2021, a Houston (Texas) c’è aria di gran festa per il mega-concerto di Travis Scott, trapper amatissimo dai ragazzini. È appena finita la pandemia, per molti si tratta del primo concerto dopo il lockdown o del primo in assoluto, nella vita. Travis Scott era (ed è) un’istituzione mondiale, ma in questo caso anche locale: nato e cresciuto a Houston, una specie di santo patrono. Molti fan lo definiscono ‘il Messia’, come recita il trailer del docu-film Netlix (doppiato in italiano) su quella che, purtroppo, sarebbe passata alla storia come la tragedia di ‘Astroworld’. Premetto fin da subito, come ho già scritto nel sommario di questo articolo, che Live Nation e Travis Scott (insieme a tutti gli altri membri che si sono occupati della logistica dell’evento) sono stati prosciolti in quanto dichiarati dalla giustizia americana ‘penalmente non responsabili’. Inoltre, le dieci cause per omicidio colposo contro la stessa Live Nation si sono risolte ‘in via extragiudiziale per importi non rivelati’.
In pratica, considerazione personale, non è colpa dell’organizzazione nemmeno quando la gente muore.
Lo dice la Legge.
Il 5 novembre 2021 si è tenuta la seconda edizione - doveva essere la terza, ma la rassegna è saltata nel 2020 causa Covid - del Festival di Travis Scott, Astroworld. Presenti sui vari palchi tantissimi altri trapper di grido, a target giovanissimi. “Peccato per chi non ci sarà perché è già tutto sold out”, ammiccava la radio parlando dell’evento. Lo so perché ho visto il documentario Netflix in cui si dà voce ai sopravvissuti, agli addetti alla sicurezza e ai paramedici che hanno attraversato questa apocalisse in Terra. All’inizio, viene spiegato molto bene il battage pubblicitario dell’epoca. Ciò che leggerai in questo articolo, si attiene scrupolosamente a quanto descritto all’interno del documentario.
Tengo a dar notizia di tale terribile vicenda per un motivo ben preciso: Live Nation organizza, anche in Italia, i principali concerti, anzi i tanto discussi ‘grandi eventi’. Compresa, per esempio, la doppia data del fenomeno mondiale Bad Bunny a Milano.
Voglio cominciare subito dalle vittime: parliamo di 10 morti, qui di seguito ricordo i loro nomi. Tutte persone giovanissime: tra i 9 (!) e i 27 anni. Oltre ai 300 feriti stimati ufficialmente. Otto decessi sono avvenuti sul posto, altri due in ospedale. Tra questi, il bimbo di 9 anni Ezra Blount che fu tranciato dalla folla dopo essere stato separato dal padre, sempre per via della calca.
Axel Acosta, 21 anni, Tieton (Washington)
Danish Baig, 27 anni, Dallas (Texas)
Ezra Blount, 9 anni, Dallas (Texas)
Madison Dubiski, 23 anni, Cypress (Texas)
John Hilgert, 14 anni, Houston (Texas)
Jacob Jurinek, 20 anni, Naperville (Illinois)
Franco Patiño, 21 anni, Naperville (Illinois)
Rudy Peña, 23 anni, Laredo (Texas)
Brianna Rodriguez, 16 anni, Houston (Texas)
Bharti Shahani strong>,22 anni , College Station (Texas)
Sempre all’interno del docu-film Netflix, è l’ingegnere Scott Davidson, Crowd Safety Expert (ossia Esperto di sicurezza delle folle, ndr), a fornire i maggiori dettagli sull’accaduto. Riporto le sue parole, testualmente:
«Risulta che Live Nation abbia venduto 50mila biglietti per il Festival. Ma quei biglietti sono stati venduti prima di pensare a come poter gestire un simile numero di persone in sicurezza. Dopo il fatto, i periti dell’accusa hanno esaminato le prove e hanno ritenuto che sotto al palco ci fosse una capacità di massimo 35mila spettatori. Ciò significa che gli spettatori per la performance di Travis Scott (50mila, ndr) superavano ampiamente il limite ragionevole. E come se non bastasse, c’è stata la grande confusione ai cancelli, che ha consetito l’ingresso a un numero imprecisato di persone»
Per quanto riguarda ‘la grande confusione ai cancelli’, ossia la calca di ragazzi che ha superato i controlli scavalcandoli in blocco, una precisazione arriva da Mark Lentini, all’epoca comandante della polizia di Houston:
«Si sa come sono i giovani, non giustifico il loro comportamento. Però, lo comprendo. Quello che stava accadenso era prevedibile. Ma non sembravano esserci piani di emergenza. Hanno perso il controllo degli accessi. Così la gente entrava senza biglietto e il caos era incontenibile. Noi cercavamo di riportare la situazione sotto controllo, ma era impossibile»
Ancora più chiare, prima che, come è purtroppo uso e costume nel nostro Bel Paese, si diano colpe ai morti, le ulteriori dichiarazioni dell’ingegner Davidson che chiarisce la dinamica della tragedia costata la vita a dieci persone (e che ha causato oltre 300 feriti ‘stimati’), ravvisandole interamente nella logistica e nella struttura in cui il maxi-evento ha avuto sede:
«Mi occupo della gestione della sicurezza pubblica in contesti ad alto rischio. L’ideale sarebbe essere coinvolti durante la progettazione dell’evento. Ma di solito ci chiamano quando si è verificato un incidente. All’indomani della tragedia di Astroworld, mi è stato chiesto di lavorare con Live Nation. Volevo vederci chiato su quanto accaduto. E avevo in mano un’infinità di prove:
Non è che non ci siano stati segnali d’allarme. Il punto è che quei segnali sono stati palesemente ignorati.
E ora veniamo alla descrizione delle cause del disastro, sempre tramite l’ingegner Davidson nel documentario Netflix - e non soltanto lì, visto che ha studiato tutte le carte (anche per il processo):
A differenza degli altri anni, Travis Scott ha tenuto un palco inutilizzato per tutta la durata dell’evento. Così, quando ha iniziato lo show proprio da quel palco, in migliaia si sono radunati lì tutti nello stesso momento. E come se non bastasse, la folla che avanzava lateralmente ha reso la situazione ancora più pericolosa, premendo contro le barriere disposte a T. All’arrivo del pubblico, il sistema di configurazione dello spazio ha creato una sorta di trappola sul lato sinistro: le persone hanno continuato ad ammassarsi fino a restare bloccate.
Tutti e dieci i decessi sono stati causati da asfissia da compressione dovuta al poco spazio.
Davidson prosegue mostrando messaggi che ‘vertici di Live Nation’ si sarebbero scambiati alla vigilia dell’evento e che, immagino, siano stati depositati agli atti del processo. Lo immagino perché vengono fatti vedere anche durante il docu-film Netflix.
Nei giorni che hanno preceduto l’evento, alcune delle figure chiave del team dirigente di Live Nation si sono scambiate dei messaggi: sostenevano che 50mila fan fossero troppi. Sapevano che sarebbe stato un problema. Di fatto, l’area sotto al palco di Travis rischiava di essere sovraccarica. Inoltre, la cattiva progettazione dell’evento ha fatto sì che gli spettatori giunti si accalcassero e rimanessero schiacciati e intrappolati.
Mentre la situazione si fa sempre più critica, in realtà slo è fin da subito, per gli spettatori, il trapper sul palco, Travis Scott, continua lo show. Incurante delle ambulanze che pur vede arrivare e che cercano di farsi largo tra la folla. Sottolineiamo che, in genere, qualunque artista di regola ferma il concerto appena intravede una persona tra il pubblico che perde i sensi o che ne dà l’impressione. Ma qui dovremmo credere (ok giustizia americana ci crediamo, ndr) che il nostro non si sia accorto dell’ingombrante intervento dei soccorsi. Sarà così, ma i video postati su TikTok, molti tra i presenti sono anche andati in diretta social per mostrare quanto stesse capitando, raccontano anzi mostrano una storia differente.
Ora, il prossimo video che devo inserire è molto pesante perché purtroppo riguarda una persona moribonda (o forse addirittura già deceduta, ndr) soccorsa durante la tragedia. Mentre il trapper prosegue col suo maxi-concerto. Guardatelo a vostra discrezione. Non è per tutti. Non sarebbe dovuto nemmeno succedere, se è per questo.
Il pubblico, terrorizzato e immobilizzato dalla calca che si è venuta a creare - causata, a monte, dalle falle della logistica - dalle prime file continua a gridare aiuto. Ma l’artista, forse per via della musica troppo alta (?) non s’accorge di niente. Intanto, gli stanno segnalando che un’altra persona ha perso la vita. Ma lo show non si ferma. Neanche quando alcuni ragazzi coraggiosi, riuscendo a muoversi non senza fatica, si guadagnano il palco per urlare: ‘Qualcuno è morto! Per favore, interrompete tutto!”.
Qui di seguito propongo quanto riporta il documentario Netflix riguardo all’intervento di un vertice Live Nation che s’arrischia dietro le quinte per parlare con un tecnico del suono e dare lo stop allo show. Sono le 21.51 (show iniziato da un’oretta, ‘disagi’ inclusi):
«Al momento sono in corso quattro rianimazioni - dice il dirigente Live Nation al fonico - Due persone sono probabilmente morte. È molto molto grave. Ci sono più vittime da schiacciamento di quante ne abbia mai viste in 25 anni di carriera. Dobbiamo avvertire Travis con gli auricolari per fargli capire cosa sta succedendo. Dobbiamo chiudere l’evento in 8 minuti, alle 22»
Lo stop alle 22 comunque non avviene. Anzi, alle 22.13 sale sul palco Drake, altro ospite attesissimo, per duettare con Travis Scott. Ma stando a quanto riporta Davidson, l’ingegnere, ci sarebbe di più:
«Altri messaggi inviati poco prima che Travis salisse sul palco, dimostrano che Live Nation fosse consapevole della tragedia in corso. Ma quando sono intervenuti, ormai era troppo tardi.
L’inefficace comunicazione con i piani alti è all’origine di quanto avvenuto. Qualcuno avrebbe dovuto parlare apertamente, alzare la mano e dire ‘Time out! Tutto questo non ha senso. Perché rischiare?”»
Già. Purtroppo, però, non è successo. E l’ingegner Davidson si lascia andare a un’accorata considerazione personale:
«Quello che il tecnico abbia riferito a Travis non lo sappiamo, ciò che è certo è che la conversazione per lo scambio di informazioni sulla gravità dell’emergenza tra le forze dell’ordine e Live Nation abbia concesso più tempo allo show . E così, Drake è salito sul palco (insieme a Travis, ndr)»
«Una brusca interruzione del concerto avrebbe potuto seminare il panico tra la folla. Ma la gente stava morendo.
L’idea che una esibizione possa proseguire mentre viene praticata anche una sola rianimazione di per sé è folle, senza precedenti. E in quel caso ne erano in corso molte. Tra tutte le cose che più mi sconvolgono, ce n’è una che non mi va giù: come hanno potuto andare avanti?»
Subito dopo la fine dell’evento (?), Travis Scott posta una storia Instagram molto discussa: in rigoroso bianco e nero si dice dispiaciuto perché ‘i miei fan sono tutto per me’. E buonanotte. I sopravvissuti e anche i paramedici che raccontano la tragedia all’interno del documentario Netflix su Astroworld, ancora oggi ribadiscono l’impressione avuta all’epoca di fronte al filmatino: “Sembrava che lo stesse dicendo tanto perché doveva, non ci è parso per niente sincero. Questo, se possibile, ci ha scioccati ancora di più. Non gliene fregava niente che fosse morte della gente? Davvero?!”.
Del resto, Travis Scott, perdonatemi se non parlo della sua musica ma non mi pare questa l’occasione più adatta, negli anni si era fatto una reputazione: c’erano già stati problemi di sicurezza in altri Festival, legati a colpi di testa del nostro sul palco. Per esempio in Svizzera, nel 2015. Quando il trapper, scendendo tra il pubblico, ha ripetuto alla folla ‘Pestatelo! Pestatelo!” rivolto a un ragazzo che gli aveva sfilato (o appena toccato non si sa, ndr) una scarpa.
O al Loolapalooza, sempre 2015, quando l’artista è stato arrestato per aver incitato la folla a superare le transenne di sicurezza gridando “Obbedite ai miei ordini!”, nonostante l’impegno degli addetti di sicurezza a contenerlo.
Ora, già all’indomani rispetto alla tragedia, ecco arrivare una delle parti che personalmente considero più vomitevoli (e tra tutte, va detto, è una gran brutta gara).
I telegiornali danno notizia dei morti e dei feriti ad Astrowrld cominciando a insinuare un abuso di droga da parte delle vittime che le avrebbe portate al decesso. O anche ai vari ferimenti. Chi sosteneva tutto ciò? Forze di polizia? Paramedici presenti? No, l’accusa ai defunti schiacciati viene proclamata a fronte di un ‘sources says’. Cioè letteralmente ‘fonti dicono così’. Insomma, qui il tentativo mediatico di chiuderla in fretta addossando responsabilità al pubblico è evidente: “Sono morti perché stavano strafatti, cosa c’entra l’organizzazione?”. Non voglio immaginare la reazione dei genitori del bambino di nove anni, Ezra, il piccolo che ha perso la vita là in mezzo a causa, ovvio, dei suoi gravi e risaputi problemi di tossicodipenza. Personalmente, un abbraccio grandissimo a parenti e amici di tutte le vittime lo voglio mandare, da qui, ancora oggi. L’informazione nazionale stava realmente cercando di far passare per drogati ragazzini morti schiacciati. Che avevano la sola ‘colpa’ di essere andati a un concerto. Magari il primo della loro intera vita. Di sicuro, il primo dopo gli anni di lockdown causa pandemia. Se c’è una buona notizia in tutto ‘sto sfacelo è che, se non altro, i media stanno dalla nostra. Vero?
Nonostante tali encomiabili tentativi, il guaio e l’eco dello stesso non accenna a diminuire nel corso del tempo. E che si può fare, allora? Una bella intervista cuore a cuore a lui, ‘il Messia’, Travis Scott. Possibilmente, video. E infatti arriva, la pubblica Billboard, il 9 dicembre 2021, quindi a un mesetto dall’accaduto. Qui ne propongo una clip. Di seguito la trascrizione, con domande e risposte, dello stralcio in cui ‘il Messia’ si dedica alla nobile arte dello scaricabarile.
Alcuni dicono di aver sentito delle persone gridare aiuto per richiamare la tua attenzione. Tu le hai sentite?
No, per niente. Io sono il tipo di artista che ferma lo show non appena si rende conto che qualcosa non va. Non ho sentito quelle urla.
Qualcuno ti ha comunicato che avresti dovuto fermare lo spettacolo?
Sì. Quando gli ospiti sono scesi dal palco, mi è stato detto che avremmo interrotto lo show. E lo abbiamo fatto. Non c’è altro. Nient’altro…
Non ti hanno detto ‘Fermati subito’?
No, nessuno me lo ha detto.
Capisco. Secondo alcuni, la tragedia sarebbe il risultato di una pessima organizzazione e della mancanza di personale durante l’evento. Tu c’entri qualcosa in tutto questo?
Come artista ho un controllo parziale di quello che succede sul palco. E ho delle persone che si occupano del pubblico.
Non mi permetto di dire che Travis Scott qui stia mentendo, almeno in alcuni punti, mai mi azzarderei. Comunque c’è un video all’interno della trascrizione, qualora, come lui, ve lo doveste esser persi. Date pure un occhio.
Non sto ad attanagliarvi con i cavilli della causa legale nata dopo la tragedia di Astroworld. Mi limito, semplicemente, a riportare come sia andata a finire, anche qui prendendo a prestito quanto scritto nei titoli di coda del documentario Netflix. Come si è conclusa la ‘controversia’, dunque? Così: ‘Live Nation, Travis Scott e nessun altro individuo è penalmente responsabile’. Ma c’è di più:
Nel 2023 il Gran Giurì di Houston ha stabilito che nessun individuo è penalmente responsabile delle morti all’Astroworld. Le dieci cause per omicidio colposo contro Live Nation, Travis Scott e altri, sono state risolte per via extragiudiziale e per importi non rivelati.
Nel 2024 Travis Scott ha battuto ogni record con il tour più redditizio nella storia del rap, generando oltre 240 milioni di incasso. Il tour è stato prodotto da Live Nation.
Non voglio chiudere con quanto ha stabilito la giustizia, pur prendendone atto e riportandolo come purtroppo devo fare. E ho fatto. Preferisco concludere dando voce alle parole di una sopravvissuta, le stesse con cui termina il documentario Netflix su Astroworld in cui, tocca dire, dieci persone sono morte e oltre 300 son rimaste ferite ‘per caso’, senza alcuna ‘responsabilità’ da parte di terzi. È successo, può succedere, capita, insomma. A maggior ragione, trovo d’obbligo riportare la testimonianza di questa ragazza che ha visto i suoi amici morire la sera del 5 novembre 2021, in quello che doveva essere ‘il giorno più bello della loro vita’:
«Chi ha giocato al risparmio, deve pagare. Voglio che le vittime abbiano giustizia e che le cose cambino. Qualcuno chiederà scusa? Vorrei che la gente ci ascoltasse quando diciamo che così non va bene. E che i concerti non sono questo»
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