Uno dei ricordi più belli di quando ero piccola riguarda una cassetta di Guccini, “radici”, un’audiocassetta blu, consumata con la foto in copertina dei bisnonni di Francesco (ma questo lo seppi solo dopo). I miei genitori la mettevano (alternandola a “La fine del cinema muto” di Claudio Lolli) mentre in auto, quasi ogni settimana, ci recavamo sull’appennino tosco-emiliano dove mio padre teneva in affitto una minuscola casetta nel bosco. E così a sei anni imparai a memoria parole di cui non conoscevo il significato, ma che suonavano nelle mente con il ritmo delle poesie, come qualcosa di armonico che quell’uomo barbuto con la erre moscia riusciva a regalarmi. Solo dopo avrei capito il suo legame con Pàvana, e le mie peregrinazioni infantili vicine a quella “piccola città bastardo posto”. Lo avrei capito dai suoi libri soprattutto, e ridato senso a quelle strofe, anch’io rivisitando, anni dopo, quei luoghi della mia infanzia e risentendo “l’odore di quel paese”. “la casa è come un punto di memoria/le tue radici danno la saggezza/e proprio questa è forse la risposta/e provi un grande senso di dolcezza”, chi avrebbe mai detto che poche strofe un giorno avrebbero descritto la complessità di molti anni della mia vita? Parole apprese a 6 anni che acquisivano senso nel tempo, come un seme lasciato lì e dimenticato e solo un giorno capace della spinta per nascere e germogliare. Quanto hanno lavorato nel mio inconscio i suoi testi? Guccini, come buona parte del cantautorato italiano, ha seminato in noi, nell’inconscio collettivo, qualcosa di molto più importante di sé, della sua individualità, del suo “essere uomini”, era quel profetico “e poi” che da bambina non potevo incastonare in un senso compiuto. Ne scrivo giorni dopo la sua morte perché quando mi è giunta la notizia mi ha trovata completamente impreparata. Quelle parole erano stratificate in me e il fatto che lui, in quanto carne, non ci fosse più, non aveva cambiato niente di me e ne ero stupita. Ma la prosa-del-mondo era rimasta intatta al di là delle “formule vuote”. Ciò che noi contemporanei non riusciamo più a trovare nella musica è proprio questa immortalità delle parole. Le parole, anzi il loro incastro con arte, hanno bisogno di tempo, di riascolto durante tutte le fasi della vita. Sono incarnazione di un pensiero magico, metafore concretizzate nell’esperienza postuma, cammino interno tradotto in pezzi di reale. E così l’uomo Guccini può andarsene, ma quelle parole da rapsodo, in nottate alcoliche al suono di una chitarra restano depositate in un groviglio di umanità che non può più lasciarle perché sono patrimonio e cultura, parole sì di Guccini, ma al di là di lui, del suo senso che diventa anche un mio senso. La poesia ha quest’aura di magia perché devia la Storia, apre infiniti rivoli, possibilità.
“Ma è inutile cercare le parole, la pietra antica non emette suono o parla come il mondo e come il sole, parole troppo grandi per un uomo, parole troppo grandi per un uomo...”
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