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L'altra biblioteca · Dec 28, 2025

Bonus LAB: Letture notevoli del 2025

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L'altra biblioteca · L'altra biblioteca

Il Laboratorio del 24 dicembre non è arrivato perché non c’era niente da condividere.
Il prossimo Laboratorio arriverà il 21 gennaio.

L’immagine di copertina è una fotografia di Catherine Deneuve scattata da Douglas Kirkland (compare anche sulla copertina di Io donna e gli altri di Milena Milani).

E ora, l’elenco delle letture notevoli del 2025.


Maddalena della Palude – Orsola Nemi (Longanesi)

Anni fa, leggendo una raccolta del critico Emilio Cecchi, mi ero imbattuta nella sua recensione di questo romanzo. Siccome ne conservavo nozioni confuse e online non è facile capire di cosa tratti, sono stata a lungo convinta che fosse ambientato in Campania e che il personaggio principale fosse un prete alle prese con presenze demoniache.
In realtà, le vicende di Maddalena della Palude hanno luogo in un fosco Seicento, quando vari abitanti di un villaggio della Francia sud-orientale stringono — in maniera più o meno consapevole — un patto col Diavolo. Che cosa vogliono? Soddisfare i loro bisogni più banali e impellenti: sesso e potere.

Splendida la scena in cui uno dei tre protagonisti incontra il “signore delle mosche”:

Alzando le palpebre [Luigi] vide, seduto sullo sgabello vicino alla lucerna, un uomo pallido, vestito di grigio, che lo guardava col capo piegato su una spalla. Aveva il viso smorto e gonfio, e il suo sguardo usciva come una luce dai fori di una maschera, usciva dal nero dietro alla maschera, non da occhi vivi. […]
Tu sai benissimo il mio nome” disse la figura che sedeva accanto alla lucerna, “ma non vuoi dirlo, hai paura a pronunciarlo, e sai benissimo che io sono qui perché tu mi hai chiamato. Tu credi di non avermi voluto chiamare, credi che sia stato il caso. La mia venuta non è mai un caso, ma sempre un risultato. Tutto nella tua vita si è andato disponendo in modo da far posto a me, i tuoi desideri tracciavano già nel vuoto i limiti del posto che io avrei dovuto occupare. Eccomi.”
Soffro” mormorò Luigi Gauffridi, “guariscimi.”
Non sono medico”, gli fu risposto.

Oggi è molto più comune proporre un’interpretazione blandamente trasgressiva, dove si decide di accodarsi al diavolo come ribellione a Dio, sottinteso alla Chiesa2. Forse per questo mi ha affascinato un romanzo per il quale il Diavolo rimane il maligno. Nonostante filtri più volte un certo conservatorismo da parte di Nemi, l’austerità della prosa e la sicurezza nel condurre la narrazione mi hanno conquistato.

Per le autrici italiane del Novecento è un buon momento, visto il numero di ristampe e repêchages. Anche di Orsola Nemi qualche anno fa è stato riproposto un libro, Diario di una donna timida, che però temo non abbia fatto granché giustizia alla scrittrice. Spero che qualcuno ristampi presto Maddalena della Palude! Anche se bisognerà fare uno sforzo in più per venderlo, immagino, visto che non si può ricadere sui triti stereotipi delle streghe.
Ho già in mente di leggere altro di suo, ma non ne svelerò il titolo per poterlo comprare a prezzi stracciati su Ebay.

La morte del Vazir-Muchtar – Jurij Tynjanov (Silva Editore, traduzione di Giuliana Naspi3)

Brillante fin dalla più giovane età, autore della celebre (tragi)commedia Che disgrazia l’ingegno!, Aleksandr Griboedov (1795-1829) è uno di quegli scrittori resi più interessanti dal loro day job, nel suo caso la diplomazia.
Uscito nel 1927, questo romanzo di Jurij Tynjanov segue le sue vicende prima e dopo la nomina a un posto di grande importanza: ministro plenipotenziario in Persia (il vazir-muchtar, appunto).
Tynjanov, tra i membri più importanti della scuola formalista russa, ritrae Griboedov mentre si muove tra le capitali dell’impero zarista, Teheran e la Tbilisi della sua giovane moglie georgiana.
Sullo sfondo, il conflitto tra Russia e Inghilterra per affermare la supremazia della propria influenza in terra persiana.

Come era terribile la vita di coloro che si trasformavano, la vita di quelli degli anni venti il sangue dei quali si era trasferito altrove!
Sentivano su di sé gli esperimenti diretti da una mano estranea, le dita della quale erano ferme.
Il tempo fermentava. Il tempo fermentava sempre nel sangue, in ogni periodo c’è una particolare forma di fermentazione.
Negli anni venti ci fu una fermentazione simile a quella del vino: Puškin.
Griboedov fu una fermentazione di aceto.
[…]
Un uomo, non alto di statura, giallo in viso e compassato, occupa la mia immaginazione.
Egli è coricato, immobile, i suoi occhi sono lucidi dopo il sonno.
Egli tende la mano verso gli occhiali, verso il tavolino.
Non pensa, non parla.
Non era ancora stato deciso nulla.

Lontano dallo stereotipo paludato del romanzo storico, La morte del Vazir-Muchtar è un testo complesso, polifonico, forse l’ideale combinazione di autore e soggetto. Ho trovato intrigante la contrapposizione con…

Isotta – Irina Odoevceva (Adelphi, traduzione di Claudia Zonghetti4)

Pubblicato nel 1929, Isotta è contemporaneo al romanzo di Tynjanov, tuttavia si trova all’opposto dello spettro: ambientato nel presente, è incentrato sulle vicende di alcuni adolescenti della diaspora russa stabilitasi in Francia.
Intorno alla triste premonizione che fin dall’inizio definisce la protagonista Liza5, Odoevceva intreccia le vicende della raffinata madre Natalija, che lavora come cantante e, soprattutto, come mantenuta; dell’intemperante fratello Kolja; di Cromwell, un coetaneo britannico catturato dal fascino di Liza.

«Un falò...» disse, e non staccava gli occhi dal fuoco. «Sai, mi piacerebbe finire bruciata. Kolja dice sempre che, se fossi vissuta nel Medioevo, mi avrebbero messa al rogo come strega».
«Ma no! Saresti stata una monaca, piuttosto. Con quegli occhi. O forse una monaca-strega».
Liza batté le mani.
«Sarebbe meraviglioso. Di giorno pregherei sempre senza mangiare nulla, inginocchiata con la mia veste nera e la croce sul petto, e di notte volerei sulla scopa in cerca di un sabba» e inforcò l’attizzatoio come un cavallo. «Yu-huu, su e giù nel cielo senza toccare mai terra!» gridò. Il bagliore rosso del fuoco la illuminava.
Andrej trasalì.
«Smettila, sei davvero una strega».
Le scappò un risolino, prima di ricominciare a gettare legna sul fuoco.
«Sai,» disse lui «se ti senti così, dovresti scrivere poesie».
Liza scosse la testa.
«No, no. Ora le poesie le scrivono solo i vecchi o gli sciocchi».
«Sei buffa, Liza. Ora, una volta: non è la stessa cosa? Cosa pensi che dovremmo fare, ora?».
Liza alzò gli occhi su di lui.
«Dovremmo vivere senza sognare».

Sia Isotta, sia La morte del Vazir-Muchtar hanno esiti tragici. Una reminiscenza, le parole di un’altra Liza dalla fine de L’idiota:

«Piantiamola con le esaltazioni, bisogna ricominciare a ragionare. E tutto questo, tutta questa Europa, tutta questa esaltazione di ciò che è straniero, è solo fantasia, e anche tutti noi, all’estero, non siamo altro che fantasia... ricordate le mie parole, ve ne accorgerete voi stesso!»

Angel – Elizabeth Taylor (Virago6)

Dopo aver letto un altro romanzo di Elizabeth Taylor, A Wreath of Roses, rimanendone incantata, mi sono sempre ripromessa di continuare con la sua opera. Il momento giusto è arrivato solo quest’anno, quando ho cominciato a leggere Angel senza mai fermarmi.
Angelica Deverell è una scrittrice di brutti romanzi: stile scadente, personaggi eccessivi, eventi improbabili. Eppure i suoi libri, per un certo periodo, raccolgono un enorme successo. Figlia di bottegai, l’ignorantissima e antipatica Angel diventa abbastanza ricca da comprare la grande casa signorile della zona e può sposare il bel fannullone per cui prova un amore freddo ma non per questo meno possessivo.

Per strana coincidenza, in Angel ci sono interessanti eco con I divoratori di Annie Vivanti7 (Sellerio), una delle mie ultime letture. Il concetto alla base del romanzo di Vivanti è che i giovani e le persone di genio divorano chi sta loro intorno.
Nancy, la protagonista, che, dopo un fortunato esordio come poetessa adolescente, sposa un altro bel fannullone. Però tra Angel e Nancy ci sono due differenze dirimenti.
Nancy ha una figlia, che a sua volta dimostrerà fin da bambina un inconsueto talento per il violino; dopo aver divorato, Nancy sarà a sua volta divorata. Angel non è interessata al sesso e non avrà figli; sebbene le finanze di famiglia dipendano dal suo lavoro, per il resto rimane nella posizione di accudita.
Nancy ci viene presentata come molto promettente, eppure non scriverà altro dopo la prima raccolta di liriche. A distrarla prima c’è una vivace vita sociale, poi il matrimonio, e infine la nascita della figlia. Si potrebbe dare una lettura femminista di questa interruzione (penso ai fallow periods di cui parla Tillie Olsen in Silences), ma Nancy spesso avrebbe le risorse necessarie per concedersi un po’ di tempo in una stanza tutta per sé: a mancarle è una reale disciplina artistica. Angel, pur essendo un’incapace, si distingue per una determinazione di tutt’altra caratura.

I divoratori, sebbene gradevole e spiritoso, non raggiunge il livello di Angel: ci sono almeno un paio di sbavature formali, sottolineate anche dalla postfazione di Georg Brandes, e qualche caduta di stile. Il romanzo di Elizabeth Taylor, invece, è un esempio impeccabile del lavoro di una grande scrittrice che illumina vita e opere di una mediocre collega fittizia8.

La donna della domenica – Fruttero & Lucentini (Mondadori)

Che soddisfazione riparare a una delle mie lacune più sentite per quanto riguarda sia la letteratura italiana di genere, sia la letteratura italiana tout court.
L’assassinio di un ambiguo faccendiere serve da pretesto agli autori per catturare una vivida Torino degli anni Sessanta, i cui insopportabili tipi umani esistono tuttora. La “villotta” e le smanie per la villeggiatura, l’ufficio catastale, i-giovani-d’oggi-signora-mia, la pronuncia corretta di termini inglesi… se mi fossi divertita meno, avrei lanciato il libro contro il muro.

The Quiet American – Graham Greene (Penguin9)

Fowler (che i burocrati francesi pronunciano Fowl-air… foul air), il narratore, è un corrispondente britannico nel Vietnam degli anni Cinquanta, al tramonto del dominio coloniale francese e all’alba di quello statunitense.
Greene mi ha preso per il naso tutto il tempo, ma con quello stile e con quel sottotesto è stato soltanto un piacere.

Ho apprezzato anche romanzi che, però, mi hanno segnato meno.
Qualche altro titolo: A Kiss Before Dying di Ira Levin (che fino all’ultimo avrei potuto includere nell’uscita di luglio di LAB); The Spy Who Came In From the Cold di John Le Carré (me la caverò dicendo: un classico); La contessa sanguinaria di Valentine Penrose (sì a una scrittura preziosa come un broccato; no alla prevedibile esotizzazione dell’Europa dell’Est); Monsieur Vénus di Rachilde (fluidi ruoli di genere e sessualità in una Parigi che si avvia a concludere l’Ottocento); L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares (fantascienza onirica, con un sottotesto patriarcale che mi sembra poco analizzato); Mockingbird di Walter Tevis (fantascienza umanistica in un mondo dove gli esseri umani sono stati stritolati dai loro piaceri e dall’individualismo).

Non parlo mai di saggi perché cerco di avere coscienza dei miei limiti, però mi fa piacere segnalarne tre che ho trovato ottimi, tutti Laterza e dai titoli intuitivi: Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986 di Valentine Lomellini; Sotto la sabbia. La Libia, il petrolio, l’Italia di Giampaolo Cadalanu; Il cacciatore di corte. Una vita ribelle nell’Europa del Seicento di Serena Luzzi.

Mars Express – Jérémie Périn (2023)

Un noir fantascientifico, come in pratica tutti i libri di Philip K. Dick.
Un’indagine sull’uccisione di una studentessa universitaria è il preludio a una storia molto più ampia che riflette sull’utilizzo degli androidi.
La fine, che forse porta a una liberazione?, mi ha ricordato la conclusione di Le roi et l’oiseau di Paul Grimault.

Heat – Michael Mann (1995)

Quando in primavera è morto Val Kilmer, ho colto l’occasione per guardare o riguardare alcuni suoi film, visto che da piccola mi piaceva moltissimo Willow, e avevo ricordi molto nebulosi dei vari Batman degli anni Novanta.
Al Pacino, che qui ha dei capelli pazzeschi, è un poliziotto alle prese con una banda di rapinatori guidata da Robert De Niro, che ha dei capelli tremendi (Val Kilmer, con un’orrida parrucca, fa parte della banda). Il film è un racconto corale di varie umanità e, oso dirlo?, di varie mascolinità.

Gun Crazy – Joseph H. Lewis (1950, scr. MacKinlay Kantor; Millard Kaufman; Dalton Trumbo)

Mi piace dire che non riesco a capire il romance come genere letterario perché le mie storie d’amore ideali sono quelle dei noir. Per esempio, quella tra Bart Tare, appassionato di pistole fin da piccolo e ottimo cecchino, e Annie Laurie Starr, a sua volta eccellente tiratrice, che lavora in un circo.
Adoro che il titolo suoni come “gone crazy”.

Cruising – William Friedkin (1980, dall’omonimo romanzo di Gerard Walker)

Friedkin veniva da una serie di pellicole epocali: The Boys in the Band, tra i primi film a parlare di uomini gay come esseri umani; The French Connection, uno dei migliori neo-noir degli anni Settanta (“are you still picking your feet in Poughkeepsie?”); L’esorcista, che non ho visto ma che non ha bisogno di presentazioni.
La brutalità, il disinteresse e gli abusi della polizia nei confronti della comunità LGBT sono dati storicamente riconosciuti, che Cruising ritrae senza sermoni né giustificazioni mentre rappresenta con precisione una delle scene gay BDSM nella New York dei tardi anni ‘70, presa di mira da un serial killer. È in questo ambiente che un giovane poliziotto, interpretato da Al Pacino con la permanente, indagherà sotto copertura.
Difficile immaginare L’inconnu du lac di Alain Guiraudie senza Cruising.

A Place in the Sun – George Stevens (1951, scr. Michael Wilson; Harry Brown; dal romanzo An American Tragedy di Theodore Dreiser)

Tragedia americana: un ragazzo, proveniente dal ramo povero di una famiglia benestante e all’inizio della sua scalata sociale, mette incinta una ragazza povera e si innamora di una ragazza ricca.
Fotografato in un bianco e nero sontuoso, quasi Art Déco, questa storia sordida — ho pensato ad almeno un recente caso di cronaca italiano — si regge sulle interpretazioni dei tre attori principali: Montgomery Clift, Shelley Winters (a cui spetta l’ingrato ruolo della ragazza povera) ed Elizabeth Taylor10.
C’è un momento che mi ha fatto sobbalzare: Taylor guarda nell’obiettivo della telecamera, rompendo la quarta parete, e dice “are they watching us?” — mai sottovalutare i solidi mestieranti e i vecchi film.

Negli ultimi giorni ho guardato qualche film con il Natale sullo sfondo: Remember the Night, con Barbara Stanwyck (una delle mie attrici preferite, qui in compagnia di Fred MacMurray un paio d’anni prima di Double Indemnity), e The Long Kiss Goodnight, per la quota Shane Black, con il mio migliore amico.
Il secondo titolo mi ha fatto tornare in mente un noir di James Crumley che si chiama The Last Good Kiss, che mi riprometto di comprare da anni.

Ho appena finito un bel mystery invernale di Margaret Millar, intitolato Vanish in an Instant, e mi è piaciuto abbastanza da mettermi a indagare quale altro suo libro cominciare. Per caso, sto leggendo una biografia di suo marito Ross Macdonald11 (Ross Macdonald: a biography, di Tom Nolan), uno dei cui libri era comparso nelle letture notevoli del 2024.
Ho sottomano anche un mystery di Minette Walters che dovrebbe traghettarmi fino all’anno nuovo, quando inizierò a rileggere i romanzi che mi servono per l’uscita LAB di marzo.

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È tutto. Auguri e buone letture, ci sentiamo nel 2026!

1

Stavo per scrivere “le mie meditazioni”, che mi pare esagerato. Ho ritrovato la prima menzione dell’uscita su Romano, risale al novembre del 2024, per chi vuole a glimpse into the process.

2

Com’è giusto. Tra la falsificazione della donazione di Costantino, il ruolo nella colonizzazione delle Americhe, il rogo di Giordano Bruno… si sa dove si comincia e non si sa dove si finisce.

3

La traduzione di Giuliana Naspi è stata da poco riproposta da una casa editrice che, a causa di vari indizi, trovo dubbia.

4

Ho aspettato così tanto questo libro che nel 2023 avevo comprato l’ebook in inglese (con il titolo di Isolde). Allego ricevuta.

5

Da un lato, è un nome comune. Dall’altro… il racconto di Karamzin. E Nido di nobili di Turgenev. Il titolo Isotta, invece, è un riferimento alla storia di Tristano e Isotta.

6

In italiano tradotto da Claudia Valeria Letizia per Neri Pozza, sempre con il titolo Angel.

8

Modellata su una persona reale, la scrittrice Marie Corelli.

9

In italiano tradotto da Alessandro Carrera per Sellerio, con il titolo L’americano tranquillo.

10

Omonima dell’autrice di Angel.

11

In parte mi rattrista: infanzia violenta e negletta, mai avvenuta accettazione della sua bisessualità. Ma la sua vita adulta è un testamento alla sua forza di carattere.

Read the original on laltrabiblioteca.substack.com

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