Se ci sono innumerevoli testi che sviscerano concettualmente il termine “imperialismo”, gli storici hanno spesso evitato di definire con una terminologia precisa il fenomeno del “colonialismo”. Eppure dal 1500 fino al 1920 la maggior parte delle popolazioni mondiali erano sotto il controllo, almeno nominale, di qualche stato europeo.
Il problema di trovare una definizione univoca è dovuto al fatto che tutte queste esperienze erano, almeno per qualche aspetto, una diversa dalle altre. L’impero britannico era un vero mosaico di esperienze e adattamenti alle circostanze e alla storia locale. Quello francese, se sulla carta si vantava di essere una costruzione di razionalità cartesiana, nella pratica non era meno frammentato nelle sue istituzioni coloniali.
Questa difformità sostanziale, per lo storico Jürgen Osterhammel, ha reso il colonialismo un fenomeno di “colossale vaghezza”.
In questo articolo userò proprio il saggio di Osterhammel “Colonialism, a theoretical overview”, per cercare di delineare una struttura concettuale di questo fenomeno, che ancora oggi accende le discussioni, non solo storiche, ma anche politiche.
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Osterhammel propone una differenziazione concettuale precisa fra tre termini che invece spesso vengono sovrapposti:
Colonizzazione: designa un processo di acquisizione territoriale.
Colonia: indica un tipo particolare di organizzazione sociopolitica.
Colonialismo: rappresenta un sistema di dominazione.
La base di fondo di entrambi i tre termini è l’espansione di una società oltre i confini del suo territorio originario, che è un processo fondamentale di tutto l’arco storico dell’umanità e si può articolare in sei forme principali.
La prima è la migrazione totale di intere popolazioni che abbandonano definitivamente il proprio insediamento originale senza lasciare alcuna società sul territorio di partenza. Espansioni di questo tipo sono spesso caratterizzate dalla conquista militare e il soggiogamento, talora fino all’espulsione, delle popolazioni residenti. Questo tipo di espansione non produce di per sé colonie, perché non esiste più una società “madre”. Uno dei casi più recenti di questo tipo di espansione è stato il Great Trek dei Boeri verso l’interno del Sudafrica negli anni fra il 1836-1854.
Diversa è la migrazione di massa individuale, in cui la società madre rimane intatta e continua a svilupparsi autonomamente. Spinti prevalentemente da motivazioni economiche o sociali, singoli individui e famiglie si trasferiscono verso altre regioni. Questo flusso può dare origine a comunità e enclave socio-culturali che preservano l’identità d’origine, come accaduto con la grande emigrazione europea verso le Americhe o le varie Chinatown diffuse in tutto il mondo.
Una terza modalità è la colonizzazione di frontiera, che consiste nel progressivo avanzamento di un confine verso aree naturali o non coltivate per sviluppare l’agricoltura o estrarre risorse. Svolgendosi di norma al perimetro di territori già abitati, raramente porta alla nascita di Stati separati. Con l’avvento della tecnologia industriale e delle ferrovie, lo Stato ha assunto un ruolo sempre più centrale in questo processo, come dimostrano l’avanzata verso l’Ovest nordamericano o la colonizzazione della Siberia nella Russia zarista.
Quando la colonizzazione di frontiera si proietta al di là dei mari, prende forma la colonizzazione d’oltremare con insediamento. In questi contesti, i coloni stabiliscono avamposti autosufficienti in territori considerati privi di un’autorità politica legittima, sottomettendo, espellendo o annientando le popolazioni indigene. Osterhammel ne individua tre varianti principali: il tipo “New England”, caratterizzato dall’espulsione o dall’annientamento dei nativi; il tipo “africano”, in cui una minoranza dominante espropria le terre migliori ma rimane dipendente dalla forza lavoro indigena; e il tipo “caraibico”, incentrato sul sistema di piantagione, dove la popolazione indigena è stata annientata o espulsa, sostituita dallo sfruttamento in schiavitù di altre popolazioni “importate”.
La quinta forma è rappresentata dalle guerre di conquista per la costruzione di imperi, che costituiscono la modalità classica di sottomissione militare di un popolo da parte di un centro imperiale. Anziché occupare terre incolte, questa espansione sottomette direttamente le istituzioni e gli Stati preesistenti, riadattandoli per estrarre tributi, tasse ed egemonizzare il commercio. Il risultato è la creazione di colonie di sfruttamento in cui vi è un dominio politico senza una colonizzazione demografica di massa, come nel caso del Raj britannico in India.
Infine, l’espansione può avvenire attraverso la costruzione di reti navali di basi marittime. Questa strategia non mira alla conquista dell’entroterra o all’annessione di vasti territori, ma si concentra sulla creazione di empori fortificati e porti protetti per assicurare il controllo delle rotte commerciali e la loro proiezione militare. Ne sono un esempio gli imperi marittimi di Genova, del Portogallo e dell’Olanda in Asia, fino ad arrivare alla rete globale di basi e colonie portuali dell’Impero britannico, come Gibilterra, Malta, Aden, Singapore o Hong Kong.
Per Osterhammel la definizione di colonia (moderna) è:
una nuova organizzazione politica creata da un’invasione (conquista e/o colonizzazione) ma costruita su condizioni precoloniali. I suoi governanti alieni sono in costante dipendenza da una “madrepatria” o centro imperiale geograficamente distante, che rivendica diritti esclusivi di “possesso” della colonia.
Scusandosi per la definizione quasi da codice legale, ci avverte che ha dovuto procedere così perché i termini colonie e colonizzazione non sono perfettamente sovrapponibili. Ci possono essere colonizzazioni, come quelle di frontiera, che non costituiscono colonie, ci possono essere colonie che nascono ad esempio dalla conquista militare e non dalla colonizzazione.
Le colonie possono essere suddivise a grandi linee in tre grandi tipologie.
Colonie di sfruttamento: sono usualmente il risultato di conquista militare con lo scopo di sfruttare le risorse naturali del luogo, imporre tributi sui residenti, assicurarsi una posizione strategica per fini imperiali o semplicemente per accrescere il prestigio nazionale. I colonizzatori stranieri presenti sono di norma numericamente limitati, burocrati, soldati, uomini d’affari, che non vi si installano permanentemente. Il governo di queste colonie è di tipo autocratico, con un governatore imposto dalla madrepatria, di tipo paternalistico verso le popolazioni indigene. Esempi sono l’India britannica, l’Indocina francese, le Filippine statunitensi e Taiwan giapponese. Osterhammel ritiene le colonie spagnole in America Latina una variante di questo tipo, ma l’immigrazione europea consistente ha creato una società dominata da una minoranza creola, per cui, almeno a mio modo di vedere, sono più simili alla tipologia di insediamento che vedremo fra poco.
Enclavi marittime: nascono dall’attività marittima di grandi potenze commerciali e hanno lo scopo di controllare e proteggere le rotte e, appunto, i commerci, oltre a imporre il proprio dominio informale su stati autonomi limitrofi, attraverso una diplomazia aggressiva (tipo la “diplomazia delle cannoniere”). Esempi: Malacca con i portoghesi e poi i britannici, Batavia con gli olandesi, Honk Kong e Singapore con i britannici, Shanghai al tempo delle legazioni internazionali.
Colonie di insediamento: sono spesso il risultato anch’esse di conquista militare ma il loro scopo è lo sfruttamento delle risorse naturali del luogo attraverso l’insediamento di coloni dalla madrepatria. La loro forma di governo è di norma autonoma o semi-autonoma dei coloni stessi, con nessuna partecipazione degli indigeni del luogo, che vengono scacciati, repressi o sterminati se non sono economicamente utili ed eventualmente sostituiti con popolazione schiavile importata. Esempi: le colonie americane inglesi (New England etc) e francesi (Canada), Australia. Quelle caraibiche di piantagione: Cuba spagnola, Giamaica britannica, Brasile portoghese. Quelle africane dove la popolazione indigena viene repressa ma utilizzata economicamente: Algeria francese, Rhodesia britannica e Sud Africa olandese e britannico.
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Si può quindi definire il colonialismo indipendentemente dalle colonie? Il problema infatti è che non tutte le dominazioni da parte di popolazioni straniere sono state viste come illegittime dalle popolazioni che le hanno subite. Anche nella nostra stessa storia italiana difficilmente un milanese del ‘600 avrebbe considerato illegittimo il governo di sua maestà cattolicissima il re di Spagna, allo stesso modo come un egiziano del ‘700 non considerava illegittimo come suo sovrano il sultano ottomano di Costantinopoli. Andando più indietro nel tempo basti pensare ai regni ellenistici dell’antichità, dove una élite greca dominava su popolazioni con cultura e tradizioni completamente differenti.
Osterhammel ritiene che ci sono tre componenti che creano il moderno concetto di colonialismo. Il primo è che il colonialismo non è solo un rapporto fra “signori e servi” ma uno in cui una intera società è “derubata” della sua linea di sviluppo storica e manipolata da una forza esterna coloniale per i suoi interessi. Il secondo componente è il volere mantenere le differenze culturali e sociali fra il colonizzatore e il colonizzato, non concedendo alcuna concessione culturale ai popoli soggetti. Non esiste un sincretismo ellenistico nel colonialismo moderno, neppure uno romano, gli dei indù non sono stati accettati dalla società britannica come propri. E qui appunto veniamo al terzo componente che caratterizza il colonialismo moderno, cioè il senso di superiorità strutturale del colonizzatore, civilizzato, verso il barbaro colonizzato, concetto che ancora domina la cultura occidentale (ma non solo, vedi il Giappone).
Si arriva quindi a questa definizione del colonialismo:
Il colonialismo è una relazione di dominio tra una maggioranza indigena (o importata con la forza) e una minoranza di invasori stranieri. Le decisioni fondamentali che influenzano la vita delle popolazioni colonizzate vengono prese e attuate dai governanti coloniali perseguendo interessi che sono spesso definiti in una metropoli lontana. Rifiutando i compromessi culturali con la popolazione colonizzata, i colonizzatori sono convinti della propria superiorità e del mandato loro conferito di governare.
Come accennato prima possono esistere colonie senza colonialismo, dove gli indigeni sono stati o completamente espulsi o ridotti a popolazioni esigue come in Australia o America del Nord. Allo stesso modo ci può essere un colonialismo senza colonie, una sorta di colonialismo interno, dove certe caratteristiche che abbiamo visto sono rilevabili storicamente nella gestione, da parte del potere centrale, di certe regioni, solitamente culturalmente differenti. Il caso più evidente è quello della “frangia celtica” nelle isole britanniche, cioè Irlanda, Scozia e Galles, dove però un vero colonialismo si può rilevare solo in Irlanda, con un vero e proprio fenomeno di spossessamento delle popolazioni autoctone e insediamento di coloni inglesi organizzato dal potere centrale, oltre ad un apartheid religioso che è continuato fino ai giorni nostri. Anche nel nostro sud Italia si possono rilevare fenomeni di colonialismo interno, ne parla ad esempio anche Gramsci, senza però che diventasse una vera e propria struttura istituzionale.
Il concetto di impero presuppone una struttura di potere a stella, nella quale molteplici “periferie” sono subordinate a un unico centro imperiale. In questa configurazione, le relazioni tra le singole periferie sono storicamente deboli o secondarie rispetto al legame diretto che ciascuna di esse mantiene con la metropoli.
Osterhammel chiarisce che il semplice possesso di colonie non equivale automaticamente all’esistenza di un “impero coloniale”. Per poter parlare di impero coloniale è necessario che i possedimenti superino una determinata soglia quantitativa e sistemica. Casi come il Belgio (che controllava il Congo e il Ruanda-Urundi) o gli Stati Uniti (con le Filippine e Porto Rico) rappresentano esempi di possedimenti coloniali privi della struttura e della portata di un vero e proprio impero.
Anche nell’impero coloniale ci sono tre situazioni differenti, che spesso rappresentano anche tre diversi stadi dell’evoluzione del suo concetto.
Nell’impero coloniale formale il controllo si realizza attraverso l’imposizione diretta e l’annessione istituzionale con la sostituzione del potere politico locale che viene esautorato o sostituito da funzionari e governatori stranieri nominati dalla madrepatria. L’ordine politico preesistente cessa di esistere o smette di funzionare autonomamente.
Le funzioni statali primarie, quali l’imposizione e la riscossione delle tasse, l’amministrazione della giustizia, il controllo della polizia e delle forze armate, e la condotta della politica estera, vengono assunte interamente dai rappresentanti della potenza coloniale.
C’è poi l’impero informale (quasi coloniale) in cui la potenza dominante esercita una forte egemonia su uno stato più debole senza occuparlo militarmente in modo permanente né sostituirne l’amministrazione con un governo coloniale formale. La limitazione della sovranità dello stato debole può essere esercitata tramite “trattati ineguali”, come ad esempio furono quelli imposti alla Cina, o vere e proprie minacce militari come la “diplomazia delle cannoniere” e prevedono privilegi ed extraterritorialità alla potenza egemone, regimi di libero scambio senza sovranità doganale autonoma per lo stato debole e il diritto di stazionare truppe o navi da guerra in punti strategici del suo territorio o delle sue acque territoriali. Inoltre spesso i governi dello stato debole hanno consiglieri se non proprio ministri stranieri imposti dall’egemone, o un’élite locale “collaboratrice” dotata di sufficiente legittimità interna per governare ed eseguire gli accordi.
Mentre la sovranità coloniale formale su un territorio è esclusiva e indivisibile, l’impero informale permette la coesistenza di più potenze dominanti sullo stesso stato, regolata dal principio della “Porta Aperta” o dalla suddivisione del territorio in distinte sfere d’influenza, come ad esempio successe all’Impero Persiano diviso fra l’influenza britannica e quella zarista.
Ultima tipologia è la Influenza determinante non coloniale dove lo stato egemone non ha in essere nessun trattato di subordinazione verso uno stato più debole, ma la sua potenza militare e/o economica, che si esercita tramite alleanze militari e penetrazione delle sue multinazionali, ne limita grandemente la sovranità effettiva. Questa è la tipologia oggi preponderante nelle relazioni internazionali asimmetriche.
Osterhammel definisce l’imperialismo come il complesso di tutte le forze e le attività che contribuiscono alla costruzione e al mantenimento di imperi transcoloniali. Esso presuppone due elementi fondamentali da parte del centro imperiale: la volontà di definire i propri interessi nazionali come interessi “imperiali” e la capacità di imporre tali interessi su scala globale all’interno dell’anarchia del sistema internazionale.
La differenza fra imperialismo e colonialismo è che il primo non si limita alla gestione politica dei territori conquistati, ma appartiene al campo della politica internazionale. Nell’ottica imperialista le colonie non sono soltanto fini a se stesse, ma rappresentano vere e proprie “pedine” all’interno dei giochi di potere tra le Grandi Potenze. Per questo motivo esso viene gestito dagli organi centrali dello Stato (cancellerie, ministeri degli Esteri e ministeri della Guerra), laddove il colonialismo viene amministrato da burocrazie coloniali dedicate e dagli “uomini sul posto”.
L’imperialismo moderno richiede non solo la capacità di proiettare la forza militare, ma anche la capacità di garantire la tutela mondiale dei propri interessi e la penetrazione capitalistica di ampi spazi economici. Per questa ragione, Osterhammel suggerisce di usare il termine con cautela per gli imperi coloniali della prima età moderna, i quali non possedevano ancora la forza economica e tecnologica per realizzare una penetrazione informale o globale di questo tipo.
Potenze imperialiste a pieno titolo sono state quindi la Gran Bretagna nel XIX e XX secolo e gli Stati Uniti dopo di essa, anche se con un imperialismo senza un grande impero coloniale formale. Paesi come Francia, Germania, Russia (e poi l’Unione Sovietica) e Giappone hanno agito come potenze imperialiste in modo più circoscritto. Ciò è dipeso dal fatto che non hanno raggiunto una portata globale duratura oppure (come nel caso dell’URSS al culmine della potenza militare) erano economicamente troppo deboli per penetrare economie lontane. I Paesi Bassi, pur possedendo nel periodo tra le due guerre mondiali il terzo impero coloniale d’Europa per estensione ed importanza economica (le Indie Orientali Olandesi/Indonesia), non erano una potenza imperialista, poiché privi di ambizioni di politica globale, di forze militari adeguate e della capacità di esercitare influenza informale oltre i propri confini coloniali.
Più che una conclusione è quasi una premessa: il saggio di Osterhammel non è un “Libro Sacro” e le sue definizioni non sono quindi “inappellabili”. Anzi, ben volentieri, vi invito anche a contestarle nei commenti.
Rimane però il migliore testo che ho trovato che riesce a ricomporre un quadro teorico completo di questo fenomeno, evitando fra l’altro di entrare pesantemente in tutta la teoria post-coloniale, che non sempre ha prodotto riflessioni di grande qualità storica.
Ve ne consiglio pertanto la lettura, anche perché, oltre ai temi che ho qui affrontato, continua con una ampia disamina storica del fenomeno coloniale sotto i vari aspetti della conquista, del governo, dell’economia fino al periodo della decolonizzazione.
Anche per oggi è tutto.
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Bibliografia
Jürgen Osterhammel (1952) è uno storico tedesco specializzato in storia cinese e storia mondiale. È professore emerito all’ Università di Costanza.
Jürgen Osterhammel
Colonialism
A theoretical overview
Markus Wiener Publishers, 2005 (ed.orig. 1995)
Reperibile anche gratuitamente presso l’Internet Archive

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