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Sette giorni in Danimarca · Jun 21, 2026

Sette giorni in Danimarca • Numero 107

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Chiara Marmugi, Benedetta Rabitti, Ines Marzotto · Sette giorni in Danimarca

Pia Ohlsen Dyhr ammette che non avrebbe risssunto il consigliere speciale non se avesse saputo delle molestie, ma se avesse previsto il clamore.

Bergur Løkke Rasmussen, figlio del Ministro degli esteri, viene assunto da Babcock per fare lobbying su una gara da miliardi per nuove fregate danesi. Suo padre siede nel comitato che segue lo stesso acquisto. Tecnicamente non è illegale, ma solleva più di un dubbio.

Sisse Welling, sindaca di Copenaghen, vuole il roadpricing per tagliare il traffico cittadino. La stessa settimana stanzia 13 milioni di corone per portare in città un mega evento sportivo che lo aumenta.

Il filo che lega questi tre episodi non sono gli scandali in sé. È la distanza tra l’immagine che un’istituzione vuole proiettare e la logica con cui decide quando nessuno guarda con attenzione, o quando la legalità formale basta a chiudere la domanda prima che venga fatta.

Il resto del numero si muove sullo stesso asse, da prospettive lontane: lo studio che riscrive le cause dell’aumento di diagnosi ADHD e autismo, il monumento di Lolland che ha messo vent’anni a diventare quello che doveva essere fin dall’inizio, il sofà di Finn Juhl che vale un quinto della sua sedia gemella solo perché nessuno l’ha visto per 74 anni.

Se conosci qualcuno che segue la Danimarca, un collega, un amico appena arrivato,
un giornalista che ne scrive, mandagli questo numero.
È il modo più diretto per aiutarci a crescere.

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INDICE:

  1. Politica

  2. Economia

  3. Tre chiavi per capire la Danimarca

  4. Design e architettura

  5. Prospettive storiche

  6. Sport

  7. La parola della settimana

  8. Italiani in Danimarca

  9. Eventi legati all’Italia

  10. Italia nei media danesi

  11. Danimarca nei media italiani

Thomas Nystrøm si era dimesso sabato scorso da consigliere speciale della vicepremier Pia Olsen Dyhr (SF). La settimana scorsa avevamo raccontato la nomina e le ragioni dello scandalo. I problemi non si sono chiusi con le dimissioni.

È emerso che SF aveva continuato a usare Nystrøm come consulente esterno anche dopo averlo licenziato nel 2020, e che Nystrøm aveva nascosto di lavorare ancora per il partito. La direzione si è riunita lunedì: un dirigente ha ammesso che c’erano visioni diverse al suo interno.

Martedì ha parlato Dyhr: non avrebbe assunto Nystrøm se avesse saputo quello che sa ora. L’ufficio stampa ha poi precisato che intendeva: non lo avrebbe assunto se avesse previsto il clamore. Non una valutazione del merito, ma del danno d’immagine. Alla collega molestata non ha risposto. “Non mi scuserò”, ha confermato a TV 2.

La risposta ha sorpreso anche chi la apprezzava: pochi mesi fa Dyhr si era tatuata una zanzara in solidarietà con le donne del settore musicale contro le molestie. La musicista Filuka ha detto che non è un’alleata: “Voleva cavalcare un trend e ottenere buona stampa.”

Il portavoce Sigurd Agersnap non ha saputo rispondere su quante ore Nystrøm abbia lavorato, quanto sia stato pagato e quali consulenze abbia svolto. DR ha individuato tre errori nella gestione della crisi: argomenti fragili crollati subito, una conferenza stampa corretta poi per iscritto, e l’insistenza che “SF non è in crisi”.

Il caso è formalmente chiuso. Resta da spiegare cosa ha fatto Nystrøm per il partito in sei anni, e quanto è stato pagato.

Per chi segue SF, questa settimana ha reso visibile una tensione strutturale: un partito che costruisce la propria identità sui diritti civili e che, nel momento in cui viene messa alla prova, privilegia la gestione del danno d’immagine sulla coerenza.

Mentre il Parlamento europeo approvava nuove norme per facilitare l’espulsione dei richiedenti asilo respinti, SF e Radikale votavano contro, rompendo con la linea del governo. La destra li ha accusati di incoerenza.

In quel momento Mette Frederiksen era in volo verso il summit europeo. In un’intervista a Berlingske aveva appena detto che la sua priorità come premier è creare centri di accoglienza e rimpatrio fuori dai confini UE. “Sono entrati troppi immigrati in Europa. Troppi commettono crimini.” Per lei il voto è stata “una vittoria enorme.” Per i suoi alleati di governo, una sconfitta da spiegare.

È successo anche questo:
  • La Ministra dell’ambiente Gjerding (SF) ha aperto i negoziati sul divieto di pesticidi nelle aree idriche sensibili annunciando compensazioni per i contadini più colpiti – un cambio di tono rispetto a quando aveva escluso “qualsiasi compensazione automatica.” Marie Bjerre (Venstre) lamenta che i partiti non hanno ancora ricevuto informazioni su chi sarà compensato e in che misura.

  • Bergur Løkke Rasmussen, figlio del Ministro degli esteri Lars Løkke Rasmussen, è stato assunto dalla britannica Babcock per fare lobbying sull’acquisto di nuove fregate danesi, una gara da miliardi. Il padre siederà nel comitato governativo che segue lo stesso acquisto. I giuristi interpellati: tecnicamente non è illegale, ma Babcock “ha comprato accesso a una rete con relazioni familiari al massimo livello politico.”

  • Uno studio su 651 parlamentari in 13 anni rileva che gli uomini al Folketing parlano significativamente più delle donne, nonostante la composizione sia quasi paritaria (52% uomini, 48% donne). Il fattore decisivo è la distribuzione dei ruoli di portavoce tematico. Pernille Vermund (Liberal Alliance): “Non è il tempo di parola a determinare l’influenza, ma il contenuto.”

  • Secondo Kraka Economics, se la Danimarca portasse gli spazi degli allevamenti ai livelli svedesi – 50% in più per ogni capo – scomparirebbero 8,4 milioni di maiali, uno su quattro della produzione attuale. Il governo ha promesso “più spazio” nel suo programma senza specificare quanto. Il ministro Rabjerg Madsen (S) non esclude che si produrranno meno maiali, ma dice che l’obiettivo è il benessere, non la riduzione. Il costo a lungo termine: 4,6 miliardi di corone l’anno.

  • Alex Vanopslagh di LA, si è detto dispiaciuto per aver utilizzato un nicotine pouch durante un’intervista al Folkemødet. Ha ammesso di farne uso, ma non esserne orgoglioso e di sconsigliarlo ai giovani. Il video dell’intervista è diventato virale su TikTok.

La Danimarca è scesa ulteriormente nella classifica mondiale della competitività economica di IMD. È il terzo anno di fila che arretra; prima nel 2022 e 2023, quarta nel 2025, sesta adesso. Il ranking è basato su fattori come produttività, istruzione, sanità, infrastrutture e qualità istituzionale.

Alcuni elementi stanno pesando negativamente sulla sua posizione: alti livelli di prezzi interni, pressione fiscale elevata e un indebolimento degli indicatori relativi al mercato del lavoro.

Il direttore di Dansk Industri, Lars Sandahl Sørensen, è preoccupato: uscire dalla top 5 rende più difficile attrarre investimenti esteri. Anche il carico fiscale e la complessità regolatoria UE sono fattori centrali. Vengono accolti invece positivamente i piani del governo per ridurre la Selskabsskatten (la tassa sulle società) e le iniziative sull’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione.

Intanto, nella stampa locale si continua a parlare dei due temi economici che in assoluto preoccupano di più i danesi: le fluttuazioni del costo del petrolio causate dalla guerra in Iran e gli ultimi sviluppi del mercato immobiliare.

L’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran alimenta le speranze delle imprese locali che da mesi subiscono le conseguenze della crisi nello Stretto di Hormuz. Dopo oltre tre mesi di chiusura al traffico marittimo, si registra una ripresa del traffico petrolifero, pur in un clima di forte cautela. Oggi il prezzo del petrolio si attesta sugli 80 dollari al barile: è calato del 30% circa nell’ultimo mese.

Dopo anni di crescita trainata da Copenaghen, il mercato immobiliare danese mostra segnali di riequilibrio geografico. A guidare la fase attuale è Aarhus, dove le compravendite di appartamenti sono aumentate del 22% rispetto al 2025.

Nel complesso, le compravendite nel Paese sono scese dell’8% rispetto allo scorso anno. Il calo più marcato a Copenaghen (-17% per gli appartamenti) non è il segno di una crisi ma di una normalizzazione dopo la crescita eccezionale del 2025. A livello nazionale l’unica tipologia di abitazione in crescita rispetto al 2025 è la sommerhus, con forte domanda soprattutto nello Jutland occidentale e nel Nord della Selandia.

È successo anche questo:

Negli ultimi decenni le diagnosi di ADHD e autismo sono aumentate in modo significativo in molti Paesi. Un nuovo studio danese pubblicato su JAMA Psychiatry mette in discussione alcune delle spiegazioni più diffuse per questo aumento. Analizzando campioni di sangue neonatale e dati genetici di oltre 37.000 danesi diagnosticati tra il 1994 e il 2016, i ricercatori hanno osservato che le persone diagnosticate negli anni più recenti presentano, in media, una minore predisposizione genetica rispetto al passato.

Il risultato esclude tre ipotesi. La prima: che l’aumento sia dovuto a una crescita del rischio genetico nella popolazione: in quel caso i diagnosticati recenti avrebbero predisposizione più alta, non più bassa. La seconda: che cambiamenti ambientali abbiano modificato il patrimonio genetico, per la stessa ragione. La terza: che i medici si siano semplicemente migliorati nel trovare casi classici precedentemente mancati, perché quei casi avrebbero una firma genetica simile ai diagnosticati del passato, e la media non scenderebbe.

Secondo gli autori, la spiegazione più plausibile è l’ampliamento dei criteri diagnostici: si è estesa la soglia stessa per ottenere una diagnosi, fino a includere anche chi ha forme più lievi o sfumate dei disturbi. Non si tratta di sovradiagnosi, i disturbi del neurosviluppo sono reali, si è allargata la definizione di cosa conti come autismo o ADHD.

Dall’inizio del 2025 diversi comuni e tre circoscrizioni di polizia danesi hanno segnalato al Centro per la documentazione e l’intervento contro l’estremismo un fenomeno nuovo: giovani rifugiati ucraini, tra i 13 e i 20 anni, con segnali di adesione all’estrema destra.

I segnali sono concreti: tatuaggi con svastiche o simboli delle SS, abbigliamento identificativo, dichiarazioni ostili verso gruppi minoritari.

Tra le circoscrizioni coinvolte: Nordsjælland, Copenaghen, Midt- og Vestsjælland. Anche i comuni di Copenaghen e Gentofte confermano di conoscere il problema.

Il Centro non ha ancora dati quantitativi, ma i casi restano una minoranza dentro una comunità molto più ampia. Dall’inizio della guerra, oltre 65.000 ucraini hanno ottenuto il permesso di soggiorno in Danimarca.

La ricercatrice Karen-Inge Karstoft, dell’Università di Copenaghen, studia il benessere degli ucraini in Danimarca. Una minoranza significativa, dice, mostra sintomi di disagio, depressione o stress post-traumatico.Vulnerabilità, ricerca identitaria, traumi di guerra: sono i fattori che rendono alcuni giovani permeabili ai messaggi estremisti. L’estrema destra pesca proprio lì, tra chi è già fragile o segnato dal trauma, dice Schmidt Hansen.

Il fenomeno riguarda ancora numeri contenuti, ma tocca un punto sensibile dell’accoglienza ucraina, la più ampia gestita dal Paese in anni recenti. Se l’estremismo trova spazio in quella comunità, cambia anche il modo in cui il pubblico danese guarda all’intera ondata di arrivi.

Martedì scorso è stata posizionata l’ultima pietra del Dodekalit, a Kragenæs, nel nord di Lolland. Vent’anni dopo l’idea iniziale, il cerchio è chiuso.

Dodekalit, dal greco “dodici pietre”, è un cerchio di 12 statue di granito alte tra sette e nove metri. Pesano tra le 25 e le 45 tonnellate ciascuna. Le teste scolpite in cima guardano verso il centro. Dalle pietre-sedile esce musica elettronica calibrata sui ritmi della natura: la posizione del sole, le fasi lunari, le maree del porto. Intorno, le colline dell’era glaciale e il mare di Småland, con le isole Askø e Fejø all’orizzonte.

Il progetto nasce nel 2006 dall’incontro tra lo scultore Thomas Kadziola e il compositore Gunner Møller Pedersen. Dieci anni dopo, il sodalizio si rompe: Møller Pedersen se ne va, Kadziola resta. A raccogliere la parte sonora arriva il compositore Wayne Siegel.

Nel mezzo, ci sono stati ostacoli di ogni tipo. Una causa legale sul vincolo paesaggistico del 1977, poi risolta. Residenti in rivolta per il traffico generato da un’opera capace di attirare fino a 100.000 visitatori l’anno, in un angolo di Lolland che non aveva mai visto niente di simile. E anni interi in cui il progetto sembrava destinato a non chiudersi mai.

L’ultima pietra si chiama Folkets Sten, la pietra del popolo. Finanziata con folkeaktie, azionariato popolare, e arriva da Ilulissat, in Groenlandia.

Ed è qui il punto vero della storia. Il Dodekalit viene spesso chiamato lo Stonehenge di Lolland, ma il paragone tiene poco. Stonehenge è un mistero. Il Dodekalit no: si conosce ogni fase, ogni conflitto, ogni colpo di martello. I suoi creatori hanno dichiarato fin dall’inizio che la costruzione faceva parte dell’opera, non era solo il mezzo per arrivarci.

Il risultato è un monumento senza memoria. Non ricorda una guerra, un re, un’idea. Celebra il tempo, i venti anni impiegati a costruirlo, e si sincronizza ogni giorno con il tempo naturale da quando la musica è partita, nel 2018.

Finn Juhl inizia a disegnare alle 10 di mattina. Alle 3 di notte, i fogli sono pronti per Niels Vodder, il maestro ebanista con cui collabora da anni. In 17 ore ha progettato due oggetti: la Høvdingestol e lo Høvdingesofa.

Siamo nel 1949. I due pezzi vengono presentati insieme alla Snedkerlaugets Møbeludstilling di Copenaghen, la mostra annuale degli ebanisti, dove Juhl espone da anni i suoi lavori più radicali. Alla mostra c’è anche re Federico IX. Si accomoda sulla sedia. Un giornalista suggerisce di chiamarla “Sedia del Re.” Juhl risponde: “Chiamatela piuttosto sedia del capo”. Il nome rimane: Høvdinge, condottiero.

Il design non è casuale. I braccioli larghi evocano una sella da cavallo. Le aste dello schienale rimandano a un arco. La forma del dorso ricorda uno scudo o il copricapo di piume di un capo indigeno. Juhl aveva in mente qualcosa di più grande e pomposo rispetto alle sedie leggere che dominavano i cataloghi del tempo: voleva un oggetto che occupasse lo spazio come una scultura.

La sedia entra immediatamente in produzione. Diventa un’icona, finisce nei musei americani, lancia – con l’aiuto dei giornalisti statunitensi presenti alla mostra – la moda internazionale del Danish Modern negli anni Cinquanta. Oggi la Høvdingestol è il pezzo più riconoscibile di Juhl, riprodotto da OneCollection e distribuito in tutto il mondo.

Il sofà scompare.

Ne vengono prodotti meno di 5 esemplari, probabilmente solo 2. Uno finisce al Designmuseum di Copenaghen, dove è ancora oggi in mostra permanente. L’altro viene acquistato nel 1952 da una famiglia che lo porta in Svezia, dove rimane per 74 anni. Nella stessa casa. Con la stessa tappezzeria originale in pelle naturale. Con il timbro di Niels Vodder ancora leggibile sul legno.

Il 18 giugno scorso quella famiglia ha messo il sofà all’asta da Bruun Rasmussen. Stima: da 1,2 a 1,5 milioni di corone. Prezzo finale: 1 milione di corone, circa 134.000 euro. L’acquirente non è stato reso noto.

La storia dello Høvdingesofa è la storia di come si costruisce un mito del design, e di come il mito non coincide necessariamente con l’oggetto stesso.

La sedia è famosa perché è stata prodotta, distribuita, fotografata, studiata. Il sofà è diventato mitico perché non c’era. Stessa notte di disegni, stesso ebanista, stessa mostra, stesso nome. Ma uno degli oggetti ha saturato il mercato e l’immaginario, l’altro è quasi scomparso dalla circolazione. Questo non lo rende peggiore: lo rende irraggiungibile, e quindi desiderabile in un modo completamente diverso.

C’è anche un elemento che i danesi raramente sottolineano. Il pezzo che rappresenta il vertice del design danese – quello che gli storici chiamano il più grande lavoro di Juhl – non stava in Danimarca. Stava in Svezia. In un salotto privato. Ignorato per decenni da chiunque non fosse la famiglia proprietaria.

Non è un’anomalia: è una struttura ricorrente. Il design danese è celebrato ovunque come patrimonio identitario, ma i pezzi originali finiscono quasi sempre nelle mani di collezionisti privati, istituzioni straniere o case d’asta internazionali. La Danimarca conserva la narrazione, non gli oggetti.

Juhl era considerato un outsider nel panorama del design danese degli anni Quaranta. Troppo scultoreo, troppo artistico, troppo poco funzionale. I critici del settore vedevano nei suoi mobili qualcosa di eccessivo, quasi sospetto per un Paese che costruiva la propria identità sul design democratico e accessibile. Il paradosso è che oggi quel carattere “eccessivo” è esattamente ciò che lo distingue, e ciò che rende i suoi pezzi originali irripetibili.

Una nuovo Høvdingesofa prodotto da OneCollection, eseguito a mano in Danimarca con legno di noce e pelli di prima scelta, costa circa 119.000 corone. È un bel mobile. Ma non è il sofà che Juhl disegnò in 17 ore nel 1949, e il mercato lo sa benissimo: il divario di prezzo tra le due versioni è di quasi un ordine di grandezza.

L’acquirente di questi giorni – chiunque sia – ha comprato anche quella storia. E non è detto che il sofà torni a essere visibile.

Nel giugno del 1620 Jens Munk è seduto sul ponte della nave Enhjørningen, nella baia di Hudson. Attorno a lui ci sono i cadaveri di 61 uomini. Dei 64 partiti da Copenaghen tredici mesi prima, lui è l’unico rimasto. Ha scritto una lettera di addio: “Al mondo intero buona notte, e la mia anima nelle mani di Dio”. Si siede al sole ad aspettare la morte.

Poi vede qualcosa muoversi sulla riva.

La storia di Jens Munk parte da molto prima. Nacque nel 1579, il padre finì in prigione quando lui aveva sei anni, a 12 si imbarcò come mozzo. Salì di grado senza titoli nobiliari, solo perché era bravo, quasi impossibile ai tempi. Dal 1610 lavorò per Cristiano IV: esplorando il Mare Artico, cacciando pirati, combattendo nella guerra di Kalmar.

Poi il re lo chiamò per qualcosa di più grande. Cristiano IV voleva il Passaggio a Nordovest: la rotta artica verso il Pacifico e poi l’Asia, senza intermediari olandesi o portoghesi. Munk ricevette l’incarico di trovarlo.

La spedizione partì nel maggio 1619. Entrarono nella baia di Hudson in agosto e decisero di svernare allo sbocco del fiume Churchill, nell’attuale Canada. La vigilia di Natale, Munk distribuisce vino e birra forte. “Li feci bere abbastanza da renderli brilli e allegri”, annotò nel diario.

Poi, il crollo.

Lo scorbuto, la mancanza cronica di vitamina C, fece cadere i denti a tutti e prosciugò le forze. Munk fece da infermiere, cucinò per i malati, cercò qualsiasi rimedio. Ogni giorno segnava nel diario il nome di chi era morto. I due che vide muoversi sulla riva non erano fantasmi: erano usciti a cercare cibo settimane prima e lui li credeva morti. Giugno aveva scongelato abbastanza terra da far spuntare i primi germogli. I tre uomini strappano radici e le succhiano perché non hanno più denti.

Con quelle poche vitamine recuperano forze sufficienti per rimettere in acqua, in tre, la Lamprenen, il vascello secondario della spedizione, 40 tonnellate. Il 16 giugno 1620 partono per casa. Settantuno giorni dopo toccano la costa norvegese.

“Piangemmo di gioia e ringraziammo Dio”, scrive Munk.

La storia successiva lo dipinge come un fallito in disgrazia, gettato in prigione da Cristiano IV. Le fonti storiche non confermano nulla di questo: dopo il ritorno, il re gli affidò il comando di una nave. Morì nel 1628, ferito in battaglia.

Il Nationalmuseet sta ora cercando l’Enhjørningen con una squadra danese-canadese che include ricercatori indigeni cree, inuit e dene. Lo scavo è previsto per il 2027: i ricercatori si dicono “ragionevolmente convinti” di aver trovato il posto giusto.

I motivi di questo ottimismo sono tre. Negli anni Novanta alcuni ricercatori canadesi avevano trovato nell’area frammenti di mattoni rossi che non quadravano con la storia locale: il Nationalmuseet vuole analizzarli per verificare se vengono dalla cucina di bordo dell’Enhjørningen. Nel 1964 un gruppo di ricerca aveva scandagliato il posto sbagliato, perché non aveva calcolato il sollevamento del suolo: in quell’area la terra si alza di 40-70 centimetri per secolo. Ai tempi di Munk il fiume era più profondo e la nave era ormeggiata molto più vicino alla riva.

La terza ragione viene dalla tradizione orale. In Cree, il fiume Churchill si chiama ancora Mantayo Seepee, “Il Fiume degli Stranieri”: il nome risale al ritrovamento di corpi con capelli chiari e vestiti mai visti prima, le famiglie locali ancora ne parlano. Sono i morti della spedizione di Munk.

La tradizione orale locale aggiunge un ultimo dettaglio: gli indigeni trovarono una “casa” di stranieri che esplose, uccidendo alcuni di loro. I ricercatori ritengono che l’Enhjørningen sia saltata in aria quando qualcuno è sceso sottocoperta con una torcia.

Nel 2027 si cercheranno la chiglia e le tavole più basse dello scafo con metal detector, droni e modelli 3D del fondale.

A Churchill c’è una targa e una strada che ricordano Jens Munk. I danesi, per lo più, non sanno chi era. Se avesse trovato il Passaggio, oggi ci sarebbero statue di Munk in ogni città – ma lo scopo dell’impresa era espandere il commercio danese verso l’Asia, non l’esplorazione. Quella parte della storia la Danimarca l’ha rimossa.

Studentervogn, Studenterhue

Hue, in danese, viene dal norreno húfa: cappello, cappuccio. Student non è “studente” nel senso generico: indica chi ha superato lo studenteksamen, l’esame di maturità. E vogn, dal norreno vagn, è il carro – la stessa radice di wagon, Wagen, e dell’inglese vehicle. Studentervogn è, letteralmente, il carro dei diplomati. Le parole non mentono.

Ogni anno, nell’ultima settimana di giugno, le città danesi si riempiono di un rumore specifico: musica a tutto volume da camion addobbati, ragazzi in cappello bianco che urlano, famiglie sul marciapiede con vassoi di cibo e litri di alcolici. Chi arriva dall’estero lo registra come una festa uniforme e allegra. Ma è qualcosa di più stratificato.

Lo studenterhue non è un’invenzione danese. Nasce nel 1843 a Uppsala, al primo incontro studentesco nordico, viene adottato come copricapo comune nel 1845 e arriva alla forma attuale nel 1856. L’ispirazione viene dalla Germania, dove cappelli simili erano in uso tra gli universitari dall’inizio del Settecento.

In Danimarca entra nel gymnasium maschile negli anni Ottanta dell’Ottocento, in quello femminile solo negli anni Trenta del Novecento. Allora completare il gymnasium era ancora un privilegio per pochi. Il cappello segnalava qualcosa di reale.

Ancora oggi lo fa.

Il cappello bianco è identico per tutti. Il nastro no. Il colore indica quale percorso scolastico hai completato:

  • Bordeaux: STX, il gymnasium generico

  • Blu: HHX, il gymnasium commerciale

  • Azzurro: HTX, il gymnasium tecnico

  • Azzurro chiaro: HF, l’esame supplementare

  • Viola: EUD, la formazione professionale

  • Grigio: EUX, il percorso ibrido

  • Arancione: PAU, l’assistente pedagogico

Chi vive in Danimarca abbastanza a lungo impara a leggerli. Il bordeaux del STX porta un peso storico che gli altri non hanno: è il gymnasium “vero”, quello che dà accesso all’università tradizionale. Gli altri nastri segnalano percorsi validi ma diversi, e quella differenza è scritta sul cappello.

In un Paese che si considera tra i più egualitari al mondo, il nastro dello studenterhue è uno degli indici sociali più leggibili che esistano.

La tradizione del giro in camion – studenterkørsel – risale agli anni Trenta, quando si faceva in carrozza. Il meccanismo è rimasto lo stesso: il gruppo di classe noleggia un veicolo, lo decora con slogan spesso a doppio senso, e gira per la città fermandosi davanti a casa di ogni compagno, dove la famiglia aspetta sul marciapiede.

Le regole vengono da una circolare del 1995: pareti alte almeno 120 cm, sedili fissi, velocità massima 40 km/h in città e 60 fuori. La regola principale è che nessuno può sporgersi o sedersi sul bordo, è la causa più comune di incidenti.

Il 28 giugno 2025, tre ragazzi hanno battuto la testa su un cavalcavia a Vallensbæk, nella periferia ovest di Copenaghen. Erano in piedi su oggetti rialzati dentro il cassone. Due trovati privi di sensi, un terzo ricoverato. I tre autisti incriminati, i camion sequestrati.

L’incidente non è il primo. Nel 2015-2016 il Folketing ha discusso una proposta per raccogliere statistiche sistematiche sugli incidenti durante la studenterkørsel. La normativa non è cambiata.

La studentervogn è una tradizione che la Danimarca non vuole toccare: è il momento in cui ai giovani viene concessa una trasgressione pubblica, sancita e limitata nel tempo. Aggiornare le regole in profondità significherebbe cambiare la natura del rito. Nessun governo danese ha scelto di farlo.

Quest’anno circa 50.000 studenti indosseranno il cappello bianco. Il momento canonico è quando il genitore – o chi più conta nella vita dello studente – lo posa in testa fuori dalla scuola, subito dopo l’esame. Poi vengono i giorni sul camion, le firme sulla visiera, i simboli che raccontano cinque anni in poche immagini.

Il gymnasium di Hjørring, nel Nord Jutland, ha lanciato una campagna per le famiglie: non chiedete subito il voto. Dite solo congratulazioni. La consulente didattica Mie Guldhammer Weinkouff spiega che molti studenti arrivano all’esame già sotto pressione, e la prima domanda fuori dall’aula comprime cinque anni di lavoro in un numero. In molti percorsi, quello che viene dopo dipende dal diploma, non dalla media.

Il tema ha trovato spazio sulla stampa nazionale: il rito dovrebbe celebrare il percorso, non il risultato. Ma il nastro bordeaux del STX non è neutro nemmeno su questo punto. Dove il cappello pesa di più, altrettanto pesa il voto, che dà o meno accesso alle università più prestigiose.

Il dischetto al centro – tradizionalmente una croce cristiana – può oggi essere sostituito con altri simboli: Stella di David, mezzaluna, chiave di violino, foglia d’acero, falce e martello.

Il rituale non è cambiato. Chi vi partecipa, sì. In un Paese in cui l’immigrazione è tra i temi più divisivi degli ultimi vent’anni, il cappello bianco con la mezzaluna è una risposta silenziosa a quella tensione.

A luglio i cappelli spariscono. I camion tornano alle ditte di noleggio. I nuovi studenter affrontano l’estate prima dell’università, del lavoro, di qualsiasi cosa venga dopo.

Resta il nastro, che racconta una storia che la Danimarca preferisce non discutere apertamente: che le opportunità non sono distribuite in modo uniforme, che i percorsi scolastici non sono equivalenti, e che quella differenza viene indossata, letteralmente, sul cappello.

Il Comune di Copenaghen ha stanziato 13 milioni di corone per portare in città, nel 2028, la DM-uge: la settimana dei campionati sportivi nazionali danesi. Sarà la prima volta nella storia dell’evento, nato nel 2022.

Finora il format si era tenuto alla larga da Copenaghen: Aalborg nel 2022, 2023 e 2025, Herning nel 2024 e nel 2026, Aarhus nel 2027. La DM-uge nasce come ‟mini-Olimpiade danese”, una settimana in cui un’unica città eredita decine di campionati nazionali in contemporanea.

Oltre 40 discipline sportive e almeno 135 titoli nazionali in palio, e per la prima volta l’evento si allarga anche a campionati nordici in discipline selezionate: atleti svedesi, norvegesi e di altri paesi nordici competeranno fianco a fianco con quelli danesi.

A firmare l’arrivo dell’evento è Sisse Marie Welling, sindaca di Copenaghen da gennaio 2026 e prima persona non socialdemocratica a guidare la città. Welling viene dalla sinistra verde, SF, ed è una delle voci più esplicite, in questi mesi, sulla necessità di ridurre il traffico automobilistico a Copenaghen: ha accolto con favore un rapporto di DTU e Sund & Bælt che raccomanda il roadpricing in città – un meccanismo che fa pagare l’accesso o la circolazione in certe zone in base a dove, quando e quanto si guida – definendolo ‟uno strumento buono e necessario″ per affrontare congestione, rumore e qualità dell’aria.

Ma negli stessi giorni Welling difendeva pubblicamente anche il traffico bloccato da megaeventi sovrapposti. Lo scorso weekend Copenaghen ha ospitato in contemporanea il Copenhagen Sprint (tappa del World Tour ciclistico), un evento Pokémon con 60.000 partecipanti a Fælledparken, e un concerto a Valbyparken. ‟Abbiamo i megaeventi per i cittadini di Copenaghen, non per i turisti”, ha detto Welling, giustificando le chiusure stradali in più zone della città nello stesso fine settimana.

La DM-uge 2028 si aggiungerà a un calendario già affollato. Non lo sostituirà.

La reazione pubblica all’annuncio è stata perlopiù positiva: DR ha raccolto reazioni di cittadini favorevoli, nonostante la domanda esplicita sul traffico. Una voce isolata, quella di un residente che si chiede perché non si usi semplicemente un’area boschiva fuori città invece del centro, resta minoritaria.

Resta un nodo che nessuno, finora, ha individuato: la stessa amministrazione che lavora per tassare l’auto e scoraggiare il traffico privato sta comprando, con soldi pubblici, un evento che produce lo stesso tipo di congestione che dice di voler ridurre. Tra due anni si scoprirà se le due strategie convivono, o se una delle due cede.

Rettifica rispetto alla notizia data in precedenza: la scadenza del 3 agosto delle carte d’identità resta valida per i viaggi all'estero, ma non per l'uso in Italia.
Il Consiglio dei ministri ha prorogato la validità della carta d’identità cartacea, non l’ha abolita. Chi ha ancora il vecchio documento può continuare a usarlo in Italia fino alla scadenza naturale stampata sopra: per la pubblica amministrazione, le banche, l’identificazione quotidiana.

Tuttavia, dal 3 agosto 2026 la carta cartacea non è più valida come documento di viaggio, anche se la scadenza stampata è successiva. Lo prevede il regolamento UE del 2019 sugli standard di sicurezza dei documenti d’identità, e quel regolamento il governo italiano non lo può modificare con una circolare interna.

Per chi vive in Danimarca, la distinzione conta su entrambi i fronti. Se avete ancora il documento cartaceo, restando solo in Danimarca, potete impiegarlo per gli usi locali fino alla sua scadenza. Ma per tornare in Italia, andare altrove in UE, o anche solo prendere un volo, dal 3 agosto in poi servono comunque la CIE o il passaporto.

La CIE si richiede presso la Cancelleria Consolare di Copenaghen. I tempi di appuntamento restano lunghi: la proroga riguarda l’uso del vecchio documento, non i tempi di rilascio del nuovo.

Hellerup (Istituto Italiano di Cultura); 25 giugno 2026, ore 18:30 • ALA, Elegia in tre attiConcerto per pianoforte e immagini della pianista e compositrice italiana Roberta Di Mario. Lo spettacolo, articolato in tre momenti dedicati a nascita, giovinezza e maturità, intreccia musica originale e richiami alla tradizione pianistica di Bach e Chopin, proponendo un percorso tra memoria, immaginazione e crescita personale. Ingresso gratuito con registrazione qui.

Hellerup (Istituto Italiano di Cultura); 30 giugno 2026, ore 20.00La traviata in diretta dal Teatro dell’Opera di Roma – Diretta streaming de La traviata dal Teatro dell’Opera di Roma. In programma la celebre produzione con la regia di Sofia Coppola e i costumi di Valentino Garavani, realizzata in collaborazione con la Fondazione Valentino. L’evento, a ingresso gratuito, celebra il contributo del Maestro Valentino Garavani alla cultura e all’immagine dell’Italia nel mondo. Durata prevista: circa 3 ore. Registrazione qui.

Hellerup (Istituto Italiano di Cultura); 6 luglio 2026, ore 18.30Radici: il blues tra memoria e innovazione L’Istituto Italiano di Cultura ospita il trio formato da Ada Montellanico (voce), Simone Graziano (pianoforte) e Filippo Vignato (trombone) nell’ambito del Copenhagen Jazz Festival. Il progetto Radici esplora le origini del blues come fenomeno musicale, storico e sociale, con riletture di brani della tradizione, composizioni ispirate a figure femminili del jazz e pezzi originali. Ingresso gratuito con registrazione qui.

Ricorda:

Hellerup (Istituto Italiano di Cultura); dal 4 giugno al 14 agosto

Monumentini: architetture iconiche – cupole, archi, colonnati – reinterpretate in LEGO® – L’artista italiano Luca Petraglia ricostruisce i grandi monumenti italiani mattoncino per mattoncino. Aperto dal lunedì al venerdì (orari variabili) e nel weekend 10.00-14.45. Ingresso 100 kr, bambini sotto i 10 anni gratis, famiglia (2+2) 300 kr. Biglietti solo online qui.

Vuoi segnalare un evento per la nostra rubrica? Scrivi alla redazione all’indirizzo settegiorniindanimarca@gmail.com.

TV2 / DR / Jyllands-Posten – La lite sulla fotografia continua, e i media danesi seguono l’escalation più che il contenuto. Tre testate raccontano la stessa notizia in tre momenti diversi della stessa giornata: Trump ripete su Truth Social che Meloni lo ha “implorato” per una foto al G7, Meloni risponde su Instagram che la sua popolarità “non riguarda” Trump. TV2 aggiunge le opinioni di tre esperti (Eva Ravnbøl, Alberte Bové Rud), che parlano di un’escalation “senza precedenti” da parte di chi era fino a pochi mesi fa uno degli alleati europei più vicini a Trump. Jyllands-Posten, invece, è la sola a contestualizzare la lite nei sondaggi: nota che Meloni risale al 35% mentre Trump resta vicino ai minimi della sua carriera, lasciando intuire un movente elettorale dietro lo scambio. Nessuna delle tre racconta la posta in gioco reale, quella citata di striscio da tutte: la cancellazione del viaggio di Tajani a Washington.

Berlingske/Information – Da Vannacci a Mussolini: la stampa danese smonta il mito della destra moderata di Meloni. Mentre Trump la attacca da Washington, Berlingske la guarda da destra: racconta l’ascesa di Roberto Vannacci, l’ex generale che con Futuro Nazionale minaccia di superarla sul fianco più radicale. Information chiede esplicitamente se una premier che ha elogiato Mussolini e il cui partito ha radici post-fasciste possa davvero farsi superare ancora più a destra: la risposta è sì, e si chiama Roberto Vannacci. L’ex generale ha lanciato Futuro Nazionale puntando sulla “remigrazione” degli stranieri, e il pezzo lo inquadra come il prodotto di un laboratorio politico che l’Italia ha già usato altre volte: il fascismo è nato in Italia, Berlusconi ha anticipato lì il populismo di destra moderno. L’angolo è quello tipico della stampa danese su Meloni: non basta più chiamarla “premier di destra, bisogna spiegare quanto a destra rispetto a cosa.

TV 2 – L’Italia si inserisce nel conflitto greco. Il Ministro della cultura Alessandro Giuli si è schierato a sostegno della Grecia nella disputa con il Regno Unito per la restituzione dei marmi del Partenone conservati al British Museum. L’articolo presenta la vicenda sottolineando il forte legame emotivo che greci e italiani attribuiscono ai simboli dell’antichità ma, secondo TV 2, la scelta riflette anche l’attenzione del governo Meloni per la tutela del patrimonio culturale e l’identità nazionale.

  • Trump, la Groenlandia (e lo scambio con Porto Rico): perché le mire del presidente Usa vanno ancora prese sul serio. (Corriere della Sera)

  • Trump e la Groenlandia (un caso ancora aperto), Trump e l’Albania (un caso molto europeo) e i 7 motivi del fiasco di Netanyahu. (Corriere della Sera)

  • La Danimarca dice addio al ministero dell’Agricoltura: al suo posto Natura e Benessere animale. (Cookist)

  • Automazione, il gruppo Piovan ingloba anche la danese Aasted: «Più forti in Europa e Usa». (Corriere del Veneto)

  • Notizie Radiocor PiovanGroup: acquisisce danese Aasted per crescere in automazione alimentare. (Borsa Italiana)

  • Piovan rileva Aasted e punta a 200 milioni nel food processing. (ItalyPost)

  • Freetrailer Group A/S ed Elgiganten A/S ampliano la partnership per aumentare la disponibilità di rimorchi in tutta la Danimarca. (MarketScreener)

  • Copenhagen Sprint a Philipsen, una maxi-caduta elimina Merlier e Groenewegen. (Cicloweb)

  • La cultura della bicicletta unisce La Fausto Coppi Generali 2026 e la Danimarca. (QuiCicloturismo)

  • Dentro il party di apertura di Hypebeast e Deoron al 3daysofdesign. (Hypebeast)

  • Danimarca, festival di sculture di sabbia si ispira al Medioevo. (Euronews)

  • Ora Fritz Hansen vuole farci ascoltare il design. (Domus)

  • “Sole Vince” a Copenaghen: l’Ambasciata porta il design italiano al festival 3daysofdesign. (AISE)

  • A Copenhagen il design racconta il legno, dal bosco al progetto. (Il Sole 24 Ore)

  • Il festival del design scandinavo cresce e si afferma come il principale hub europeo del progetto contemporaneo tra ricerca, installazioni immersive e nuove visioni del vivere. (Designer Space)

  • Jasper Morrison ha disegnato una sedia normale. Ed è proprio questo il punto. (Domus)

  • Il nuovo spazio A-N-D a Copenaghen. (Archiproducts)

  • Il meglio dei 3daysofdesign 2026, la fiera diffusa di Copenhagen che si fa sempre più grande. (Elle Decor)

  • Il ristorante che doveva chiudere per sempre ha cambiato idea. (Elle)

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