Non ho alcuna intenzione di fare pubblicità all’ennesimo video virale fatto con l’Intelligenza Artificiale, né tantomeno di parlare del personaggio politico di turno. Non è una questione di schieramento — anche se chi mi segue sa benissimo come la penso — è una questione di meccanismo.
Perché la sensazione è che questo fenomeno non sia un caso isolato, ma l’inizio di una tendenza visiva e comunicativa che vedremo sempre più spesso nei prossimi mesi. Ed è bene imparare a smontarla subito.
Ogni volta che una trovata di propaganda visiva supera il limite e genera la fisiologica indignazione pubblica, scatta il solita difesa corale: “Ma dai, è solo una battuta! È un’iperbole! È satira!”
Da comica mi sento di dire che dal punto di vista strettamente tecnico questa difesa fa acqua da tutte le parti. Le parole hanno un peso, i generi hanno un senso e la comicità — piaccia o no a chi tenta di improvvisarla sui social — risponde a precise regole strutturali.
Ecco perché quel tipo di contenuti non può rientrare in nessuna categoria del comico.
L’iperbole comica usa l’esagerazione assurda per evidenziare un difetto, una fragilità o una contraddizione della realtà. Pensate a Fantozzi che, per non timbrare in ritardo, si lancia dal balcone e prova ad agganciarsi al pullman al volo: quello è un uso comico dell’iperbole, perché mostra la ridicola disperazione dell’impiegato di fronte alla gigantesca macchina burocratica.
Quando l’esagerazione visiva serve invece a rappresentare se stessi come un imperatore invincibile nel Colosseo e gli avversari politici come sconfitti da giustiziare, il meccanismo si ribalta del tutto. Non siamo di fronte a un’iperbole comica, ma a un’iperbole celebrativa. L’esagerazione senza autoironia su se stessi non produce comicità: produce un mito di potenza.
Non è una battuta ma estetica della sopraffazione
La comicità richiede una rottura dell’aspettativa, un ribaltamento di senso, un ritmo che spiazza.
Mettere se stessi nei panni del gladiatore che schiaccia i rivali non ha alcuna struttura comica: è la rappresentazione letterale di una fantasia di rivalsa. È un linguaggio visivo che attinge a piene mani dall’estetica dei videogiochi di combattimento (1v1, arena, dominazione finale), non dall’allegoria comica o dalla parodia. Non fa ridere perché non è stato concepito con le leve strutturali necessarie per far ridere.
Che sia di natura politica o sociale, la satira (castigat ridendo mores) nasce storicamente per svelare un’ipocrisia, un tic della società o una dinamica di potere. Non deve necessariamente colpire verso l’alto — esiste una ricchissima tradizione di satira sociale di costume —, ma conserva sempre una natura critica.
Quando un contenuto visivo viene creato ed emesso da una figura pubblica per ergersi a giustiziere e ostentare la propria superiorità sui rivali, manca qualsiasi intenzione o funzione satirica. È auto-celebrazione pura. E l’auto-celebrazione è il contrario della satira: è propaganda.
Un palco da stand-up comedy, la pagina di un collettivo satirico o una striscia di vignette possiedono quello che in sociologia della comunicazione viene definito un frame comico: una cornice dentro la quale il pubblico stringe un patto d’arguzia con l’autore e sa che si gioca con la finzione.
I canali ufficiali di un rappresentante delle istituzioni hanno invece un frame istituzionale e di comunicazione politica reale. Il contesto determina la natura del messaggio.
Se utilizzi la tua pagina politica ufficiale per diffondere visivamente scenari di eliminazione o sottomissione dei tuoi avversari e, di fronte alle polemiche, ti difendi accusando gli altri di “non avere il senso dell’umorismo”, stai applicando una tattica ben nota: la Schrödinger’s joke (la battuta di Schrödinger).
SCHRÖDINGER'S JOKE
[s. f. / sostantivo teoretico]
Un'affermazione o rappresentazione visiva di sopraffazione dal tono serio,
che si trasforma magicamente in "un'innocente goliardata" solo a seguito
dell'indignazione pubblica, al solo scopo di deresponsabilizzare l'autore.
Non definiamola una battuta inadeguata. Non è una battuta. Il suo obiettivo non è mai stato la risata, ma la polarizzazione e la costruzione di un senso di appartenenza ideologica nella propria fanbase.
In una società in cui la battaglia culturale si gioca sempre di più nel campo dei meme, dei video generati con l’IA e delle apparenze digitali, imparare a decodificare le strutture del comico non è più una curiosità per soli addetti ai lavori: è una necessità critica.
La satira mette in discussione il potere, non gli costruisce le armature su misura.
Laura
E tu cosa ne pensi? Hai la sensazione che il confondere la propaganda visiva con l’ironia diventerà lo standard della comunicazione politica nei prossimi anni?
Rispondimi nei commenti qui sotto o via mai
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