Molti dei bambini risparmiati, per caso, da bombe e pallottole, vengono lasciati dentro un danno che durerà quanto la loro vita.
In queste foto vediamo Jamalat Ala Daban, ha solo tre anni e mezzo. Il 15 maggio 2026 un attacco israeliano contro un gruppo di civili le ha portato via la gamba sinistra. Tre mesi dopo, il fotografo Ali Jadallah l’ha ritrovata in una tenda nel nord della Striscia, ancora in attesa di una protesi. Come vediamo nelle foto la madre la lava versando l’acqua da una bottiglia. Il padre spinge la sua sedia a rotelle lungo una strada di sabbia e macerie.
L’amputazione cambia la vita dell’intera famiglia. La fatica degli adulti, già provati da 3 anni di genocidio, dalla vita in tenda con poco cibo e poca acqua, devono sollevarla, lavarla, trasportarla, insomma accudirla in ogni funzione. Dobbiamo considerare che Jamalat, come buona parte degli amputati o dei resi non autosufficienti, vive in un luogo dove una sedia a rotelle serve a ben poco. Le ruote affondano nella sabbia, in mezzo a pietre e calcinacci tra rottami e tende ammassate. Sopravvivere richiederebbe infrastrutture che a Gaza sono state distrutte.
Nel settembre 2025 l’UNRWA, citando una stima dell’International Rescue Committee, parlava di fino a quattromila bambini amputati dall’inizio dell’offensiva: la più alta concentrazione pro capite al mondo. Le rilevazioni dell’OMS pubblicate nel maggio 2026 descrivono una catastrofe ancora più vasta. Circa 43.000 palestinesi hanno riportato conseguenze destinate a cambiare la loro vita di cui quasi 10.000 sono bambini. Le amputazioni traumatiche complessive hanno superato quota cinquemila.
Fra i 2.300 amputati valutati dal settembre 2024 al maggio 2026, soltanto 500 avevano ricevuto una protesi permanente. Meno di uno su quattro. L’OMS riferisce inoltre che nessun centro riabilitativo di Gaza è pienamente funzionante. Già nel gennaio 2026 segnalava che, dopo la tregua, era entrato nella Striscia pochissimo materiale per produrre protesi.
Tra l’altro, dire “Permanente”, nel caso di una bambina, è un eufemismo. Il corpo cresce e la protesi deve essere sostituita. Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, durante l’infanzia può essere necessario cambiarla ogni sei-dodici mesi. Jamalat attende dunque molto più di una gamba artificiale. Necessiterebbe di una lunga successione di cure e adattamenti dentro un territorio al quale vengono impediti persino gli strumenti necessari.
I bollettini medici, le statistiche che alla fine leggiamo senza vedere chi vi rientra, collocano Jamalat fra i sopravvissuti. In questa statistica ingannevole si nasconde ben altra necrocontabilità: i bambini continueranno a portare nel corpo e nella mente una ferita insanabile, durante la crescita e nell’età adulta. Quelli che le bombe non uccidono subito vengono lasciati dentro il danno permanente.
In una fotografia vediamo Jamalat tenere stretta la sua bambola. La bambola ha entrambe le gambe. A Gaza, nel 2026, un giocattolo può rappresentare un privilegio anatomico.
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