Foto di NASA Hubble Space Telescope su Unsplash
Alè, e anche quest’anno è arrivato l’otto marzo. Senza pietà, come sempre, oggi diventiamo tutte bersaglio di foto, battute, meme, mimose vere, figurate, stilizzate, disegnate, augurate. Come diceva un mito dell’infanzia: “Uffa che barba, ma che barba, che noia”.
Superato dunque questo primo momento da “che fastidio”, accettiamo allora la sfida di riflettere su di noi e su quello che sta succedendo, sprezzanti di ogni rischio di banalità.
Sì. Anche questo mese non ci è stato fatto proprio mancare nulla, e nulla ci lascia immaginare che queste situazioni cambieranno a breve. Risparmiamo a noi e a voi il veloce riepilogo: tanto ci siamo capite.
Però… però… c’è anche molto altro che vediamo succedere. Ed è spesso proprio lì, nei segnali più inattesi della cultura popolare o dello sport, che si intravedono le trasformazioni più interessanti.
Noi qui stiamo ancora pensando a quali grandi, grandissimi segnali di forza, coraggio, umanità, empatia abbiamo avuto il privilegio di vedere. Il fatto che le nostre atlete abbiano trascinato il medagliere è stato raccontato come una curiosa fatalità. Ma come si mette insieme questo dato con una certa cultura retrograda che continua ad avere fin troppo spazio nelle news e che vorrebbe il felice e silente ritorno delle donne al focolare?
E poi. L’immagine stordente delle amiche-rivali in ginocchio davanti all’eroica Brignone, e lei con loro a capo chino. Le prove di generosità e amicizia tra perdenti e vincenti che vanno ben oltre il semplice fair play. Il ritorno di pattinatrici che si prendono l’oro a modo loro. E allora ci chiediamo di nuovo: quanto tutto questo sta insieme con la rappresentazione mediatica della competizione famelica e predatoria, da bava alla bocca, che ci tormenta da anni?
Noi, come sempre, ci siamo sottoposte a questa tortura perché sappiamo che Sanremo è il vero termometro del Paese, capace di rappresentare come nessun’altra manifestazione le contraddizioni e la varietà di quello che siamo — e di quello che vorremmo essere.
Alla fine ha trionfato il neomelodico: un tormentone kitsch e fuori dal tempo, solo in parte alleviato dalla simpatia umana per una faticosissima gavetta. A guardare chi ha vinto, si direbbe il ritorno — di più: la vendetta, la rivincita — della tradizione più stereotipata e acritica.
E vediamo il secondo classificato: un giovane italiano di seconda generazione che, in teoria, non dovrebbe piacere molto al mainstream corrente per provenienza e religione. E invece è il figlio che ogni mamma vorrebbe avere. Se la porta pure sul palco: come si fa a non volergli bene?
Poi guardiamo alla terza classificata: cantautrice di enorme talento ma, soprattutto, di rara ironia e intelligenza. E anche qui ci chiediamo come tutto questo si metta insieme con lo stereotipo diffuso della giovane donna di successo, senza capacità ma furbissima influencer.
Ecco due esempi — Olimpiadi e Sanremo — che spiegano piuttosto bene come stiamo messe.
e in cui facciamo davvero molta, molta fatica a fare una sintesi e a capire dove stiamo andando.
In altre parole: una fase di grande confusione culturale, ma anche di grande possibilità. Perché nei momenti in cui tutto sembra contraddirsi è spesso proprio lì che si preparano i cambiamenti più profondi.
E comunque, questo momento di entropia è pur sempre meglio di dove stavamo fino a poco tempo fa, completamente paralizzate e ammutolite dagli eventi.
Non che non vediamo cosa sta succedendo a poca distanza da casa nostra, eh — e motivi per vedere nero ce ne sono a dismisura.
Ma vediamo anche che la gente ora è piena rasa. Non è più solo attonita e in fuga dalla realtà e dalle paure: sta cominciando a guardarsi intorno e a chiedere più realtà, più capacità, più coraggio. E, magari, maggiore competenza per affrontare tempi così difficili.
Ma il femminismo è sempre stato nel mondo moderno e ha sempre riflettuto, in qualche modo, il fluire dei tempi. Noi pensiamo che anche qui, prima o poi, emergerà un improvviso desiderio collettivo di reale: di progettualità condivisa, di strategie comuni, di piena responsabilità verso quello che sta succedendo.
Un cambiamento di approccio collettivo, insomma, che permetta di tornare a una strategia comune capace di contribuire non solo alla parità, ma anche alla crescita del Paese e — perché no — a una reale prospettiva di pace.
Forse è proprio questo il passaggio che stiamo attraversando:
In fondo, dal vero brodo primordiale è “solo” nata la vita.
Volete che da questo — che al confronto è poco più di un brodino insipido — non venga fuori, prima o poi, qualcosa di positivo?
Noi lo pensiamo, lavoriamo perché avvenga e caschiamo allora oggi volentieri nella trappola del:
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