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Laborintus Newsletter · Oct 8, 2023

Ripensare la crescita

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Gabriele Ciufo · Laborintus Newsletter

Il mondo della crescita personale è immenso, sfaccettato, pieno di concetti interessanti che sono spesso alla base della buona riuscita di un progetto, professionale e non (per questo ha una certa rilevanza negli spazi di Laborintus). Accade non di rado, tuttavia, che il valore delle idee più note venga cristallizzato, generalizzato, e alla loro costante riproposizione quasi mai segue la volontà di metterle in discussione.

Nella newsletter di oggi voglio provare a destrutturare i due concetti che forse, tra gli altri, mi hanno un po’ segnato (male), sperando che da questo tentativo scaturisca una riflessione più ampia e collettiva.

Secondo un vecchio adagio dovremmo cercare, in ogni evento che chiamiamo fallimento, un qualche tipo di lezione — meglio se immediata, per evitare di farci sopraffare dal dolore. In altri termini, dobbiamo essere disposti a ripristinare tempestivamente ogni eventuale disequilibrio nel nostro stato emotivo, per preservare il nostro benessere mentale.

Razionalmente mi sembrava un processo sensato, nella sua linearità, eppure non ha mai passato il vaglio del mio cuore né della mia pancia.

Ciò che ne ho sempre tratto, anzitutto, è una sorta di rigidità. Sentivo che questa narrazione, almeno nella forma più classica che vi ho proposto, non prevedesse la possibilità di vivere uno spazio di disagio — cosa che invece trovo fondamentale per lo sviluppo del proprio rapporto con il mondo (sia esso interno, esterno, personale o professionale). Accettare che cedere terreno alla sofferenza sia un’opzione possibile e utile, contrapposta alla chance di scacciarla nell’istante stesso in cui compare, credo sia un atto di immenso valore.

Cercare di trarre una lezione da ognuna delle proprie esperienze vuol dire, potenzialmente, prestare non più di uno sguardo fugace a quel complesso insieme di elementi che chiamiamo fallimento e, nel peggiore dei casi, vivere un costante stato di fuga piuttosto che una concreta rielaborazione. Anche, e soprattutto, inconsapevolmente.

D'altro canto, cadere e scegliere deliberatamente di restare fermi a terra, distesi, vuol dire concedersi di osservare quella terra — di notarne la texture, gli odori, i movimenti leggeri, i colori. Non potremmo certo riuscirci se ponessimo tutta l’attenzione ai gesti necessari per tornare in piedi, per quanto l’idea possa apparirci urgente e offrirci, anche soltanto per averla concepita, una bella iniezione di dopamina.

Inoltre a volte un fallimento non è nulla di più di un fallimento: una cosa che ci ha bloccati, ci ha resi infelici e che avremmo preferito non fosse accaduta — nessun insegnamento da estrapolare, insomma.

Non subito, almeno.

Perché alla fine un messaggio utile può arrivarci comunque, pure se non lo cerchiamo attivamente, ma con tempi e modi completamente (e meravigliosamente) diversi, che potrebbero dare luogo a un’utilissima stratificazione di significati.

L’intuizione ha bisogno di tempo. La consapevolezza ha bisogno di tempo. Lo sviluppo della persona che siamo, e che vogliamo diventare, ha bisogno di un tempo vissuto con intenzionalità e apertura verso tutte le sfumature che tingono la nostra realtà.

E comunque, visto che oggi sono in vena di suggestioni, eccovene un altra: talvolta sono le cicatrici a darci una lezione, a farci comprendere qualcosa di importante – non le ferite in sé.

Un altro cardine del mondo della crescita che non mi ha mai suonato granché bene — e che probabilmente costituisce la base del primo di cui vi ho parlato — è l’orientamento verso una crescita costante.

Chiariamoci, anch’io ritengo il cambiamento inevitabile. Le nostre stesse cellule cambiano costantemente, che ci piaccia o meno, arrivando a rinvigorirsi e poi deteriorarsi, fino a generare altra, nuova, vita.

C’è però differenza tra cambiamento e crescita, come c’è differenza tra la crescita intesa orizzontalmente, come espansione di sé, e quella verticale, verso l’alto, verso il sole che brucia e può sciogliere le proprie ali di cera (if you know what I mean).

Non che l’orizzontalità sia necessariamente meglio della verticalità, nonostante il comodo riferimento mitologico: espandere il proprio spazio può voler dire ridurre quello di qualcun altro, o semplicemente perdersi, confondersi, disunirsi.

Qual’è l’alternativa, in questo caso? Forse impegnarci a riconoscere la formula adottata e smettere di privilegiarne una, ma soprattutto prevedere degli spazi concavi, di mero (e fermo) “vuoto”, tra una spinta e la successiva — abbracciando così un modello di crescita che sostituisca a un’incessante costanza il concetto di intermittenza.

Sto parlando di un modello che punta ad armonizzare l’interno e l’esterno, che guarda al centro di ciò che possediamo e che al tempo stesso ci permetta di sviluppare una profonda connessione tra la nostra ricerca personale e quella degli altri, invece di promuovere — come di norma accade — un tipo di impulso performativo che conduce alla competizione e all’individualismo più becero.

Nei “processi che vorrei” (semicit.) il proprio moto di crescita è libero di attraversare più dimensioni, spostandosi non soltanto tra un estremo e l’altro ma pure nello spazio intermedio, nel mezzo, tra le interesezioni generate dalla collettività, per poi potervi costruire — ma per davvero — una casa per il movimento, per l’incertezza e la curiosità, per la trasformazione e il consolidamento.

Questo è ciò che definisco crescita intermittente.

E adesso ditemi — se non l’avete già fatto su instagram: quali sono i concetti della crescita personale che non hanno mai realmente convinto voi?
(Potete rispondermi via mail o lasciando un commento su substack)

P.S. Le “brutte” nozioni associate alla parola *crescita* sono il motivo per cui generalmente fatico a pronunciarla e preferisco sostituirla con termini simili, come *sviluppo*. Eppure le parole, in fondo, sono soltanto parole. Mi piacerebbe quindi “riappropriarmene”.

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Sapevate che ho pubblicato un (nuovo) podcast? Si chiama check in ed è l’equivalente di una chiacchierata informale tra due millennial, amici e quasi colleghi, che hanno deciso di confrontarsi su alcuni dei temi della loro quotidianità professionale: comunicazione, creatività, trend digitali e fenomeni socioculturali (per dirne alcuni). La cadenza è settimanale e potete ascoltarlo su tutte le principali piattaforme di podcasting. Io, intanto, ve lo linko qui.

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Le notizie, le risorse, gli strumenti più interessanti che ho incrociato nell’ultima settimana.

Perché i Fotografi non funzionano sui Social

Ve lo dico da subito: Io non sono un fotografo né faccio foto in generale. Però questo video lo riguarderei ancora una volta. Perché per quanto il target di partenza sia quello, in realtà i suggerimenti e le riflessioni che Federico spinge a fare riguardano un po’ tutti noi che approcciamo ai social con l’idea di comunicare e creare. Soprattutto se sviliti. Una piccola perla che merita la visione (suggerita da youtube tra l’altro — a proposito di algoritmi che funzionano)

Meta Ads Library + VidTao

Vi sarà sicuramente capitato di trovare un’inserzione pubblicitaria su instagram, facebook o youtube, particolarmente interessante — non tanto per il prodotto in sé quanto per la sua forma produttiva o narrativa — che avreste voluto salvare per ispirazione o reference futura. Da ora in avanti, grazie a questi due strumenti, ne avrete la possibilità.

Fisiologia del respiro

Mens sana in corpore sano, dicevano, e io ci credo sempre di più. Una delle mie ultime sfide, per realizzare/migliorare/scuotere (?) me stesso, è legata al respiro. Il respiro è un elemento estremamente semplice eppure incredibilmente potente, tanto per per la nostra salute, sia fisica che mentale, quanto per la capacità di sostenere i nostri processi creativi e “costruttivi” — a livelli difficilmente immaginabili. In questo video Kitaro Waga spiega perché, in una maniera che mi è sembrata molto efficace.

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Una “fotografia” della mia vita corrente.

📚 Sto leggendo

The Passenger di Cormac McCarthy, in forma di audiolibro. Non lo so raga, sembra molto bello ma la voglia di continuare scarseggia e comincio a sospettare che non sia colpa della scrittura: è forse la dimostrazione emblematica che per fare il “lettore ad alta voce” non basti affatto avere una bella voce. Provare per credere (e poi scrivetemi, se lo fate).

🎧 Sto ascoltando

The art of Change di DROELOE. Un album di musica elettronica che l’autore definisce “a collection of ideas that I find important within my own personal development”. Praticamente la colonna sonora perfetta per il tema trattato oggi.

📺 Sto guardando

Ahsoka, la nuova serie TV legata all’universo di Star Wars. Mi sta piacendo un sacco, mi trasmette delle vibes a metà tra vecchia guardia e nuova generazione, e mi ha fatto tornare la voglia di approfondire tutte quelle linee narrative che corrono parallele alla saga cinematografica.

🖼 Sto contemplando

The Garden of Deception e un po’ tutto il surrealismo “grafico”, decisamente e meravigliosamente retrò, dell’illustratore polacco Andrew Blucha.

🎁 Sto desiderando

Materia Prima di Uuusi Studio. Sono delle carte oracolari progettate e realizzate da uno dei miei “collettivi creativi” preferiti per questo genere di cose. Puro godimento per gli occhi e per l’anima.

🎓 Sto pensando

Teamwork makes the dreams work

— Simon Sinek

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Gabriele

P.S. Eventuali link a prodotti riportati nella newsletter sono, nella maggior parte dei casi, “affiliate”: utilizzandoli contribuirete a sostenere i miei progetti, poiché per ogni articolo comprato attraverso di essi riceverò un piccolo compenso dall’ecommerce di riferimento (normalmente, ma non sempre, si tratta di amazon).

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