Nel corso della sua giovane storia il K-pop ha tentato sempre di guardare avanti. Di solito pescando dagli Stati Uniti e dai nuovi generi che spopolavano tra New York e Los Angeles. L’R&B, il soul e soprattutto l’hip hop, negli anni ‘90, hanno formato, e costituiscono ancora, l’ossatura di gran parte dei più grandi successi del genere coreano. A questi nell’ultimo decennio si sono aggiunte la musica elettronica e la trap. Raramente, se non a piccolissimi sprazzi, le band e le agenzie si sono voltati indietro. Quando l’hanno fatto è stato perlopiù dal punto di vista scenico e visuale, magari inserendo dettagli, costumi e stili di danza della tradizione più antica del Paese.
In questo 2026 di grandi ritorni, la tendenza sembra cambiata. Sembra che il mondo del K-pop abbia fatto definitivamente pace con i propri antenati, abbracciando in alcuni casi totalmente la musica di trenta, quaranta anni fa, o addirittura anche di più.
I BTS, nonostante le perplessità iniziali e l’indecisione di alcuni componenti – che dimostrano la difficoltà e talvolta l’imbarazzo degli artisti più giovani nel rapportarsi alla musica dei loro genitori e dei loro nonni – hanno ispirato il comeback più importante della loro carriera ad Arirang. Il canto popolare non solo è diventato il titolo del loro album, ma è stato addirittura inglobato e modernizzato nella traccia d’apertura Body to Body. Ci troviamo in un territorio molto remoto nel tempo. Il riferimento più recente è, al massimo, la prima registrazione in coreano del brano, risalente al 1896.
Se già un po’ di reticenza esisteva nei confronti della musica popolare più antica, il rapporto del K-pop con quella cronologicamente più recente, in particolare con quella dagli anni ‘30 in poi, è sempre stato persino peggiore. Nell’ultima settimana però è arrivata la conferma che il sentimento sta cambiando. Il trot, il new jack swing e il city pop che hanno segnato il panorama musicale della Corea del Sud tra gli anni ‘70 e gli anni ‘90 sono tornati al centro dell’attenzione, nello specifico con alcune uscite.
La più chiacchierata, è quella di Picheolin, alter ego di DINO dei SEVENTEEN, che ha pubblicato l’album 吉BOARD(Gilboard). Parola, quella del titolo, che fa riferimento alla street music culture coreana dei Novanta. Pubblicare un disco di sette tracce profondamente immerso in generi vintage è una scelta molto coraggiosa ma, come accade di solito, è stata studiata in modo intelligente per attirare l’attenzione dei fan.
Il personaggio di 58 anni, ideato dal componente della band di PLEDIS Entertainment, è comparso per la prima volta in un video preregistrato durante il fan meeting del 2021. Il nome è un gioco di parole fonetico su “picheoring”, termine coreano che significa “featuring”. Picheolin ha continuato ad apparire sempre più spesso nei programmi di varietà dei SEVENTEEN, diventando uno dei preferiti dei CARATs.
L’abilità di DINO di entrare e uscire dalle sue vesti e soprattutto di tramutare tutto ciò in musica emerge a pieno nel mini-album uscito lo scorso tre agosto. Al di là della prima e dell’ultima traccia, ZZAN e LIKE IT (dove si torna al presente), le restanti cinque canzoni sono un excursus nei principali generi che hanno contribuito a far crescere il mercato musicale coreano negli ultimi cinquant’anni.
Party Rock Rock con Hitchhiker – celebre produttore K-pop tra gli altri di Girl’s Generation ed EXO - riprende l’arrangiamento con ottoni sintetizzati del brano precedente e fa entrare l’ascoltatore nel mondo di Picheolin nel modo meno brusco possibile. Ci sono i suoni delle prime generazioni abbinati all’elettronica pop e l’effetto è molto simile a quello di Gangnam Style di PSY, ma con una vena satirica minore causata dal fatto che in questo caso è il personaggio stesso a cantare in prima persona. (I suoi Eyes of Love ricordano in modo incredibile gli occhi del cuore di Boris). Un certo tipo di sound è stato recuperato anche dalla SM Entertainment nell’ultimo mini-album delle Heart2Hearts, vedi la titletrack Lemon Tang.
Teddy Riley e Full Force sono considerati tra i pionieri del genere che unisce rhythm and blues con funk, jazz e musica elettronica diffusosi in America negli anni Ottanta. La formula new jack swing venne coniata solo nel 1988 dalla rivista Village Voice, in particolare dopo il successo ottenuto da dischi come Control di Janet Jackson uscito due anni prima. Nel corso del decennio successivo diversi artisti, tra cui anche Michael Jackson, hanno sperimentato con questo stile che col tempo ha inglobato sempre più l’hip hop.
In Corea del Sud è arrivato soprattutto con vesti rap ed è per questo che Picheolin, in Sincerely, rende omaggio alla street music culture degli anni ‘90 con Lee Hyun Do dei DEUX, gruppo hip hop attivo tra il 1993 e il 1995. Il duo, composto anche dal compianto Kim Sung-jae, è ricordato anche per aver reso popolari le coreografie e la moda influenzate dalla cultura rap. Tra i loro brani più celebri ci sono In Summer e Turn Around and Look at Me. Il testo del brano può essere letto in due modi: una dichiarazione d’amore qualsiasi oppure, per i più attenti, dedicata ai CARATs considerando che c’è più di un riferimento al 14 febbraio 2016, giorno della nascita ufficiale del fandom.
Il tema amoroso, spesso molto sdolcinato, è caratteristico non solo del personaggio comico ideato da DINO, ma anche del genere popolare più celebre in Corea: il trot. Il termine deriva dalla musica da ballo americana chiamata foxtrot, introdotta alla fine del periodo Joseon della Corea, principalmente dai missionari americani. La caratteristica principale dello stile diffusosi tra il 1910 e il 1945, ma il cui nome venne coniato solo negli anni ‘60 (ecco perché il riferimento agli Stati Uniti), era il tempo binario abbinato a delle prove vocali molto emotive.
L’influenza giapponese dell’enka, genere molto simile, è stata molto forte, considerando che il trot si è sviluppato prima dell’indipendenza. Dopo la liberazione del 1945, soprattutto a partire dagli anni ‘70 e ‘80, la Corea si è riappropriata di questo genere e ha cercato di de-giapponesizzarlo il più possibile. Per differenziarsi si avvicinarono di più al jazz e al pop e, in particolare, anche al folk americano, soprattutto dopo il successo diffuso in tutto l’Estremo Oriente di Simon e Garfunkel.
In 吉BOARD(Gilboard), il trot nella sua versione più tradizionale rivive nei due pezzi centrali. Mi-cheo Mi-cheo ha tutti gli stilemi più vintage, tanto da sembrare quasi una cover. Eppure, insieme alla ballad successiva in featuring con il mitico Lee Mun Sae, Love Sick, dà un nuovo smalto a un genere che spesso gli idol K-pop coverizzavano nei momenti più giocosi. Grazie a Picheolin, sebbene anch’esso sia un personaggio comico, acquista un senso diverso e un nuovo tipo di autorità. In Italia è difficile trovare un corrispettivo di un’operazione del genere, (forse TonyPitony, ma senza il politicamente scorretto). Esempi di questo tipo nel passato K-pop, invece, sono davvero pochissimi: Lizzy Not an easy girl in featuring con Jung Hyung Don e DAESUNG dei BIGBANG con Look at Me, Gwisun sono tra questi.
Se dovessimo inquadrare Love Sick in un genere, quello più azzeccato, più che il trot, sarebbe il city pop. Anche in questo caso c’è da fare una differenziazione importante tra quello giapponese – nato negli anni ‘80 per raccontare la vita luccicante cittadina nel pieno del boom economico – e la rivisitazione coreana esplosa nel decennio successivo. Quest’ultimo aspetto non è casuale, dato che la Corea del Sud ha iniziato la propria scalata economica proprio a cavallo tra Ottanta e Novanta, soprattutto dopo le Olimpiadi di Seoul del 1992.
Il city pop, al di là degli già citati temi lirici ricorrenti, è costruito su suoni più accondiscendenti ed eleganti: jazz fusion, funk, soft rock e una decisa componente disco. DINO non è stato l’unico a ripescare il genere con il primo singolo estratto da 吉BOARD(Gilboard). I TWS l’hanno riletto a modo loro con il singolo estivo giapponese SODA SODA. Sintetizzatori, groove di basso e nostalgia a pacchi. Una scelta in linea con il mercato del Paese nipponico, molto più a proprio agio con i generi della tradizione, ma che testimonia come le band K-pop stiano sempre più aprendo il proprio immaginario al passato più retrò.
Lecito aspettarsi nelle uscite dei prossimi anni sempre più escursioni e recuperi di questo genere. Magari non così radicali e “pazzi” come quello di Picheolin, ma comunque in grado di attualizzare e rileggere un patrimonio finora troppo spesso relegato in secondo piano.
In questa sezione della newsletter, per ogni numero, vi parlo di tre uscite K-pop che mi hanno colpito nelle ultime settimane. Il metro di giudizio? Originalità, concept, sound e ovviamente un pizzico di gusto personale.
Dal post-Covid in poi la Starship Entertainment sta facendo un grandissimo lavoro sul campo delle band di nuova generazione femminili, soprattutto con IVE e KiiiKiii. Ora è il turno dei gruppi maschili che, a dirla tutta, quelli nati dopo i MONSTA X, hanno faticato ad affermarsi del tutto. Dopo gli IDID, ecco il turno degli AEN (acronimo che si scioglie come il titolo del loro EP di debutto). Composta da sette membri, 4 coreani e 3 giapponesi, la band mostra grandi capacità coreografiche come nel video della titletrack X to Z (Next to Me). Il loro è un K-pop molto classico, costruito su un pop elettronico che in alcuni casi avrebbe bisogno di produzioni più elaborate. Il brano che cattura di più l’attenzione è Clockwise: ritmo e sound più aggressivi che meriterebbero delle repliche.
Nonostante l’assenza di Haseul, le ARTMS fanno di tutto per non perdere nemmeno un briciolo di energia nel loro secondo mini-album. Anticipato dal banger Born Stunner, il disco si mantiene sempre su BPM sostenuti giocando con diverse sfumature di EDM. Blue Mood, insieme alla conclusiva Pixel Memory, esplora i territori dell’hyperpop. Due brani che si possono cantare, ma soprattutto ballare immaginandosi di essere in un club. Tra i momenti migliori c’è Icarus Gang in cui la band dà corpo al concept del disco e sfoggia una bragging track che incorpora elementi distorti che pescano sia dalla trap che dalla nuova wave statunitense a la 2hollis. Un grande comeback.
Il decimo mini-album della band è interamente co-scritto e co-prodotto dai 3RACHA. Dopo l’assaggio RUN IT, la titletrack ritorna sul sound più tipico del gruppo, meno aggressivo del solito, dove domina un rap easygoing che racconta il desiderio degli otto componenti di non accontentarsi mai. Un tema quello del lavoro e dell’impegno che torna anche in FARMING, canzone che si avvicina allo stile dell’album KARMA. In generale, è difficile inquadrare dal punto di vista del genere questo disco: c’è un cambio continuo. After That è una wannabe hit elettronica sullo stile delle produzioni di David Guetta, mentre Way Out è un R&B elegante sostenuto dalla chitarra. Proprio la chitarra e le influenze rock sono gli aspetti più interessanti: I Do, dedicata agli STAYs, sfiora il pop-punk (si sente la mano di Changbin) e ricorda un po’ In My Head. Back Then è una chiusura caratterizzata da un ritornello quasi dream pop, ma sempre con protagoniste le sei corde. Un EP che non osa troppo, ma che sa di ennesima conferma.
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