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KRISIS - Rivista di politica globale · Aug 21, 2026

Nell’era dell’IA, il freddo diventa potere

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Krisis.info · KRISIS - Rivista di politica globale

Dai Paesi nordici al caso Aruba, la temperatura sta ridisegnando la geografia dei data center.

di Paola Ottino

«Cacciatori nella neve», dipinto da Pieter Bruegel il Vecchio nel 1565. Wikipedia. Licenza: Public Domain.
«Cacciatori nella neve», dipinto da Pieter Bruegel il Vecchio nel 1565. Wikipedia. Licenza: Public Domain.

Nell’economia dell’intelligenza artificiale, il freddo sta diventando una risorsa strategica. Questo secondo articolo della serie dedicata alla geopolitica dell’invisibile affronta una risorsa che raramente compare nei dibattiti strategici. La disponibilità di basse temperature e di energia stabile e a basso costo offre un vantaggio competitivo e può modificare la geografia dell’innovazione. Dall’Artico all’Italia, il clima entra così tra i fattori del potere contemporaneo.

SERIE «Geopolitica dell’invisibile»:

Primo articolo: Il mondo ha finito la sabbia

IN BREVE

Freddo come risorsa Con il boom dell’IA e del cloud, la potenza di calcolo genera enorme quantità di calore. Smaltirlo rende la temperatura ambientale un asset.

Geografia tecnologica I Paesi nordici e i territori ricchi di energia idroelettrica o geotermica diventano gli hub ideali per i data center a basso costo energetico.

Contesto italiano Anche in Italia si è aperta la corsa al raffreddamento, come dimostra l’acquisizione di centrali idroelettriche in Piemonte da parte di Aruba.

Paradosso climatico Se il riscaldamento globale mina l’efficienza dei data center alle latitudini temperate, lo scioglimento dei ghiacci artici apre nuove rotte.

Quando si pensa all’intelligenza artificiale vengono in mente algoritmi, microchip e supercomputer, ma raramente si pensa al freddo. Eppure una parte crescente della competizione tecnologica globale si decide proprio nella capacità di raffreddare milioni di processori che trasformano elettricità in calore.

Ogni interrogazione a un modello linguistico, ogni ricerca sul web, ogni video in streaming e ogni transazione digitale produce calore. Più cresce la potenza di calcolo richiesta dall’IA, più aumenta la necessità di smaltire quell’energia termica, e il raffreddamento, da semplice problema ingegneristico, sta così diventando una variabile strategica.

Come già la sabbia nel precedente articolo, anche il freddo appartiene a quella geopolitica dell’invisibile che raramente compare nel dibattito pubblico, ma che contribuisce sempre più a determinare la distribuzione del potere economico e tecnologico.

Un data center costruito in Islanda, Finlandia o Svezia richiede molta meno energia per il raffreddamento rispetto a uno collocato nelle regioni tropicali. Ciò che per secoli è stato considerato uno svantaggio, ossia vivere in aree fredde e periferiche, diventa improvvisamente un vantaggio competitivo. Questa trasformazione è evidente anche in Italia.

A luglio 2026 Aruba, il principale operatore italiano di servizi cloud e data center, ha reso nota l’acquisizione di tre centrali idroelettriche piemontesi, alcune risalenti a oltre un secolo fa, destinate ad alimentare il proprio sistema di data center[1]. Sui giornali economici la notizia è passata come una normale operazione industriale di un gruppo tecnologico che integra a monte la propria filiera energetica. Letta una seconda volta, però, dice qualcosa di più ampio.

Un’azienda che vende potenza di calcolo ha deciso che il modo più sicuro per garantirsela non è comprare altri server, ma comprare acqua che cade da una diga. È un dettaglio che racconta come nell’economia digitale del 2026 il vantaggio competitivo non si misura più solo in chip o in banda, ma nella capacità di procurarsi e di raffreddare l’energia che li fa funzionare.

Non è un caso isolato. Nella stessa settimana in Lombardia entrava in vigore la prima legge regionale italiana che disciplina insediamento, oneri e impatti dei nuovi data center, mentre nell’hinterland milanese si contano già oltre settanta progetti in corso di valutazione[2]. Il fenomeno ha una scala che né i media né la politica avevano ancora messo a fuoco.

Nel solo 2025, il consumo elettrico globale dei data center è cresciuto del 17%, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, mentre quello dei soli impianti dedicati all’intelligenza artificiale è aumentato a ritmi ancora più sostenuti. Entro il 2030, la domanda complessiva del settore dovrebbe raddoppiare, quella specifica dell’IA triplicare[3]. Secondo alcune stime di settore, i data center ottimizzati per l’IA passeranno da 95 TWh consumati nel 2025 a 175 TWh nel 2026, un salto dell’84% in un solo anno[4].

Questi numeri non descrivono un’economia immateriale, ma descrivono cemento, rame, silicio, acqua e soprattutto calore da smaltire. Il potere degli Stati ha le sue unità di misura consuete come barili, ettari, abitanti, e almeno un’altra che resta sotto la soglia dello sguardo comune eppure sostiene l’intera economia digitale e urbana: i gradi Celsius. Lo dimostra con particolare nitidezza il calore prodotto dai data center, un problema fisico prima ancora che tecnologico, che nel giro di pochi anni si è trasformato in una leva di competitività per interi Stati.

Un data center, analizzandolo alla base, è un dispositivo che trasforma elettricità in calcolo e in calore. Fino al 40% del consumo energetico di un grande impianto è oggi assorbito non dai server, ma dai sistemi che li raffreddano[5]. Ed è proprio qui che il problema smette di essere solo tecnico e diventa geografico. Raffreddare un capannone pieno di GPU[6] in Arizona o a Singapore costa, in energia, molto più che raffreddarlo in Islanda o in Finlandia. Ecco perché il clima, tradizionalmente un vincolo, diventa un asset.

Secondo l’IEA, i data center hanno consumato tra i 240 e i 340 TWh di elettricità nel 2022, circa l’1-1,3% della domanda elettrica mondiale (percentuale che sale al 2-3% se si includono le reti di trasmissione dati)[7]. Fonti relative al 2024 stimano il consumo a circa 415 TWh (1,5% della domanda globale), con una proiezione che porterebbe il dato a circa 945 TWh entro il 2030, un volume superiore all’attuale fabbisogno elettrico del Giappone[8].

In una stima pubblicata nel 2026, la società di analisi di mercato e tecnologica Gartner indica una traiettoria ancora più ripida: fino a oltre 1.200 TWh entro il 2030, sostenuta da investimenti dei grandi gruppi tecnologici. Tale consumo di energia elettrica renderà l’offerta di rete insufficiente a soddisfare le esigenze dei futuri data center, con ripercussioni su tutti gli utenti (Figura 1)[9].

Figura 1 – Consumo di energia elettrica (in Terawattora) del data center per segmento, a livello mondiale, 2025-2027. Elaborazione grafico di Paola Ottino su dati di Gartner (giugno 2026).
Figura 1 – Consumo di energia elettrica (in Terawattora) del data center per segmento, a livello mondiale, 2025-2027. Elaborazione grafico di Paola Ottino su dati di Gartner (giugno 2026).

Le cifre divergono perché ogni fonte adotta un perimetro diverso: chi conta solo i data center, chi anche le reti di trasmissione, chi distingue i server tradizionali da quelli ottimizzati per l’IA. Ma tutte convergono su un ordine di grandezza che conta più della singola cifra, e cioè che il digitale ha un corpo fisico che consuma quanto interi Stati industrializzati.

È in questo scenario che alcuni Paesi tradizionalmente periferici nella geografia economica globale si ritrovano improvvisamente centrali. Per oltre un secolo, il freddo è stato considerato un limite allo sviluppo economico. Nell’economia dei data center quella stessa caratteristica diventa invece un vantaggio competitivo.

L’Islanda ospita data center alimentati quasi esclusivamente da energia geotermica, abbondante e a basso costo. La Finlandia ha sviluppato sistemi che recuperano il calore prodotto dai server per alimentare il teleriscaldamento urbano, trasformando uno scarto energetico in una risorsa. La Svezia attrae da anni investimenti dei grandi gruppi tecnologici globali favorita dal proprio clima e dalle proprie fonti rinnovabili.

In tutti e tre i casi il vantaggio non nasce da una politica industriale astratta, ma da una combinazione molto concreta di latitudine ed energia stabile (idroelettrica, geotermica, eolica). Il caso Aruba va letto in questa cornice anche se l’Italia non è, ovviamente, un Paese freddo in senso artico. Ma la logica economica è la stessa, cioè assicurarsi energia rinnovabile, stabile e prevedibile in un settore destinato ad aumentare rapidamente i propri consumi. Come nota l’IEA nei suoi report più recenti, la disponibilità di elettricità stabile e a basse emissioni sta diventando, al pari della potenza di calcolo, un fattore competitivo di prima grandezza per interi sistemi Paese[10].

Il caso più emblematico di questa strategia resta probabilmente il campus di Meta a Luleå, circa cento chilometri a sud del circolo polare artico, nella Lapponia svedese. Aperto nel 2013, è stato il primo grande data center che l’azienda ha costruito fuori dagli Stati Uniti. E sfrutta una temperatura media annua vicina ai 2°C per raffreddare i server quasi soltanto con aria esterna, riducendo drasticamente il ricorso a sistemi di condizionamento meccanico. L’energia proviene inoltre dalle centrali idroelettriche del fiume Lule, che generano circa 13,6 milioni di MWh l’anno, pari a circa il 10% dell’intera produzione elettrica svedese[11]. Questo rappresenta un surplus che garantisce tariffe fra le più basse d’Europa. Meta, con oltre dieci anni di anticipo, aveva già scritto il copione poi ripreso in Piemonte.

Il rovescio della medaglia si osserva a Singapore, dove il clima tropicale rende il raffreddamento uno dei principali costi operativi dei data center. Nel 2019 il governo ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi impianti, dopo che il settore era arrivato ad assorbire circa il 7% dell’intera domanda elettrica nazionale in un territorio di appena 730 km². La sospensione è stata revocata solo nel 2022 e sostituita da un sistema di autorizzazioni selettive, con standard di efficienza energetica fra i più severi al mondo[12]. Il caso mostra, per contrasto, quanto valga la disponibilità naturale di freddo: dove manca, deve essere sostituita da un controllo statale molto più stringente sulla crescita del settore.

C’è, infine, un rovesciamento che la crisi climatica introduce in questa mappa. Il riscaldamento globale può rendere meno vantaggiose alcune aree oggi centrali per il raffreddamento naturale, mentre ne apre di nuove. Le prime infrastrutture digitali cominciano a guardare con interesse alle regioni artiche, man mano che si sciolgono i ghiacci e si aprono nuove rotte e nuovi terreni edificabili. Il cambiamento climatico, in altre parole, non è soltanto una minaccia per la geografia digitale ma ne è anche, paradossalmente, un motore di ridisegno. Alcuni Paesi periferici guadagnano centralità, altri rischiano di perderla, e questa ridistribuzione avviene con una velocità che la politica internazionale fatica a seguire.

Un episodio del luglio 2022 ha reso concreto questo rischio anche in un Paese temperato. Quando un’ondata di calore record ha portato Londra oltre i 40°C per la prima volta nella sua storia, i sistemi di raffreddamento di alcuni data center di Google Cloud e Oracle hanno ceduto, costringendo le due aziende a spegnere selettivamente i server per evitare danni permanenti all’hardware; i servizi sono tornati pienamente operativi solo il giorno successivo[13].

L’episodio ha mostrato che l’infrastruttura digitale europea, progettata per climi miti, non è automaticamente al riparo dagli effetti del riscaldamento globale. Infatti, la stessa variabile che oggi avvantaggia i Paesi nordici può, con l’aumentare delle temperature medie, erodere il margine di sicurezza anche altrove.

Sul fronte opposto, lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo rotte fino a pochi anni fa impraticabili. Il consorzio Far North Fiber[14] sta posando un cavo sottomarino di circa 14mila chilometri attraverso il Passaggio a Nordovest, per un investimento stimato in oltre 1,1 miliardi di dollari, mentre l’Unione Europea ha stanziato i primi 44,6 milioni di euro per Polar Connect, un progetto gemello che dovrebbe attraversare il Polo Nord collegando la Scandinavia all’Asia[15].

Entrambi i progetti nascono non solo dalla maggiore accessibilità artica, ma anche dalla volontà di aggirare il collo di bottiglia del Mar Rosso, dove nel 2024 e di nuovo nel 2025 alcuni cavi sono stati tranciati in circostanze legate al conflitto in corso nell’area. È un esempio concreto di come il cambiamento climatico ridisegni, insieme, rischi e opportunità della stessa infrastruttura.

Per oltre due secoli, il clima è stato considerato soprattutto un vincolo naturale. Nell’economia dell’Intelligenza artificiale, questa prospettiva si sta rovesciando e il freddo diventa una risorsa produttiva. Riduce il consumo di energia, abbassa i costi operativi, aumenta l’efficienza dei data center e contribuisce a determinare dove verranno costruite le infrastrutture digitali dei prossimi decenni. Non è un dettaglio tecnico, ma un fattore che influenza investimenti, strategie industriali e competitività tra Stati. La geografia torna così al centro della competizione tecnologica.

Per molti anni abbiamo immaginato Internet come uno spazio senza territorio, ma l’espansione dell’IA dimostra il contrario. Algoritmi e modelli linguistici hanno bisogno di elettricità, acqua, materiali, reti e, soprattutto, di condizioni ambientali favorevoli. Più il digitale sembra immateriale, più aumenta la sua dipendenza da infrastrutture profondamente materiali. È questa la logica della geopolitica dell’invisibile.

Dopo aver osservato come la sabbia sostenga le città e i semiconduttori e come il freddo condizioni l’economia dei data center, il passo successivo sarà seguire il percorso stesso dei dati perché il cloud, in realtà, non si trova nel cielo. Viaggia sul fondo degli oceani.

[1] Aruba.it (2026). Aruba prosegue gli investimenti nell’energia pulita: acquisite tre centrali idroelettriche in Piemonte, il parco impianti sale a 11.

[2] Il Post (2026). In Italia ci sono già 200 data center, e altre decine ne arriveranno.

[3] International Energy Agency, Energy and AI (2025) e Key Questions on Energy and AI (2026); dato ripreso in Gruppo Iren (2026). Data center e intelligenza artificiale: perché cambieranno i consumi energetici europei.

[4] DigiTech News (2026). Il boom dell’intelligenza artificiale consuma sempre più elettricità.

[5] International Energy Agency (2025). Data Centres and Data Transmission Networks; WifiTalents (2026). Data Center Energy Consumption Statistics.

[6] La GPU (Graphics Processing Unit) è il processore specializzato nei dispositivi elettronici progettato per accelerare l’elaborazione grafica e le immagini.

[7] International Energy Agency (2025). Data Centres and Data Transmission Networks.

[8] La Mia Finanza (2026). Aruba compra tre centrali idroelettriche. L’energia diventa l’infrastruttura strategica dell’intelligenza artificiale; IEA (2025). Electricity 2025 – Analysis and forecast to 2027.

[9] Gartner (2026). Gartner Says Data Center Electricity Consumption to Grow 26% in 2026.

[10] IEA (2025). Electricity 2025 – Analysis and forecast to 2027.

[11] DPR Construction. Meta Luleå Data Center.

[12] Addleshaw Goddard (2025). The Future of Data Centres in Singapore; Reed Smith (2025). Singapore’s data centre expansion: Jurong Island and the next phase of sustainable growth.

[13] TechRadar (2022). Ondata di caldo a Londra, i data center di Google e Oracle vanno in tilt.

[14] Far North Fiber (FNF) è una società di sviluppo congiunta creata specificamente per progettare, costruire e gestire un sistema di cavi sottomarini di nuova generazione nell’Artico. In particolare, il progetto è il primo sistema sottomarino che collega il Giappone all’Europa attraverso il Passaggio a Nord-Ovest.

[15] Submarine Cable Networks. Far North Fiber.

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

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Paola Ottino Laureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito una specializzazione post-laurea presso l’Università dell’Aquila e un Master of Science allo University College of Cork (Irlanda). Docente a contratto all’Università di Trieste, dove ha tenuto il corso in Studi Strategici, ha un insegnamento intitolato Il ruolo delle risorse naturali nelle crisi internazionali. Ha anche insegnato all’Università di Roma La Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, all’Università dell’Aquila e a quella di Chieti-Pescara. Giornalista pubblicista, è ufficiale superiore dell’Esercito italiano. In qualità di specialista funzionale in materia di problematiche ambientali, ha prestato servizio in vari reparti, tra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, il Comando Truppe Alpine e il Nato Rapid Deployable Corps. È qualificata Specialista Cimic e Specialista di II livello in sistemi software GIS.

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