ori e 12 medaglie nel 1990 a Spalato.

[le tabelle sono a cura di Roberto Liberale]

Le liste stagionali d’ingresso a Birmingham accreditavano l’Italia di 7 ori e 16 podi. Hanno retto il pronostico Andy Diaz, Leonardo Fabbri, Larissa Iapichino e Sofia Fiorini. Al gruppo va aggiunta Nadia Battocletti: non aveva i migliori crono dell’anno perché le sue gare possono essere lente e tattiche, ma era la favorita e non si è lasciata sorprendere.

Sono rimasti un pochino sotto le attese Fortunato e Palmisano nella marcia, del tutto Marcell Jacobs sui 100. Con due sprint nel giro di un’ora e mezza, il suo fisico si è rivelato tutt’altro che quella macchina rimessa a nuovo raccontata alla vigilia. Le parole di Stefano Tilli sull’estraneità della sfortuna a un muscolo che si rompe dovrebbero essere oggetto di qualche riflessione.

Rispetto a due anni fa, la Gran Bretagna è cresciuta come sempre accade a chi organizza [da 4 a 9 gli ori, da 13 a 19 il totale]. La grossa svolta è venuta dalla Germania, il colosso sportivo che si era addormentato. Era rimasta sotto il tetto delle 40 medaglie ai Giochi di Tokyo e di Parigi [dopo la caduta del Muro non era mai accaduto], con un solo oro ai Mondiali di atletica 2025, nemmeno un podio a quelli del 2023. Stavolta agli Europei di Birmingham ha finito con 21 medaglie e 6 d’oro, rispettivamente +10 e +5 rispetto a Roma 2024. Passi avanti dell’Olanda [5 ori e 14 totali contro 3 e 12 di due anni fa], costanti la Norvegia dei 4 ori e la Spagna degli 8 podi, male la Francia che ha perso cinque medaglie [da 16 a 11] e tutti gli ori [da 4 a 0].

Resta aperto il caso Ansah, sotto minaccia di squalifica per doping: la cancellazione del suo successo nei 200 può rimpicciolire il bilancio della Germania e dare un oro in più alla Gran Bretagna.

L’Irlanda non aveva mai vinto gli 800 maschili, la Svizzera mai i 110 ostacoli e gli 800 femminili, la Slovacchia mai i 400 ostacoli femminili. La famiglia Ingebrigtsen si è presa i 5.000 per la quarta edizione di fila e così la Grecia con Tentoglou nel salto in lungo. Cuba ha vinto per la terza volta consecutiva il triplo con un suo figlio espatriato. I 28 paesi sul podio a Roma sono rimati 28. I 19 che furono d’oro sono scesi a 17. L’Italia ha vinto anche la classifica per nazioni con i piazzamenti: 226 punti contro i 211,5 della Gran Bretagna e i 196 della Germania.

[⏳ QUANDO LI RIVEDIAMO | Diamond League: 21 agosto a Losanna, 23 agosto a Chorzów, 27 agosto a Zurigo, 4-5 settembre le finali a Bruxelles, 11-13 settembre gli Ultimate Championship a Budapest]

DICONO DI LORO

Andrea Buongiovanni, La Gazzetta dello sport: “Nemmeno gli appassionati di più vecchia data ricordano una situazione così. ... È il trionfo di una squadra compatta e a tante punte. Come era stato confermato nel corso dalla giornata”.

✍️ Gaia Piccardi su Gianmarco Tamberi, Corriere della sera: “Il fuoco che gli brucia in corpo a volte sembra un richiamo mirato, fame d’amore. Esagerato, egocentrico, molto (troppo?) social, ma fuoriclasse assoluto. Ha una richiesta: «L’errore più grosso è giudicare una persona dall’atleta in campo, perché lì dentro ho una quantità di adrenalina in corpo che non potete immaginare. Mi arriva addosso un’arroganza completamente diversa, una fiducia in me stesso che mi fa sentire indistruttibile». Prendere o lasciare, e noi prendiamo”.

✍️ Giulia Zonca su Andy Diaz, La Stampa: “I 18,15 metri fissano l’appuntamento al buio. Diaz ha liberato i capelli e abbandonato i gesti della boxe, porta lo chignon e le unghie tricolore: «Non mi vedrete mai uguale in due competizioni diverse perché per non ripetere gli errori non mi ripropongo nella stessa versione».

Andrea Buongiovanni su Larissa Iapichino, La Gazzetta dello sport: “Cosa importa se l’ultimo salto di Larissa, a vittoria acquisita, è appena abbozzato e viene misurato a 5.94? Da Derby, la città di mamma a un’ora da Birmingham, sono arrivati in tanti, parenti e amici. Da Londra, dove fa l’avvocato, lo zio Alex, fratello del babbo-coach Gianni, che dà indicazioni dalla tribuna. Dall’Italia è giunta anche la sorellina Anastasia”.

Leo Turrini su Pietro Riva, Il Reto del Carlino: “Mettiamola così. Se in casa avete un figlio o una figlia oppure una nipotina con la passione per la corsa, beh, non esitate! Chiamate subito Stefano Baldini, l’azzurro eroe campione olimpico della maratona nel 2004. Lui insegna, guida, trasmette la sua inimitabile esperienza. Per motivi di privacy non posso qui stampare il suo numero di cellulare. Però, fidatevi: ne vale la pena”.

🏊 Nel nuoto le medaglie complessive sono state 43, più di tutti, ma il sorpasso finale con le staffette è sfumato. L’Italia ha chiuso al secondo posto nel medagliere generale dietro la Gran Bretagna per un oro in meno, con 14-4-8 contro 13-15-15. Il quadro è lo stesso nelle sole gare in vasca, con 20 medaglie totali e il secondo posto dietro la Gran Bretagna, 8-2-4 contro 6-8-6.

L’oro nelle gare di Benedetta Pilato [50 rana] e di Thomas Ceccon [100 dorso] è sfuggito per un centesimo, quello nella 4x100 misti femminile per un decimo. La parte piagnona del paese si è lagnata per una presunta maledizione, prima che arrivasse a 600 km di distanza un casuale risarcimento dalla 4x400, avanti sul traguardo di tre centesimi e da Larissa Iapichino prima per un centimetro. Ovviamente, in questo caso non è parsa una beffa a nessuno.

C’è stato bisogno che una diciannovenne riportasse il ragionamento fra noi, benedetta Sara Curtis: «Il nostro sport è questo, raga, è fatto di centesimi». Novella Calligaris direbbe che si deve agli studi di psicologia, Federica Pellegrini al fatto che ha una mentalità americana. In realtà Benedetta Pilato ha perso in partenza e non al tocco, lasciando 10 centesimi addirittura a Ruta Meilutyte come tempo di reazione [0.60 contro 0.50] mentre Thomas Ceccon si è fatto rimontare nella parte di gara in cui è di solito il più forte, la vasca di ritorno.

Qui i confronti con le ultime edizioni sono più impervi. Nel 2024 l’Italia non si presentò agli Europei di Belgrado per la concomitanza con il Settecolli che valeva come qualificazione ai Giochi di Parigi. Né si può usare il medagliere del 2022, quello di Roma, del tutto sproporzionato con 72 medaglie totali, un 25-26-21 in totale e 13-13-9 nella sola vasca. L’ultimo punto di riferimento potrebbe essere l’Europeo 2020 slittato al 2021 per il covid, con 10-14-20 in totale e 5-9-13 in vasca. In ogni caso, il bilancio di Parigi è migliore di tutti tranne che al Foro Italico.

Chiara Pellacani ha vinto il medagliere individuale con i suoi 5 ori. Se fosse una nazione, sarebbe sesta in assoluto, davanti alla Francia. Dietro di lei Tomblin miglior uomo con 4 ori, prima di Minaeva con 3-1-1. Ma più podi di tutti li ha mei insieme la spagnola dell’artistico Ines Tío Casas con sei [1-4-1]

[⏳ QUANDO LI RIVEDIAMO | Coppa del mondo: 1-3 ottobre a Baku, 8-10 ottobre a Tashkent, 15-17 ottobre ad Astana, 1-6 dicembre Mondiali in vasca a corta a Pechino]

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DICONO DI LORO

✍️ Lia Capizzi su Sara Curtis, Corriere della sera: “Ambiziosa, lavoratrice instancabile, cocciuta (garantisce papà Vincenzo), nei diari scriveva poesie dark, da quando studia e si allena in Virginia si dedica al ritaglio di materiali di recupero, scontrini, vecchie pagine di libri, biglietti per creare pagine junk journaling. Solare e coinvolgente, sa diventare pure buffa come quando urla nel leggere un messaggio di complimenti che Sinner le ha inviato. Già, Jannik, come Kimi Antonelli, come adesso Sara Curtis. I ventenni che stanno sbranando il mondo”.

✍️ Stefano Arcobelli su Simona Quadarella, La Gazzetta dello port: “Dietro questa trasformazione c’è anche un cambiamento personale. Un senso di libertà che Simona racconta con una sincerità quasi disarmante. «Mi sento molto più indipendente. Su tanti punti di vista. E secondo me questa indipendenza personale poi alla fine mi ha permesso di capire che non ho bisogno di niente, di nessuno. Mi dico: puoi contare su di te». Gli ultimi mesi, lontana da casa e dalla sua quotidianità, hanno contribuito a renderla ancora più sicura”.

✍️ Paolo De Laurentiis su Benedetta Pilato, Corriere dello sport-stadio: “Pilato ha ritrovato la sua dimensione internazionale, è stabile ad altissimi livelli, la stagione è stata sempre in crescendo. L’acuto è arrivato nella staffetta ma è comunque il segnale che serviva. Lei sa cosa l’aspetta: «È una ripartenza, sono contenta, ho fatto buone gare. Il centesimo in più o in meno fa parte dello sport»”

COSA HA DETTO CENTESIMI DEI 10 MVP ITALIANI

1] Sara Curtis - Il Paese intorno a Sara Curtis [Slalom, 14 agosto] - Pasta, vino e dorso [13 agosto] - Ventisei e cinquantasei [Centesimi, 14 agosto]

2] Chiara Pellacani - Lo studio dei suoi voti [5 agosto] - I tuffi d’oro con la valigia [1 agosto]

3] Gianmarco Tamberi - Jumbo, non Jimbo [15 agosto]

4] Nadia Battocletti - Battocletti e Quadarella, gli ori in replica [12 agosto]

5] Andy Diaz - I piedi di Ferragosto [16 agosto]

6] Nicolò Martinenghi, - La lezione delle rane [11 agosto]

7] La 4x400, 8] Simona Quadarella, 9] Larissa Iapichino, 10] Filippo Pelati - All’Italia dell’artistico serve più creatività [8 agosto]

COSA HA DETTO CENTESIMI DEI 10 MVP DEL RESTO D’EUROPA

1] Amy Hunt, 2] Johannes Liebmann, 3] Iris Tio Casas [La ferocia del nuoto artistico], 4] Florian Wellbrock [La leggerezza di un nuovo Wellbrock], 5] Karsten Warholm, 6] Audrey Werro [Gli artigli di Keely Hodgkinson], 7] Ranjuo Tomblin [I sincronetti militanti], 8] Léon Marchand [Le fatiche di Léon Marchand e Gli Europei dei corpi rotti], 9] Ellen Walshe, 10]

È facile cadere stamattina nella tentazione di mettere a confronto le facce di queste ragazze e ragazzi d’Italia con le altre di chi prende a calci un pallone, anche soltanto per confrontare questa mole di medaglie con le delusioni di tre Mondiali di calcio mancati. È successo fra i commenti dei social più volte in venti giorni. Ma sarebbe una trappola pensare che esista una meglio gioventù da una parte e una maledetta progenie sconcia da quell’altra.

È vero tuttavia che esiste un abisso di coltura, con la o prima che con la u, una enorme distanza nella terra coltivata sotto i loro piedi, nella moltiplicazione selettiva degli organismi e nell’allevamento della specie.

È la distanza fra un mondo nel quale «il secondo è il primo dei perdenti» e un altro in cui senti accettare la sconfitta come un momento di passaggio verso la prossima occasione; un posto dove «le finali non si giocano, si vincono» e un altro nel quale si è ormai affermato definitivamente quello che su Slalom chiamiamo da ormai un paio d’anni l’agonismo dolce. Se ne parlava già dopo i Giochi di Parigi qui e qui.

Non ci stancheremo proprio ora.

L’agonismo dolce non è l’indifferenza al risultato o la diserzione della competitività. Viene rappresentato in questo modo solo da quella fetta dell’opinionismo disinteressata a capire e più incline a giudicare, due atteggiamenti che in genere si fondono nella moneta fasulla del rimpianto per certi meravigliosi tempi andati in cui noi, e le vecchie generazioni, e le fiorettiste feroci di un tempo eccetera eccetera eccetera.

L’agonismo dolce è invece quella maniera di stare al mondo delle ventenni e dei ventenni contemporanei, non più disposti a confondere una gara con l’odio, né il colore di una medaglia con la propria identità. È un patrimonio che dovremmo coltivare e proteggere anche noi cinquantenni, sessantenni e oltre.

Esiste certo una contabilità che separa vincitori e vinti, ma dentro quella contabilità esiste prima di tutto una generazione nuova con uno sguardo più largo, più propensa a considerare l’avversaria nella corsia di fianco come una compagna di percorso prima che una rivale da sbranare, una di cui fidarsi, una con cui dividere le attese al gate in aeroporto e la password del wi-fi, una che capisce la tua fatica perché è la stessa sua, non soltanto quella fisica ma pure quella di stare con la testa in questo gioco sempre più complesso, su questa immensa palla che gira intorno al sole, con la vita esposta ai giudizi di chi sa sempre tutto, e in genere lo sa gridando. È quella Gen-Z che quando finisce in cronaca trova sempre il parere di un sociologo pronto a definirla fragile, quando invece la fragilità, spesso, non è che delicatezza.

Tutte queste parole si potevano risparmiare semplicemente mostrando una delle ultime scene degli Europei, i cuori fatti dalle tre ragazze salite sul podio del salto in lungo, tutte racchiuse nel giro di due centimetri - cioè un niente di niente - intorno alla veterana ultra-trentenne, per loro certamente un modello, un riferimento, la trentaduenne tedesca Malaika Mihambo, finita sulla soglia di un cedimento emotivo e con le lacrime agli occhi per un quinto posto a 6,94.

Sorridi, maestra. Sorridi pure tu. Sorridi perché si perde, e si perde senza che il traguardo diventi un’ossessione. Niccolò Campriani disse due anni fa in una intervista con Aligi Pontani su Domani che «l’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento molto, molto potente, che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano», ed è per questo che la generazione delle 65 medaglie sta rivoltando il senso della cattiveria.

✍️ Lo ha scritto benissimo tempo fa sul New York Times Brad Stulberg, autore diThe Practice of Groundedness: A Transformative Path to Success That Feeds — Not Crushes — Your Soul e fondatore della newsletter The Growth Equation.

“Negli ultimi dieci anni - sono le sue parole - ho allenato e fornito consulenza a molti grandi talenti, ho studiato la performance e scritto innumerevoli articoli e saggi sull’argomento. Negli ultimi tempi, ho notato un cambiamento nel modo in cui gli artisti d’élite di tutti i tipi - nello sport, nella scienza, nelle arti - lottano per il successo: sempre più persone si rendono conto che non è necessario essere stronzi per essere fantastici. È un dato di fatto, essere stronzi è associato agli imbrogli e al burnout. Questo cambiamento è stato del tutto evidente all’ultima Olimpiade. Ci ha offerto lezioni importanti che dovremmo portare avanti. Di volta in volta, abbiamo visto che si può competere con ferocia e rispettare le altre, come dimostrato da Simone Biles che fa il tifo per una delle sue principali avversarie, Rebeca Andrade. Puoi desiderare di vincere e mostrare empatia per gli altri. Puoi essere implacabile e gentile, disciplinato e compassionevole. Mentre la pseudo-grandezza consiste nell’essere un duro che disprezza la concorrenza, la vera grandezza si fonda sul miglioramento di sé stessi, non semplicemente nella sconfitta degli altri. Non è solo un sentimento carino. È provato“.

«Non dovremmo avere bisogno di Sinner o Tomba, per far praticare il tennis o lo sci ai nostri figli. Però da noi l’emulazione è necessaria, perché non abbiamo una cultura sportiva. Dobbiamo sempre partire dalla fine. L’atletica è una disciplina semplice, assolutamente alla portata di tutti, dove il risultato non si discute: le famiglie lo sanno».

STEFANO MEI, presidente FIDAL [da Repubblica]

È questo che prima di tutto il calcio non ha ancora capito. Resta il luogo dello sport dove si parla il linguaggio più tossico, non per colpa dei ventenni che sono ventenni pure là, ma per una responsabilità di chi dirige e guida, dietro le scrivanie o in campo con una tuta da allenatore.

È ormai molto citata una dichiarazione di Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari: «Ho fatto un corso sulla generazione Z. Voglio conoscere il loro universo perché voglio sapere quali tasti toccare. Vivono di applausi e di pochi rimproveri. La nostra generazione era quella del “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”, la generazione Z dice “quando il gioco si fa duro, non dovresti essere qua”».

Ma i Pisacane nel calcio sono ancora in minoranza. Nel calcio sono egemoni quanti per esempio considerano che un Carlos Alcaraz e uno Jannik Sinner non debbano giocare un doppio insieme, sarebbe una collaborazione contronatura, sarebbe uno schiaffo all’idea che l’agonismo sia competizione.

Certo che lo è. Ma competizione e agonismo non sono sinonimi di di disagio. Gareggiare significa prima di tutto misurarsi. Con sé stessi e con un avversario, con la consapevolezza che pur facendo tutto alla perfezione dall’altra parte ci può essere qualcuno che l’ha fatto meglio.

Esiste ancora una sacca di resistenza all’idea che il benessere mentale venga prima, esiste ancora una cultura che glorifica l’esaurimento di sé e il dolore come uniche vie per il successo. È la ragione prima della crisi di vocazioni per il calcio nella Gen-Z, ma il calcio non lo sa, non l’ha capito.

A tutto questo si è ribellata Andrea Fuentes, responsabile della squadra di nuoto artistico della Spagna. È uno sport molto più piccino, ma ha fatto comunque diventare questa teoria una buona pratica, inventandosi un nuovo modello in piscina [ne abbiamo parlato tanto su Centesimi, in particolare qua], convinta del fatto che «se al posto di un oro deve essere un argento senza mandare nessuno in terapia, lo preferisco».

DICONO DI LORO

🗞️ Corriere della sera: “Laureati, cresciuti in provincia e cosmopoliti Un grande modello di inclusività” - Marco Bonarrigo ha scritto: “Ci sono italiani di seconda generazione arrivati nel nostro Paese da piccoli. ... Al contrario del calcio, tutti sono stati accolti in modo disinteressato da piccole società locali, nessuno cercato ad arte per rimpolpare il medagliere come in altre nazioni o altri sport. La nostra atletica è un modello di inclusione da quando non si vinceva nemmeno una medaglietta”.

🗞️ Giulia Zonca, La Stampa: “C’è così tanta Italia dentro questa settimana d’estate che è difficile capire dove metterla. ... Ragazzi che si sono abituati a studiare e vincere, che non hanno paura di spostarsi. Gesti da campioni che motivano e definiranno nuove medie di età per il fisico, incideranno sulla sanità: indici di una società che analizzeremo domani, ma cominceremo a intuire presto. ... Sono l’Italia. Soprattutto quella che verrà”.

🗞️ Corriere della sera: “Giovani e veterani in competizione spingono il gruppo. La vera svolta da Tokyo 2021” - Lia Capizzi ha scritto: “Il settore istruzione tecnica ha fatto passi da gigante, gli allenatori italiani vengono chiamati come relatori all’estero, la Federnuoto ha la fila alla porta di stranieri che vorrebbero allenarsi da noi. La ciclicità di risultati produce emulazioni, alimenta i sogni dei bimbi che frequentano i corsi di nuoto. Le iscrizioni in età scolare sono ogni anno in aumento, grazie al costo abbordabile delle rette. Nonostante le piscine siano in sofferenza per i costi energetici, le tariffe dei corsi restano calmierate dai Comuni, in media 60 euro al mese”.

🗞️ Andrea Sorrentino, Il Messaggero: “Nella ginnastica, anch’essa aristocrazia dello sport, siamo al top, mentre incombono gli Europei di volley femminile con le ragazze di Velasco campionesse olimpiche e mondiali in carica. Addirittura, arriva la notizia di un’Italia vicecampione del mondo di Flag Football, chi era costui? Siamo proprio un popolo di sportivi. Non più di calciatori, ma ce ne faremo una ragione. Anzi ce la siamo già fatta”.

🗞️ Corriere della sera: “I nuovi campioni e «l’italianità». I volti che raccontano il meglio di noi - Aldo Cazzullo ha scritto: “Forse l’Italia «ufficiale», della politica e della cultura, che sta passando l’estate a parlare dei video di Robertus Vannaccius e della bomba di Lavitola, non si è resa conto di quello che hanno fatto i nostri atleti a Birmingham e a Parigi. ... Tutti atleti — e atlete — che non hanno rinunciato all’estro, alla fantasia, alla classe che non ci sono mai mancate, cui hanno saputo affiancare lavoro, serietà, costanza, carica agonistica, e anche la ricchezza di altre culture che ormai fanno parte della nostra”.

Alle 19.21 di ieri Léon Marchand è entrato in acqua per i 400 stile libero e ne è uscito campione europeo in 3’43”14. Non era la sua gara abituale: lui stesso l’aveva definita “eccitante e misteriosa”. Ma Céline Nony, sull’Équipe, chiede di non trattare il risultato come una conseguenza del suo nome: “Non bisognerebbe soprattutto banalizzare l’impresa, dimenticare ciò che Léon Marchand ha attraversato nelle ultime settimane e accontentarsi di questa evidenza”.

Il 29 giugno, ai campionati francesi di Saint-Étienne, Marchand si è lesionato l’adduttore destro nelle batterie dei 200 rana. Ha dovuto rinunciare ai 200 e 400 misti e ai 200 rana, cioè a una parte corposa e centrale del suo programma, rimettendo insieme l’Europeo con quello che il corpo gli lasciava fare.

Il 200 farfalla, vinto sabato in 1’51”72, era una certezza, il 400 stile libero un esperimento. La tentazione gli era venuta già nel 2024, dopo il 4’02”31 sulle 500 yard universitarie ad Austin. Nel 2025, quando Lukas Märtens aveva portato il record mondiale dei 400 a 3’39”96, Marchand aveva scherzato: «Mi restano solo 25 secondi da limare». A Saint-Denis ha anche lanciato la 4x200 con 1’43”76, record personale, trascinando la Francia all’argento; meno di un’ora dopo l’oro dei 400, ha aggiunto il bronzo nella 4x100 mista.

A 24 anni ha quattro ori olimpici, sette mondiali e ora due europei individuali. Il punto, scrive Nony, è che “il modo in cui ha rovinato gli avversari dice molto di un potenziale insondabile”. Marchand dice che non finisce qui: «Ho trovato qualcosa nello stile libero. Ho davvero voglia di continuare su questa linea».

Amy Hunt ha ricevuto il testimone dell’ultima frazione della 4x100 mista con la Gran Bretagna appena dietro alla Germania di Gina Lückenkemper. In dieci secondi l’ha ripresa, superata, e al traguardo ha mostrato quattro dita alla telecamera. Quarto oro agli Europei di Birmingham, il primo poker nella stessa edizione in 92 anni di storia della manifestazione.

“Se restava ancora un dubbio sul fatto che questa fosse l’estate di Amy Hunt, è stato cancellato da dieci secondi di furia controllata” ha scritto Sean Ingle sul Guardian.

La staffetta con Jeremiah Azu, Dina Asher-Smith e Zharnel Hughes ha vinto in 39”97, record europeo, davanti alla Germania in 40”11 e alla Spagna. Hunt ha corso sette gare in sette giorni e le ha vinte tutte, tra batterie e finali. Ha detto che ricorderà questa settimana per tutta la vita e che la parte più sorprendente non sono stati solo gli obiettivi raggiunti, ma il modo in cui ha gestito la pressione, la capacità d’attenzione, il recupero e la disciplina. La rivedremo il 30 agosto al meeting di Brescia.

Anche Asher-Smith ha chiuso con un record: undici medaglie europee complessive, una in più della polacca Irena Szewinska. Più tardi ha detto di non avere molto altro da dimostrare, a parte l’oro olimpico. Che poco, peraltro, non è.

A fine giugno, due giorni prima del meeting di Charléty, Armand Duplantis è entrato nella sede dell’Équipe a Boulogne-Billancourt con una sola persona accanto, il suo agente Daniel Wessfeldt. Stéphane Kohler ricorda stamattina quella scena sul giornale francese per raccontare il gruppo ristretto che lo accompagna tutto l’anno: “È arrivato con grande semplicità, quando certi sportivi senza un decimo del suo palmarès non fanno il minimo gesto senza un entourage molto più fornito e talvolta barocco”.

Il nucleo intorno a lui è composto dai genitori Greg e Helena, la moglie Desiré Inglander e il fisioterapista Torbjörn Bryde. La madre gli scrive tutte le sedute di preparazione fisica, il padre, ex astista, segue soprattutto la tecnica. Entrambi sono presenti nelle gare importanti. Helena ha studiato dietetica e nutrizione, controlla anche quell’aspetto. Wessfeldt costruisce il calendario, organizza viaggi, logistica, sponsor e media. Con lui, dice Duplantis, rifiuta l’85 per cento delle richieste: «Bisogna spesso dire no, è indispensabile per restare concentrati sullo sport». Desiré lo segue in gran parte della stagione, soprattutto in Europa. La coppia vive a Monaco e va spesso a Parigi fuori stagione. Bryde, ex sprinter svedese, lo accompagna in raduni e competizioni. «Sto invecchiando - scherza Duplantis - e quando mi sento un po’ arrugginito o rigido, è prezioso avere facilmente a disposizione il proprio fisioterapista».

Carlos Arribas su El Pais ha scritto che “non esiste uno spettacolo allo stadio come il salto con l’asta dei tempi moderni. Uno spettacolo come quelli che i produttori televisivi amano di più, quelli che si perdono nelle maratone e nelle marce – quanto sono noiose e ripetitive”.

Un circuito cittadino di 5 chilometri, ondulato, dodici gradi alla partenza. È stato il set delle maratone europee di Birmingham e ha prodotto due record dei campionati, il doppio primato di Alisa Vainio e Amanal Petros. La finlandese ha vinto in 2h22’26”, togliendo quasi tre minuti al limite europeo di Christelle Daunay del 2014. È passata a metà gara in 1h10’40”, con tre minuti di vantaggio, diventati quasi cinque all’arrivo su Lili Anna Vindics-Toth. Per Vainio, miglior europea dell’anno con 2h20’39” a Siviglia, è il primo oro internazionale assoluto.

Tra gli uomini la corsa è stata più equilibrata. In nove sono scesi sotto il vecchio record dei campionati, il 2h09’51” di Koen Naert. Petros è nato in Eritrea. Ha vinto in 2h09’11”, sette secondi davanti a Pietro Riva, bronzo a Gashua Ayale, con Israele primo nella classifica a squadre. Il gruppo di testa era passato alla mezza in 1h05’03”, poi Petros ha scelto di muoversi tra il 25° e il 30° chilometro. Nella marcia, sabato mattina, erano stati battuti tra mezza e maratona, due primati mondiali, uno europeo. 11 record nazionali e altri 52 primati personali. C’è qualcosa di magico sulle strade di Birmingham, eppure se ne lamentavano tutti prima di partire. Senza prima vedere, come sempre.

E adesso è davvero tutto.

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