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Lo Slalom · Aug 19, 2026

Era Varenne

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Lo Slalom · Lo Slalom

«Se lo vedi passare è come se fosse una festa»

Enzo Jannacci

Era nato in una notte di tuoni, come in quella canzone di Dalla, ed era un emiliano pure lui, partorito tra la vita e la morte in un allevamento tra il Po di Volano e il Po di Fossetta. Avevano dovuto chiamare il veterinario da Ravenna a mezzanotte, le due zampette non riuscivano a uscire insieme. Ialmaz, la madre, non avrebbe corso più. Il parto le avrebbe rovinato l’utero. Il padre, Waikiki Beach, si vantava per via traverse attraverso la voce di certi messaggeri di essersi accoppiato a lei naturalmente. Non era vero. A quel piccolo, gracile baio, con una macchia sulla fronte che pareva una stella, il proprietario Sandro Viani aveva dato il nome di una rue francese senza sospettare che sarebbe diventato un mito italiano, e da ieri molti si domandano come sia possibile dispiacersi per la morte di un cavallo. Non era un cavallo. Era Varenne.

È stato il più grande trottatore di tutti i tempi, venuto mezzo secolo dopo nel Paese che aveva perduto la testa per Ribot, che invece andava al galoppo e che diventò un sinonimo dell’aggettivo scatenato. In due anni aveva preso parte a 16 core e le aveva tutte. “Calmati”, dicevano le mamme ai loro bambini iper eccitati, e dopo aggiungevano alla richiesta il nome di quel cavallo imprendibile, come fosse un preghiera impossibile da esaudire. “Calmati, Ribot”.

Le corse di Varenne sono state 73 e le vittorie 62, con due Amérique, tre Lotteria di Agnano, e nel 2001 tutti insieme con l’Elitloppet di Stoccolma e il Breeders Crown in America. Il Grande Slam. Ha guadagnato sei milioni di euro finendo in una canzone di Jannacci e facendo innamorare i più grandi raccontatori di sport italiani. Mario Fossati su Repubblica scrisse in quel famoso 2001 che “Varenne esige luce davanti a sé. Io guardo Varenne. La sua bella testa. Il timone di un cavallo è, in fondo, la testa. Varenne non tira sul morso: ma vi cerca un contatto. La meccanica aerea del suo trotto: una serie di falcate rapidissime, diagonali: con i “passaggi”, i famosi passaggi, millimetrici e fluidi, con gli zoccoletti da cervo che si incrociano e si evitano (non fanno punchingball con l’aria, ecco!) staccano bene in avanti Varenne. Non so se Varenne rimarrà, stallone, sultano di un harem, negli Usa. So che non lo scorderò mai”.

L’anno dopo Mario Sconcerti andò a Campo di Carne, in provincia di Latina, per vedere da vicino “il più grande atleta del momento”. Per il Guerin Sportivo scrisse un pezzo meraviglioso che non andrebbe mai mostrato in una scuola di giornalismo. Produce frustrazione.

Ci arriva “in una giornata di sole arido, fredda e lucente, con le pozzanghere piene di acqua ghiacciata e i cani che si allungano sull’erba per succhiare fino in fondo la luce di mezzogiorno. Niente indica che qui vive il più grande cavallo del mondo. Non vedo il paradiso che ho letto. C’è una natura algida, quasi brulla come tutta questa lunga campagna intorno, terra povera, arricchita solo dalla vicinanza del mare e da tutto quello che in cemento questo significa a trenta chilometri da Roma. C’è un silenzio operoso, un’allegria fiduciosa, gente che si conosce, abituata a capirsi con un gesto, un’efficienza di piccole cose. E l’assuefazione agli estranei. Io navigo come posso in quest’isola piena di allenatori finlandesi, preparatori svedesi e ragazzi di stalla slavi, con qualche proprietario pieno di sigari e di giacche di pelle che fuma e parla di soldi. Ma si capisce al volo che sono appena tollerato. Hanno tutti il loro compito da svolgere. Prendono un cavallo, lo accarezzano, montano un sulky e partono verso la pista. Sorridono e ti guardano come un venusiano su marte, mi sento goffo e incolto, non capisco il finlandese, non conosco l’inglese, non ho dimestichezza con i cavalli, non so che dire, da dove cominciare se non dall’accarezzare i cani, tutti scomposti sull’erba, come casuali, come chi sa di non aver posto nel quadro e si fa piccolo e senza voce per strappare un rimedio”.

Varenne aveva una tale intelligenza che si diceva quasi non avesse bisogno di una mano dell’uomo a guidarlo. Bisogna crederci perché lo disse l’uomo che lo guidava, Giampaolo Minnucci. Fu lui a tirarlo fuori da un cono di diffidenza nel quale era finito. Era buono, non mordeva, non scalciava, ma aveva un frammento osseo grande come un chicco di riso al nodello posteriore destro. Il tipo francese che lo aveva comprato da Salvi lo aveva venduto per 150 milioni, ma dopo le visite mediche e una radiografia se lo era visto restituire. Scartato. Minnucci vide Varenne a Bolgheri, dove era stato portato dopo una breve esperienza in Normandia, ed ebbe la sensazione che con gli occhi quello lo stesse chiamando. Chiese un parere a un veterinario di fiducia e quello gli disse che il chicco di riso c’era, ma si trovava in un posto ininfluente. Convinse allora un cambiavalute napoletano, Enzo Giordano, a metterci dei soldi. Andò a prenderseli di persona a piazza Garibaldi, 160 milioni di lire in contanti, in banconote da 100 mila. La leggenda vuole che Minnucci le abbia infilate dentro lo slip e sia partito subito per Bolgheri. A prendersi Varenne.

💬 «Varenne ha cambiato la mia vita, mi ha cambiato come uomo. Prima ero un timido, un insicuro, di poche parole. Adesso sono un altro uomo, più espansivo, più comunicativo. Ho cambiato carattere, ho cambiato anche fisico: sono dimagrito di 8 chili, mi sono preso un preparatore personale, riesco a correre per 15 chilometri senza stancarmi. E non tremo come una foglia se devo prendere un aereo. Ho paura di invecchiare, di rimanere solo e senza soldi. Io, con l’orgoglio che ho, non chiederò mai niente a nessuno» [Enzo Giordano a Sergio Passaro, Corriere della Sera, 25 giugno 2002].

A vederlo correre, si sarebbe detto che Varenne fosse consapevole di tutto. Del suo status di stella, dei boati della folla, certamente della strategia da tenere in corsa. Misurava gli avversari, decideva quando partire e non lo prendevano più.

A Bologna, alla prima corsa, è in testa ma all’ultima curva si mette a galoppare come Ribot, rompe e viene squalificato. Alla seconda rompe prima del via, prende 100 metri di distacco, li recupera tutti e vince con 30 di vantaggio. Alla terza è primo al Gran Premio di Aversa. Nessun cavallo aveva mai conquistato un Gp alla sua terza corsa. Aveva ragione il veterinario. Il cavallo scartato era un fenomeno.

Ha rubato la vita a Vayant, il puledro che sarebbe dovuto diventare un campione al posto suo, quello nel box di fianco, scelto da Luciano Moggi al posto del Capitano. La sua grandezza aveva qualcosa di poco animale. Varenne restava calmo quando gli altri cavalli consumavano energia prima della partenza. Non sprecava niente. Anche nell’ultima corsa, a Montréal, il 28 settembre 2002, con il driver indisposto e sostituito dall’allenatore, fece tutto con una naturalezza quasi offensiva. “Varenne è un capotorma, un capomazzo. La sua corsa è sempre fatta di rabbia e di ardore. Vuole la luce davanti a sé” scrisse Mario Fossati quell’ultima volta.

Vinse il suo terzo Lotteria nella domenica in cui l’Inter stava perdendo lo scudetto in casa della Lazio. Agnano è una conca vulcanica sui Campi Flegrei, e su quella caldara a Varenne veniva bene fare l’inferno, sollevare una polvere sottile che si impastava con l’odore dello zolfo. Venticinquemila spettatori iniziarono a cantare Oi Vita Mia prima che partisse l’inno di Mameli. La vittoria più bella della mia vita, disse Minnucci, mentre i giornali lo eleggevano figlio del tuono e fratello del vento.

È rimasto un mito anche in pensione. A Vigone, a Pavia, e alla fine si è fermato a Eboli. Aveva un box climatizzato, campo magnetico, ozonoterapia, un veterinario personale e un paddock curato come un giardino reale.​ Gli ha tenuto compagnia per molti anni dopo la vita da campione una capretta, Bagola. Dopo le corse cominciò un’altra vita da stallone, conteso dagli allevamenti. Ha avuto almeno tremila figli senza accoppiarsi mai. Le provette con il suo seme sono arrivate in tutto il mondo, decine di migliaia di euro per ogni fiala, e intorno alla sua monta si sono esercitati in parecchi tra racconti quasi comici o quasi solenni. Dal 15 febbraio al 15 luglio, ogni lunedì, mercoledì e venerdì dopo che aveva fatto jogging si accostava a una cavalla meccanica, tipo quelle con le maniglie per la ginnastica, e consumava. Cinquecento milioni di spermatozoi raccolti in tre minuti. Con una cavalla vera c’erano troppi rischi igienici e meno possibilità di fecondare più fattrici. Anche lì, non faceva capricci. Quello che gli chiedevano, faceva.

Ha vissuto gli ultimi anni accudito come un re anziano. Portarlo in passeggiata era complicato. Aveva conservato l’agonismo, se gli stavano di fianco lui partiva. Aveva vezzi da vecchio signore. Mangiava da un secchio verde, preferiva le mele acerbe per sgranocchiarle meglio, si metteva in posa per le foto. Lo innervosivano solo gli insetti, da quando una vespa lo aveva punto al naso, e portava delle frange sul muso, come Muhammad Ali sugli scarpini. Il Quirinale gli ha dato una targa d’argento perché non si poteva nominare cavaliere un cavallo.

Sconcerti andò a incontrarlo in quella fase della vita in cui non era più un campione e non era ancora un ex, restando incantato dal rapporto con la sua tutrice finlandese, Ilina, “dolce ma decisa, questa ragazza lontana che forse sta rinunciando troppo a se stessa per il suo amico campione. È gentile e brusca, come volesse un’attenzione, ma forse assuefatta al peso di essere il tutor di Varenne. Forse le pesa anche un’atmosfera così molto maschile (il freddo, i cowboys, le tute da allevatori, dense e ingoffite dai maglioni, i cappellini della scuderia che fanno sembrare tutti uguali). Forse comincia ad essere troppo per lei questo posto un po’ brusco, così pieno di obblighi elementari, continui, preziosi. Iina mi dice che quando Varenne smetterà, lei tornerà in Finlandia”.

Sconcerti ripercorse la storia del cavallo, non Varenne, proprio della specie e trovò strano “come la parte che a noi sembra più umana di un cavallo, la sua coscienza, sia in fondo la parte più animale, il suo stesso istinto. O forse siamo solo noi che pensiamo che qualunque cosa di umano sia migliore di qualunque cosa di animale. Di certo questo maschio baio il cui marrone bruciato finisce nel nero delle gambe come a inseguire la forza delle vene dilatate, è un monumento alla regalità, alla fragilità infrangibile, a una perfezione complessa, a una specie di anima del mondo. La sua diversità è evidente. Non c’è in tutto il paddock tra uomini, cavalli e cani qualcosa che gli stia vicino. Siamo tutti un groviglio di imperfezioni al suo confronto”.

Dopo l’Amerique, sulla prima pagina della Gazzetta, Candido Cannavò aveva scritto che “questo è un grande romanzo italiano”. Non era un cavallo, in effetti. Era Varenne.

📌 La copertina: Era Varenne. Vita, leggenda e morte del più grande trottatore. La carriera improbabile di un puledro scartato. Il cavallo che fece innamorare Cannavò, Fossati e Sconcerti,

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