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KRISIS - Rivista di politica globale · Aug 3, 2026

Belgrado sulla Via della Seta, quando il commercio correva a cavallo

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Krisis.info · KRISIS - Rivista di politica globale

Le lezioni di Jeffrey Sachs: 2.

di Jeffrey D. Sachs

llustrazione a cura dello Studio AFW.
llustrazione a cura dello Studio AFW.

Dalla confluenza tra la Sava e il Danubio, Jeffrey Sachs racconta Belgrado come uno dei grandi crocevia dell’Eurasia. Nella seconda tappa del viaggio sulle tracce di Marco Polo, l’economista ricostruisce la rete di scambi che per millenni ha collegato Roma e la Cina, il ruolo decisivo del cavallo e le opportunità offerte dalla Pax mongolica. Una lezione su come la geografia crei le vie del commercio, la tecnologia le renda percorribili e la pace le renda possibili.

Seconda puntata del corso La Via della Seta raccontata da Jeffrey Sachs.

IN BREVE

Crocevia d’Eurasia Alla confluenza fra Sava e Danubio, Belgrado fu un fondamentale centro di smistamento delle Vie della Seta, unendo Roma, i Balcani e l’Estremo Oriente.

Scambio tra Roma e Cina Le Vie della Seta connettevano i mercati: seta, porcellana e spezie andavano a Ovest; vino, vetro e metalli preziosi viaggiavano verso Est.

Tecnologia a uso generale L’addomesticamento del cavallo fu la tecnologia chiave antica: rese possibili trasporti rapidi, comunicazioni a staffetta e scambi commerciali.

Pax Mongolica e traffici La sicurezza delle rotte sotto l’Impero mongolo dimostra che la stabilità geopolitica è la condizione necessaria per lo sviluppo del commercio.

Benessere condiviso Sachs sostiene che la geografia traccia le rotte, la tecnologia le rende percorribili e la pace genera benessere economico condiviso tra i popoli.

Abbiamo incontrato la presidente della Slovenia, Nataša Pirc Musar, alla quale ho consegnato una copia dell’enciclica Magnifica Humanitas, discutendo con lei delle principali questioni globali. Da lì ci siamo recati a Zagabria, dove abbiamo avuto un confronto altrettanto proficuo con il presidente Milanović.

Dalla Croazia siamo poi arrivati in Serbia, a Belgrado, città celebre e ricca di storia. Qui abbiamo incontrato il presidente Vučić, con il quale abbiamo discusso della situazione mondiale e al quale ho consegnato una copia dell’enciclica.

Belgrado sorge alla confluenza della Sava e del Danubio. È una posizione straordinaria, perché la geografia plasma la storia: per secoli il Danubio segnò uno dei confini dell’Impero Romano.

La città nacque come insediamento celtico prima dell’era cristiana. Dopo la conquista romana divenne dapprima un presidio militare e poi una città di frontiera, affacciata sulle regioni settentrionali esterne all’Impero.

Si dice che Belgrado sia stata contesa e sia passata di mano tra imperi più volte di quasi qualsiasi altra città al mondo. Dopo i Celti e i Romani, numerosi regni si scontrarono per il controllo di questo territorio, governato a lungo anche dagli Ottomani.

La statua equestre che vediamo sullo sfondo raffigura uno dei grandi protagonisti dell’indipendenza serba dall’Impero ottomano, conquistata gradualmente nel XIX secolo. Divenuta uno Stato indipendente, dopo la Prima guerra mondiale la Serbia si unì agli Stati vicini in quella che sarebbe diventata la Jugoslavia.

La Jugoslavia, nelle sue diverse forme e denominazioni, fu uno Stato multinazionale. Negli anni Novanta si dissolse negli Stati indipendenti di oggi: alcuni sono entrati nell’Unione europea, mentre la Serbia resta un Paese candidato.

Il nostro viaggio proseguirà attraverso i Balcani fino alla Bulgaria e poi verso Sud, fino a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, di cui parlerò nella terza lezione.

Belgrado, però, non è stata per 2 mila anni soltanto una fortezza o un presidio militare, ma anche un importante centro commerciale. Sorge sul Danubio, una delle grandi arterie degli scambi europei. Le merci provenienti dalla Cina lungo le Vie della Seta raggiungevano Costantinopoli e da lì le diverse regioni d’Europa. Belgrado funzionava come un centro di smistamento: i prodotti potevano proseguire lungo il Danubio oppure essere distribuiti nei Balcani e nell’Europa centro-orientale.

È dunque il luogo ideale per introdurre il concetto di Vie della Seta, al plurale, perché il Marco Polo Drive of Peace, Culture and Sustainable Development segue proprio questa rete di percorsi che collegava Oriente e Occidente, dalla Cina a Roma.

Roma e Chang’an, capitale delle dinastie imperiali cinesi, furono tra le città più grandi e popolose del mondo. Già intorno all’anno uno dopo Cristo Roma contava circa un milione di abitanti ed era il centro di un impero estremamente dinamico. Le Vie della Seta erano le arterie lungo le quali si svolgeva il commercio internazionale tra questi grandi poli.

Ma perché si commercia? Perché luoghi diversi possiedono risorse e prodotti differenti e, attraverso lo scambio, possono soddisfare reciprocamente i propri bisogni. Il commercio accompagna l’umanità fin dalla preistoria: anche prima dell’agricoltura esistevano reti a lunga distanza per lo scambio di beni preziosi, come l’ossidiana e gli utensili.

Il principio fondamentale è che il commercio può produrre benefici reciproci. È il messaggio formulato da Adam Smith nel 1776: non devono esserci necessariamente un vincitore e un perdente, perché lo scambio può accrescere il benessere di tutte le parti coinvolte.

Il commercio tra l’Impero romano e la dinastia Han è ampiamente documentato già 2 mila anni fa. Gli autori romani raccontano quanto fossero apprezzate le sete provenienti dalla Cina. Da qui il nome di Vie della Seta: tra le merci trasportate lungo queste rotte, la seta era forse la più preziosa.

I cinesi ne avevano scoperto il segreto migliaia di anni prima. Immergendo nell’acqua calda il bozzolo del baco, i fili potevano essere dipanati e trasformati in un materiale resistente e raffinato. La Cina custodì a lungo questa conoscenza, mentre il resto del mondo desiderava procurarsi i suoi tessuti.

Che cosa offrivano in cambio i Romani? Innanzitutto il vino. Il clima mediterraneo, caratterizzato da inverni piovosi ed estati soleggiate, favorisce la coltivazione della vite. Per millenni il Mediterraneo è stato una delle principali regioni produttrici di vini pregiati.

Il vino viaggiava dunque verso Oriente, mentre la seta fluiva verso Occidente. Da Roma partivano anche raffinati manufatti in vetro, oltre all’oro e all’argento provenienti dalle miniere della penisola iberica e di altre regioni, scambiati sotto forma di monete, barre o lingotti. Dalla Cina arrivavano invece, oltre alla seta, la porcellana e il tè.

Le Vie della Seta, però, non collegavano soltanto la Cina e l’Impero romano, ma coinvolgevano numerose altre regioni dell’Eurasia. Un ramo meridionale attraversava l’India e l’Asia meridionale, da cui provenivano spezie preziose come la noce moscata, trasportate anche dalle isole che oggi appartengono alla Malesia, all’Indonesia e alle Filippine.

Anche l’Asia occidentale svolgeva un ruolo fondamentale: lungo queste rotte circolavano incenso, mirra, spezie, unguenti e altri prodotti naturali preziosi. Era dunque una rete vastissima, attraverso la quale seta, porcellana, tè, vino, vetro, metalli e spezie mettevano in relazione regioni molto lontane tra loro.

Le Vie della Seta si estendevano da est a ovest per circa diecimila chilometri. Come si poteva attraversare una distanza simile? Per noi è relativamente semplice: saliamo a bordo dei nostri veicoli elettrici BYD, ricaricati con l’energia prodotta dai pannelli solari, e ripartiamo. I modelli più potenti arrivano a sviluppare circa mille cavalli. Marco Polo, suo padre e suo zio, invece, non viaggiavano su un veicolo da mille cavalli: ne avevano soltanto uno, ed era un cavallo vero.

Il cavallo è essenziale per comprendere il funzionamento delle Vie della Seta. Era la BYD del mondo antico: mezzo di trasporto, forza agricola e strumento militare. Possiamo definirlo una tecnologia, perché gli esseri umani dovettero imparare ad addomesticarlo e a impiegarlo per molte funzioni diverse.

Un tempo i cavalli vivevano sia nelle Americhe sia in Eurasia. In Nord America, però, furono cacciati fino all’estinzione circa 11 mila anni fa. Per millenni gli abitanti del continente rimasero così privi di grandi animali da trasporto: una lezione antica sulla sostenibilità e sulle conseguenze della distruzione delle risorse da cui dipende la mobilità.

Nelle vaste praterie del Vecchio Mondo, invece, i cavalli sopravvissero. La geografia eurasiatica fu decisiva: procedendo dalle regioni desertiche verso quelle più umide si incontrano le steppe, grandi praterie con precipitazioni sufficienti alla crescita dell’erba, ma non a quella di fitte foreste.

Questo ambiente si estende per circa 8 mila chilometri attraverso l’Eurasia ed è ideale per i cavalli, che vi trovano ampi spazi e abbondante nutrimento.

Secondo le testimonianze archeologiche e linguistiche, il cavallo fu probabilmente addomesticato a nord del Mar Nero circa 5 mila anni fa, intorno al 3000 a.C. Da quella stessa regione potrebbe essersi diffusa anche la famiglia linguistica indoeuropea.

Una volta addomesticato, il cavallo divenne ciò che gli economisti chiamano una «tecnologia a uso generale». Poteva trainare aratri e carri, trasportare merci, portare in battaglia arcieri e lancieri. Fu insieme trattore, automobile e carro armato del mondo antico.

Ma fu anche una tecnologia del commercio e delle comunicazioni: grazie alla velocità e alla resistenza dei cavalli, persone, merci e informazioni potevano percorrere le immense distanze delle Vie della Seta.

Disponendo cavalli a intervalli regolari lungo il percorso, non era necessario che un singolo animale coprisse tutti gli 8 mila chilometri. Ogni cavaliere poteva percorrere 30 o 50 chilometri e affidare il messaggio alla stazione successiva, creando un sistema di comunicazione a staffetta.

Era uno strumento essenziale per governare un impero. Senza la possibilità di trasmettere ordini, ricevere notizie dalle regioni più remote, conoscere eventuali insurrezioni e controllare le autorità locali, non si può amministrare una grande entità politica. Il cavallo rese possibile tutto questo.

Le steppe eurasiatiche si estendono dall’Ungheria fino all’Estremo Oriente, attraversando le pianure dell’Ucraina, la Russia, l’Asia centrale, lo Xinjiang, la Mongolia e infine la Manciuria. È un corridoio lungo circa 8 mila chilometri, caratterizzato da praterie, grandi spazi aperti, territori relativamente pianeggianti e poche catene montuose.

Questa regione fu la grande autostrada del mondo antico e medievale. Fu lungo le steppe che Marco Polo, suo padre Niccolò e suo zio Matteo viaggiarono da Venezia fino alla corte di Kublai Khan. Raggiunsero Xanadu, la residenza estiva del sovrano nell’odierna Mongolia Interna, e Khanbaliq, l’attuale Pechino, dove si trovava il palazzo invernale.

Anche noi percorreremo queste steppe. Il nostro viaggio mostra come la geografia abbia creato le vie degli scambi, mentre l’addomesticamento del cavallo fornì per millenni la tecnologia necessaria a trasportare merci, persone e informazioni.

Marco Polo partì nel 1271 e raggiunse la corte di Kublai Khan intorno al 1275, dopo un viaggio durato quasi quattro anni. I Polo poterono attraversare quelle immense distanze non soltanto grazie ai cavalli, ma anche perché gran parte dell’Eurasia era allora sottoposta all’autorità dell’Impero mongolo.

L’impero era stato fondato da Gengis Khan, nonno di Kublai, proclamato Gran Khan nel 1206. All’epoca del viaggio dei Polo esisteva quella che gli storici hanno definito Pax Mongolica: una vasta area relativamente pacificata, governata da un’unica autorità e capace di garantire una certa sicurezza ai viaggiatori. Si diceva persino che una giovane donna potesse attraversarla da sola portando con sé oggetti preziosi senza essere aggredita. Al di là della veridicità letterale del racconto, i commercianti potevano viaggiare con una sicurezza eccezionale per l’epoca.

Al ritorno i Polo seguirono invece la via marittima. Le Vie della Seta non costituivano un’unica strada: comprendevano sia i percorsi terrestri tra la Cina e l’Europa, sia le rotte navali attraverso l’Oceano Indiano, lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso. Prima della costruzione del Canale di Suez, le merci venivano sbarcate, trasportate via terra fino al Mediterraneo e nuovamente imbarcate.

Belgrado era parte di questa rete commerciale millenaria. La sua posizione tra Europa e Asia la rese un crocevia prezioso e, proprio per questo, un luogo continuamente conteso dagli imperi.

Quando c’è pace, può esserci commercio. E quando esiste il commercio, tutte le parti possono trarne beneficio. È questa la nostra speranza per la pace, la cultura e lo sviluppo sostenibile nel XXI secolo.

Testo tratto da:

https://themarcopolodrive.com/

(traduzione dall’inglese a cura di Krisis).

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Jeffrey D. Sachs Economista di fama mondiale, è un leader nell’ambito dello sviluppo sostenibile. Direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University, presiede anche il Sustainable Development Solutions Network dell’ONU. È autore di numerosi libri, tra cui i bestseller The End of Poverty e The Price of Civilization. Ha collaborato con diversi Segretari generali dell’ONU e ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali.

Read the original on krisisinfo.substack.com

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