Ariana Grande non pesa. Superstar a livello mondiale, target giovane, sta scomparendo davanti agli occhi del mondo intero. I primi articoli italiani a riguardo che riesco a recuperare sono datati 2023, ma da anni la vediamo spegnersi progressivamente. Un processo che va avanti da tanto, troppo tempo. Ma che oggi raggiunge il proprio apice - e speriamo si fermi qui. Stellina teen del canale Nickelodeon (su cui sono usciti retroscena di molestie e soprusi raggelanti, li racconta il documentario ‘Quiet on Set’ su Discovery Plus), come cantante ha venduto più di 100milioni di dischi in tutto il globo, ha vinto (finora) tre Grammy, è stata nominata due volte tra le celebrità più influenti dell’anno nella classifica del ‘Time’, conta una fanbase di irriducibili affezionati che, numerosissima e in ogni lingua del mondo, segue con affetto ed entusiasmo tutti i suoi progetti. Compresa la saga cinematografica ‘Wicked’ di cui è co-protagonista. Una vita fatta di indiscutibili successi, ma anche di tragedie personali: nel 2019 viene a mancare l’ex fidanzato Mac Miller.
Le condizioni di salute di Ariana Grande destano enorme preoccupazione. Per quanto chiunque cerchi di convincerci che non sia così. Sui red carpet per la presentazione del film ‘Wicked’ appariva già visibilmente emaciata. Ma online si diceva che quegli scatti fossero generati dall’intelligenza artificiale, che non corrispondessero alla realtà. C’è chi ha voluto crederci e chi no. Fino a qui liberi tutti. Liberi tutti mentre, comunque, purtroppo non si può negare che in quel di Hollywood e, più in generale, oltreoceano, stiano fisicamente scomparendo troppe ragazze e donne famose. Da Ariana Grande a Demi Moore, passando per Olivia Wilde e tante altre: nessuna aveva mai avuto, in partenza, una costituzione ‘robusta’ o in sovrappeso. Se non vogliamo tirar fuori lo spettro dell’Ozempic, ormai diffusissimo in USA, perché non sappiamo a cosa sia dovuta cotanta epidemia di dimagrimenti in battaglione, si può certamente dire che il ‘trend’ per le star sia cambiato: ora mostrano tutte le ossa, mentre la stampa mondiale le incensa di complimenti per ‘bellezza’ ed ‘eleganza’ (ne avevo scritto qui). Nessuno sembra accorgersi dell’evidente cortocircuito in corso. E questa è una delle cose più preoccupanti: non ci sono segnali d’allarme in virtù del dogma ‘non si parla dei corpi altrui’. E allora non ‘parliamone’, vediamoli:
Per quanto riguarda Ariana Grande, vedo molta confusione in giro. E, purtroppo, non riesco più a stupirmene. Proviamo a mettere in ordine le cose, con calma, a fare chiarezza su che diavolo stia succedendo per davvero, mentre certamente avrete letto espressioni tipo ‘gogna mediatica’, ‘hater’, ‘odio online’ contro una brillante cantante ‘costretta’ a ritirarsi, o comunque a prendersi una pausa, a causa della ‘cattiveria della gente sui social’. Bisogna parlarne perché, ahinoi, questi titoli sono favole. Favole con conseguenze e ripercussioni molto gravi, già in atto nel nostro quotidiano. Specie oggi dopo averla (intra)vista in tour e nel recentissimo ultimo videclip della canzone ‘Petal’. La situazione non si può più ignorare, per quanto molti lo stiano ancora facendo. Specie tra i fan che negano come santi crociati la realtà - qui e non solo qui, c’è un enorme problema di idolatria di cui però parleremo un’altra volta.
Purtroppo, tocca partire dal concetto più complicato per dirimere l’intera matassa. Ma proviamoci:
A quel livello non è possibile (e soprattutto non economicamente sostenibile) che non se ne accorga nessuno. O soltanto ‘poca’ gente. Tutto ciò per dire che Ariana Grande ha uno staff: management, professionisti che le curano i social e le campagne pubblicitarie (in altre parole l’hype, ndr), i tizi della discografica, quelli dell’ufficio stampa, l’industria del grande schermo e delle sette note. Se pensate che le superstar siano ‘100 % libere’ di fare ed esprimersi come gli pare, siete in errore e invidio il vostro candore. Che ho avuto anche io, in un tempo lontano:
Provengo da circa 15 anni in cui Tiziano Ferro è stato ‘etero e felice’. Vero? Avoja!
Ma vi posso assicurare che fin dai tempi di ‘Rosso Relativo’, il suo incredibile esordio discografico, quella fosse ‘la realtà’. ‘Realtà’ che ha influito non poco sulla vita di un ragazzo di 20 anni che aveva il sogno e il talento, di scrivere canzoni che oggi sono evergreen della musica nostrana. Tantissime. E la voce da uno su un milione. Eppure. Eppure un ‘teen idol’ in quegli anni non poteva essere né grasso (pesava 111 chili prima della fama e li ha dovuti perdere se no non gli avrebbero fatto firmare il contratto, nonostante l’album fosse già pronto e pieno di hit di suo conio). Men che meno ‘gay’: le ragazzine, come me, se ne dovevano innamorare. Quando in ‘E Fuori è buio’ Ferro canta ‘Ho passato tanti anni in una gabbia d’oro, sì forse bellissimo, ma sempre in gabbia ero’, aveva le proprie buone motivazioni per dirlo (qui un mio articolo, il primo a lanciare la questione, se volete approfondire la storia per intero).
Il punto: Ariana Grande ha un signor management, visto che la sua celebrità sposta milioni (di dollari e qualsiasi altra valuta del pianeta). Ora dovremmo credere che nessuna delle persone che la affiancano per lavoro si sia accorta del fatto che fosse in quelle condizioni di salute? No, impossibile. Non si muove foglia, specie a quei livelli, che business non voglia. L’hanno piazzata così su palchi e set apposta, prevedendo i commenti che sarebbero inevitabilmente arrivati. E il conseguente dibattito mondiale. Prevedendo anche se non soprattutto, di sfruttare tutto ciò come ‘pubblicità’. Quella a cui assistiamo è, in effetti, una enorme operazione di marketing, una campagna pubblicitaria (da vampiri senza scrupoli, ma tant’è).
Prima di ogni personalismo e idolatria, che troppe volte distrae dal cuore della questione facendo da dissuasore del traffico, tocca guardare le conseguenze. Quelle reali, non quelle raccontate nei ‘comunicati stampa ufficiali’.
Le conseguenze: da settimane, o forse mesi, tutti parlano di Ariana Grande. È una buona cosa nell’ottica del suo management? Sì. Perché l’intero mondo nel parla, appunto. La parola chiave qui è ‘tutti’. I toni non importano, chi si sbraccia a negare la realtà e chi invece solleva preoccupazione partecipa comunque allo stesso (sporco) gioco, già preventivato e voluto: rendere l’anoressia un’opinione. Come si direbbe sui social: un POV (punto di vista, ndr).
Molti, specie tra i fan ma non solo, sono ubriachi della retorica per cui ‘non si parla dei corpi altrui’, unica nonché ottusa eredità della ‘body positivity’ - ve la ricordate? È stato un ‘movimento social’ così importante, si son scritti fior fior di articoli a riguardo, tanti sono diventati personaggi famosi o comunque noti grazie al loro infuocato e indefesso ‘attivismo’ per la nobile ‘causa’ dell’empowerment dei ‘corpi non conformi’. In USA moltissimi di questi, la cantante Lizzo per dirne una, hanno già rinnegato tale recente e pasionario ‘passato’. Perché oggi si siringano di Ozempic, diventano silfidi e promuovono pubblicamente queste iniezioni miracolose che ‘fanno dimagrire in fretta, senza sforzi’, un sogno, ‘finalmente sono libera e felice’ (aridaje!).
Com’è possibile questo assurdo dietrofront sulla ‘body positivity’? Perché i ‘personaggi’, tantissime volte, non sono individui che ‘credono’ davvero in qualcosa, ma portavoci e megafoni del ‘Mercato’. Fino a un paio di anni fa il ‘Mercato’ imponeva che fosse ok pesare due quintali, a mo’ di risposta ai decenni di scheletri infilitti in qualità di standard estetico (ed economico) alla pubblica opinione. Oggi, qualcosa è cambiato: ora comandano le ossa.
E allora tutte le mostrano sui carpet, incartate in splendidi abiti da gran galà, immortalate dai flash dei fotografi, tra gli applausi del mondo intero per il loro successo e l’innegabile ‘bellezza’. Nonché la grancassa della stampa che, a voci unificate, ne racconta lo splendore manifesto omettendo l’evidenza: quelle sono e restano ossa. Le ossa non sono ‘belle’ da vedere’. Ma prima di tutto: non sono ‘sane’.
Finché vendevano Labubu ci potevamo anche e pur dolorosamente stare, ma ora in commercio c’è la morte.
Il problema, oltre alla salute di Ariana Grande, è il dibattito mondiale che s’è creato intorno al suo corpo, tra gente in buona fede e fanatici pronti a ribadire che il cielo sia viola.
Con la complicità dei media (tv, siti d’informazione, pagine social ecc) che, non so se ci avete fatto caso, mentre promuovono fisicità preoccupanti, invitano quotidianamente al silenzio. Per ‘educazione’, ‘rispetto’, ‘empatia’: non vorrai mica passare per ‘hater’, vero? No, tu sei una brava persona: dimostralo stando zitti. Sui social vanno piazzati soltanto cuoricini nei commenti a qualsiasi post, altrimenti il personaggio famoso di turno, essendo molto sensibile, s’offende. E potrebbe addirittura piangere. Per colpa tua che, esprimendo reazioni semplicemente umane di fronte a qualcosa che casomai non va, diventi parte della ‘gogna mediatica’, dell’’odio social’ e di almeno quattro piaghe d’Egitto contemporaneamente.
Del resto, si sa: le persone sono cattive, tutti leoni da tastiera, non va mai bene niente, poveri famosi, che vitaccia gli facciamo passare. Una narrazione 100 % controintuitiva: qualunque celebrità è esposta, ovvio non a minacce di morte e insulti ci mancherebbe, ma ai gusti del pubblico. In milioni apprezzeranno il nuovo look o il brano/film proposto (sempre pubblicamente). Altri milioni lo detesteranno. Ad ancora altri milioni non importerà nulla. Non è peccato, in generale, non gradire, preferire altro, non ascoltare. Per quanto s’impegnino a farci credere l’esatto contrario. E visto che a tutti interessa, in fondo in fondo, mostrarsi ‘buoni’, obbediamo al diktat retorico del ‘silenzio’. Mica, appunto, vogliamo passare per ‘hater’, quelli sono imbecilli, pecoroni, terrapiattisti, passibili di querela. Noi vogliamo stare tranquilli, ce lo meritiamo, siamo mansueti e ossequiosi.
Intanto, però, Ariana Grande non pesa. E non si può dire. Perché bisogna essere ‘empatici’. Ora vorrei capire dove stia l’empatia nel girarsi dall’altra parte, nell’ignorare che una qualunque persona stia male, anzi, marciando a velocità folle verso il camposanto. Sotto agli occhi del mondo. Al suo management non frega un tubo, loro vendono quello che hanno. E se l’unica maniera di ‘vendere’ Ariana Grande oggi era esporla in quelle condizioni, va bene lo stesso: ne parlano tutti. E, come detto, la parola chiave qui è ‘tutti’.
Mentre ‘ne parlano tutti’, però, assistiamo da mesi a un fenomeno bizzarro. Sui social si innescano grandi discussioni sul corpo di Ariana Grande: c’è chi sostiene che soltanto gli hater dicano che stia male per rovinarle la carriera e infliggerle sofferenze emotive. Altri, di fronte alle stesse immagini, suggeriscono che invece no: c’è oggettivamente qualcosa che non va, sarebbe necessario che questa donna si curasse quanto prima. Così, l’anoressia diventa un’opinione: tu da che parte stai? Cosa ne pensi? Ecco, questo non lo possiamo accettare.
Ok la caciara mediatica, il fanatismo (passiamoci sopra): ma le ossa sono ossa, cioè un’evidenza (grave), non un argomento di discussione, un ‘pò esse’. Sulla salute non si va un tanto al chilo. In questa maniera, assueffati da retorica che non c’entra niente, scegliamo automaticamente di rinunciare a guardare coi nostri occhi: applichiamo filtri indotti e ripetiamo narrazioni sentite dire in giro. Che diventano dogmi. Come la pubblicità: una cazzata che senti ripetere all’infinito ti entra in testa, vuoi o non vuoi. E finisce che compri. Per la canzoncina in sottofondo, per il bono dello spot, comunque non era qualcosa di cui sentivi il bisogno prima di incappare in quel promo. Fin qui, non c’è nulla di male. Ma la ‘pubblicità’, la stessa tecnica che sta alla base di ogni pubblicità, non può renderci ciechi di fronte alle ossa e a una persona che ha bisogno di aiuto. Se ‘normalizziamo’, parola sempre orrenda, questo surregito e insistito fare finta di niente, finiremo per fare lo stesso nella vita reale, prima o dopo: non ci accorgeremo neanche che ci sia un problema, nel momento in cui ci si parerà davanti.
Pensate a un’amica, a una figlia, a una mamma, ma pure a un papà. Davvero ignorereste qualcuno a cui volete bene se ‘d’improvviso’ vi si presentasse pelle e ossa? E lo fareste per ‘empatia’ ed ‘educazione’, perché questi dice che ‘sta bene così’ e allora è doveroso rispettare la sua volontà? Bimbi, una persona anoressica vi dirà sempre che sia tutto ok: fa parte della malattia negare la realtà. E mentire.
Anche compiacersene. La soddisfazione che dà vedersi, sempre di più, lo scheletro è un’esperienza che non auguro a nessuno. Fa sentire potenti, però, è l’adrenalina del ‘controllo’. E più sguardi preoccupati si ricevono, più aumenta il gusto: sono conferme dell’ottimo ‘lavoro’ su se stessi, fin lì. E che deve continuare. Se qualcuno non interviene prima, fino al cimitero. Ciò che ‘vuole’ una persona anoressica è, purtroppo, del tutto irrilevante, non conta. Perché la sua ‘volontà’, appunto, la sta portanso all’autodistruzione (pure compiaciuta). Quindi sì, anni fa Ariana Grande ha pubblicato una storia Instagram in cui pregava tutti quanti di ‘non commentare il suo corpo ed essere gentili’. Amen, non funziona così.
Il management di Ariana Grande ha scelto di fatturate con ciò che aveva in mano, quindi con la malattia della cantante. Non ha altra spiegazione l’esistenza del videoclip di ‘Petal’, uscito negli ultimi giorni (e già fatto sparire da Instagram perché considerato content un filo troppo ‘forte’). Lì vediamo ciò che resta di Ariana sottoporsi a provini, davanti a una commissione di vecchi uomini col sigaro a cui non piace mai. C’è una precisa scena in cui uno di questi scrive ‘Perdere qualche chilo non ti farebbe male’. E che senso avrebbe mai se non riportare, come se ce ne fosse bisogno, riportare l’attenzione proprio su questo tasto (di cui però, occhio, non si deve parlare?). Alla fine, la nostra li fa fuori tutti con una motosega. Mentre il testo del brano è pieno di rabbia e frustrazione per come la gente la vorrebbe, ossia diversa da ciò che è (ora).
Non dubito che Grande sia stata felicissima di girare tale video, le dà ragione in tutto, accarezzando e incentivando le problematiche di qualunque mente soffra di disturbi alimentari: ‘hai ragione tu, solo che il mondo non ti capisce, ce l’ha con te’. Risultato: 9.7 visualizzazioni in due giorni. 9.7 persone che ne parleranno tra chi si mostrerà ancor più preoccupato per lei e chi, invece, continuerà a ‘difenderla’. Ancora, l’anoressia diventa un’opinione, soggetta a infiniti punti di vista, sempre più messa in discussione.
Dopo il video di ‘Petal’, già l’indomani, lo staff di Ariana Grande ha diramato un comunicato stampa ufficiale che annuncia una pausa della cantante dalle apparizioni pubbliche a causa dei ‘continui giudizi del pubblico’. Quindi ufficiale: è colpa nostra. Lei completerà le date del tour che le rimangono, ma poi farà ‘un passo indietro’ dalle scene perché la gente è troppo cattiva. Saranno buoni, invece, quelli che l’hanno piazzata su palchi e set in queste condizioni, sapendo benissimo cosa stessero facendo e soprattutto cosa si sarebbe scatenato (immagino, a differenza della stessa Ariana, convinta che avessero prodotto la sua musica, al solito. Ci sono enormi possibilità che Grande non si renda manco conto di non stare bene. E ciò la rende, semplicemente, più ‘manovrabile’ dall’industria di brave persone che la circonda e ‘sostiene’).
Incredibile che un personaggio pubblico venga commentato, il che non significa per forza ‘giudicato’, dal pubblico, vero? Infatti, no. Proprio per niente. Ma lo staff che ha architettato la comunicazione di Ariana Grande, della sua intera ‘Petal era’ sapeva benissimo che sarebbe andata a finire proprio così, con questa nota che tutto il mondo si ritrova davanti e che trasuda senso di colpa imposto.
In tal maniera, il ‘sacrificio’ (artistico?) di Ariana Grande segna un precedente: vi ricordate tutto il male che le avete fatto? Addirittura è stata ‘costretta’ a ritirarsi per le troppe cattiverie social. Dopo il rilascio di un solo singolo, pensate. Sarà affranta, distrutta, disperata, siete carogne. Riflettete bene, la prossima volta, prima di scrivere la vostre scempiaggini. In molti, soprattutto giovanissimi fan, già bestemmiano. Ovviamente, non contro i reali colpevoli dell’evidente disastro.
Il supporto dei media verso tale narrazione vittimistica e sbagliata non tarda ad arrivare, contribuendo a creare quella tipica situazione per cui, in un mondo in cui tutti leggono soltanto i titoli e pensano di essere informati, ‘se scrivono così, allora sarà così’.
“Così la gogna social sul suo corpo ha sfinito la star’. Certo, per raccontare cosa succede è più semplice e intuitivo, per chi legge, appoggiarsi a concetti già conosciuti: come ‘la gogna social’, appunto. Si sa che le persone esagerano coi commenti online, povera stella, chissà che le avranno fatto passare. E ‘sapendo’ ciò c’è chi, pure se manco conosce o segue Ariana Grande, parte con l’indignazione a casaccio.
I miei preferiti sono tutti quei (wannabe) TikToker che si uniscono al mercato del pesce sull’argomento, sostenendo una versione o l’altra, tramite reel coi faccioni accoratissimi, a seconda di quel che il trend #ArianaGrande suggerisce di dire: mi fa più engangement mettermi contro i fan e nutrirmi del rage-baiting che ne deriverà oppure mostrarmi Maria Addolorata che si strappa i capelli per lei, addirittura costretta al ritiro dai cattivoni dei social? A nessuno di questi frega un belino di nulla, all’infuori dei propri numerelli (da incrementare, sempre).
Prima di pigiare play su qualunque contenuto (o comunque prima che vi salti in braccio scrollando) dovete assolutamente sapere che, a monte, il ‘ragionamento’ che fa nascere il ‘parere’ spontaneo dei TikTokerini - e purtroppo non solo - è ‘sta roba. Nulla di più.
E pure questo, ovvio, contribuisce alla frammentazione, alla Torre di Babele generalizzata, al ‘pò esse’. Molti hanno il proprio ‘opinionista’ di fiducia sui social e ‘se lo dice lui/lei, allora è così’. Quindi, si ripete. Senza guardare, si ripete. Lo stesso vale, come detto, per i titoli delle testate. Quindi, si ripete. Senza guardare, si ripete.
Così, tra ‘informazione’ flash ma genuflessa alle logiche dell’algoritmo e narrazioni semplificate sin dal titolo, nessuno ricorda che al centro di tutto ciò ci sarebbe e c’è una persona, una donna di poco più di 30 anni che non pesa più niente. E che questo non dovrebbe rientrare a far parte di nessun tipo di pubblicità, in un mondo vagamente onesto che purtroppo non è quello in cui viviamo.
Mi sento in colpa sì e davvero per essere entrata in tale dibattito e, in qualche misura, per diffondere contenuti, le stesse immagini di Ariana Grande, che potrebbero facilmente diventare ‘trigger’ (aspirazionali, ndr) per troppe persone che soffrono di disturbi alimentari. Ma a fronte dei numeri su cui essa già può contare, sono un’ininfluente goccia nell’oceano. La questione però mi sta a cuore davvero, lo so difficile crederlo nell’era del ‘performativismo’. E mi sta a cuore anche perché sono stata, ai tempi delle superiori, una di quelle persone che s’affamavano. Ricordo benissimo come funziona e questa malattia non è uno di quei casi in cui le dinamiche ‘cambiano’ da individuo a individuo. Può essere differente la causa scatenante, ma il processo mentale, la dipendenza che si crea verso la continua perdita di peso è uguale per tutti. Tornare indietro è complicato, non impossibile, ma complicato. E non voglio stare in una realtà che incentiva o finge di ignorare una malattia mortale. Che la mette in discussione, che la rende un’opinione tra le tante. L’anoressia non è il nuovo haircut audace di questa o quella influencer, nemmeno un gossip per cui si può scegliere da quale parte stare a chiacchiere.
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