RSS Amplifier

I MILLE FORWARD · Nov 24, 2025

Una storia di cui possiamo ancora cambiare il finale

0
Sign in to vote or save

Domiziana Ferrari · I MILLE FORWARD

Ciao! Questa è la newsletter de I MILLE. Si chiama Forward perché da qui proviamo a guardare in avanti (e anche perché se poi le cose che scriviamo ti piacciono le puoi inoltrare a qualcuno che ti piace). Come te, altre +1700 persone che lavorano nel mondo della comunicazione, del marketing e del digitale leggono I MILLE Forward, e in più di 26.000 seguono quello che abbiamo da dire su LinkedIn e Instagram.

Ci sono giornate che arrivano ogni anno come una pausa forzata, un momento sospeso che interrompe il ritmo e ci chiede di volgere lo sguardo verso ciò che spesso lasciamo ai margini della quotidianità. Il 25 novembre è uno di questi: una necessità, sotto forma di invito a fermarsi e riconoscere apertamente una verità che ci abita da sempre, anche quando non la nominiamo. È il giorno in cui ci viene chiesto di affrontare apertamente la violenza di genere, non con la freddezza dei comunicati o con la distanza delle ritualità istituzionali, ma con la consapevolezza intima di chi sa che questa realtà non appartiene agli altri: appartiene a noi.

Ciao, io sono Domiziana Ferrari, Strategist de I MILLE, e mentre provavo a mettere insieme i pensieri su ciò che volessi dire davvero oggi, mi sono accorta che partire dal dolore non sarebbe bastato, non perché non sia urgente o ingombrante, ma perché racconta solo metà della storia. L’altra metà riguarda ciò che possiamo costruire, i luoghi in cui sappiamo prenderci cura gli uni degli altri, le reti che tessiamo quasi senza accorgercene e che, silenziosamente, possono diventare un anticorpo. Judith Butler, filosofa politica, riflettendo su vulnerabilità e relazioni, pensa che diventiamo vulnerabili gli uni nelle mani degli altri, e questo concetto, che potrebbe sembrare un monito, è invece un invito profondo a riconoscere che la prevenzione non avviene soltanto nelle aule di tribunale o nelle normative, ma nasce nella trama minuta degli scambi quotidiani, in quella geografia intima che costruiamo insieme, che può germogliare un modo diverso di proteggerci.

Ogni anno, avvicinandoci al 25 novembre, le statistiche ricompaiono come fantasmi familiari: numeri che parlano di femminicidi, aggressioni, violenza psicologica, economica, digitale. I dati sfilano uno dopo l’altro, continuiamo a guardarli, a interrogarli, a cercare un modo per comprenderli. Ma quello che colpisce di più non sono mai i numeri in sé, quanto la loro inquietante normalità, il fatto che si ripropongano con una regolarità quasi rituale, come se facessero parte di un paesaggio che abbiamo imparato a riconoscere senza esserne scossi, davvero.

Che una donna possa essere picchiata, isolata, controllata, fino a essere uccisa dentro un sistema che definisce tutto ciò “tragedia”, come se fosse un evento naturale imprevedibile e non il prodotto di una cultura sedimentata, dovrebbe farci riflettere molto più profondamente di quanto facciamo. bell hooks, che della cura ha fatto una pratica politica, sosteneva che l’amore non può esistere senza giustizia. E questo vale non solo nelle relazioni intime, ma nella società intera: se non c’è giustizia, non c’è protezione; se non c’è protezione, la cura rimane un gesto privato, fragile, insufficiente.

Per provare a comprendere davvero la portata di ciò che accade, dobbiamo tornare alle cifre, ma solo dopo aver capito che i dati non sono mai freddi, né mai neutrali. Sono strumenti narrativi, lenti per interpretare il mondo, modi di affermare che una realtà merita attenzione. Nel suo ultimo libro, Perché contare i femminicidi è un atto politico, Donata Columbro spiega con chiarezza che contare non significa fare un elenco meccanico, bensì compiere un gesto di responsabilità pubblica: decidere che un fenomeno va portato alla luce, reso visibile, sottratto alla banalizzazione.

I dati italiani ci raccontano, con un’insistenza che ferisce, che la maggior parte delle donne uccise conosceva chi le ha tolto la vita. Non sconosciuti né presenze estranee, ma partner ed ex partner. E accanto ai femminicidi, ci sono tutte le forme di violenza che restano sotto traccia: il controllo che passa per “protezione”, la violenza economica che limita l’autonomia e che diventa ricatto, i microcontrolli quotidiani che definiscono l’orizzonte di ciò che una donna può o non può fare.

Come ricorda Columbro, contare significa dire che non accettiamo che questa realtà venga normalizzata. È il primo passo per riconoscere che ciò che appare inevitabile è, in realtà, profondamente costruito.

E proprio per questo, parlare di cura diventa inevitabile, perché la cura non è l’antitesi sentimentale della violenza, ma il suo controcampo sociale. Negli ultimi anni, una parte della narrazione ha insistito sull’idea che la violenza, come dicevamo, sia un evento improvviso, un incidente drammatico e isolato. Ma non è così: la violenza vive e cresce in una cultura che fatica a leggere i segnali deboli, che si affida a ruoli rigidi, spesso invisibili, ma profondamente radicati.

Carol Gilligan, riflettendo sull’etica della cura, ricordava che non si tratta di dolcezza né di inclinazioni naturali, ma di una responsabilità collettiva. La cura, in questa prospettiva, non è un comfort, non è un sollievo; è un’infrastruttura. È una forma di presenza che fa nascere nuove possibilità, una pratica che rende la violenza meno probabile perché costruisce, giorno dopo giorno, un terreno culturale diverso.

La violenza contro le donne riguarda le donne solo in superficie; in profondità, riguarda il tipo di società che decidiamo di essere. Ogni volta che una donna chiede aiuto e trova un muro, quel fallimento non riguarda solo lei, ma tutte le strutture sociali che non hanno saputo accoglierla: scuole che non educano all’empatia, luoghi di lavoro che non leggono i segnali, quartieri e reti informali che non hanno strumenti per intervenire.

E al contrario, ogni volta che una donna trova una rete che fa posto, che ascolta, che sostiene, siamo di fronte a un gesto di prevenzione culturale. Sono quelle storie, spesso non raccontate, a cambiare l’orizzonte del possibile. Judith Herman lo racconta bene in Trauma and Recovery quando descrive come la guarigione non avvenga mai in solitudine, ma in una comunità capace di contenere il trauma. È un pensiero che parla tanto del dopo quanto del prima: della possibilità di costruire un argine che riduca la violenza prima ancora che si manifesti.

Quando pensiamo alla violenza, la mente corre subito alle situazioni più estreme: la chiamata d’emergenza, l’intervento delle forze dell’ordine, le dichiarazioni ufficiali, le panchine rosse nelle piazze. Sono immagini che conosciamo bene perché sono diventate il simbolo pubblico del problema, la rappresentazione visibile di qualcosa che però, nella sua essenza, si manifesta molto prima. La prevenzione vera, quella che scava in profondità, vive in luoghi meno appariscenti, in momenti che solitamente nessuno nota, nei frammenti di quotidianità in cui si costruisce (o si sgretola) la possibilità stessa della violenza.

È nelle conversazioni informali in cui scegliamo di non minimizzare ciò che una donna ci racconta, anche quando si tratta di dubbi o sensazioni. È nella disponibilità ad ascoltare senza fretta, senza razionalizzare tutto, senza categorizzare. La prevenzione vive nella normalizzazione del chiedere aiuto, nella costruzione di un ambiente dove una donna possa dire “non sto bene” senza sentirsi giudicata, debole oppure esagerata.

È anche nella responsabilità di chi sta intorno: amici, colleghi, vicini, comunità.
Riconoscere un comportamento di controllo, anche sottile, è già un atto politico, perché rompe il silenzio culturale che permette alla violenza di germinare. La prevenzione è, alla fine, una forma di educazione sentimentale collettiva: imparare a vedere ciò che prima ignoravamo, a nominarlo, a prendercene cura prima che prenda il sopravvento.

Che tipo di società vogliamo essere quando nessuno ci guarda? È una domanda che non chiede risposte ideali, ma scelte concrete. Chiede di considerare quali spazi stiamo creando (nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle relazioni affettive) perché le donne possano vivere senza timore. Chiede di riconoscere quali dinamiche accettiamo per abitudine, quali battute lasciamo correre, quali comportamenti giustifichiamo, quali silenzi non interrompiamo.

E soprattutto, chiede di interrogarsi sulle forme di cura che stiamo coltivando come comunità: se sono spazi reali, se sono accessibili, se sono condivisi. Una cura che rimane confinata all’ambito privato, affidata alla sensibilità individuale, non può reggere il peso della trasformazione che serve. La cura collettiva, invece, è quella che crea un clima sociale diverso: più attento, più capace di riconoscere le vulnerabilità, più pronto a sostenere e a intervenire.

Rebecca Solnit considerava la speranza come una sorta di atto di “immaginazione civica”, e questa immagine, secondo me, aiuta tantissimo anche a vedere la cura in un’altra luce: non come qualcosa che nasce dalla bontà del singolo, ma come una pratica di immaginazione condivisa. Significa vedere possibilità dove il presente sembra chiuso, costruire scenari in cui la violenza non sia data per scontata, scegliere deliberatamente di essere parte della soluzione anche nei momenti in cui non accade nulla di eclatante. Perché è lì, nel quotidiano di tutti, che si forma il terreno su cui poggerà ciò che diventeremo.

Il 25 novembre non è una commemorazione. È un promemoria di ciò che possiamo essere, un invito a non dare per scontato ciò che subiamo, ciò che vediamo, ciò che potremmo cambiare.

Non possiamo riportare indietro nessuna delle donne che abbiamo perso, ma possiamo lavorare ogni giorno per costruire un paese che non le perda di nuovo, e questo non si realizza attraverso grandi gesti, ma attraverso la costanza di quelli più piccoli, quotidiani, quelli che spesso nessuno nota ma che, lentamente, cambiano il clima emotivo di un’intera comunità.

E in questo percorso la libertà non è mai qualcosa che conquistiamo da sole: è uno spazio che si allarga solo quando lo facciamo insieme, quando ci sosteniamo a vicenda e trasformiamo le nostre scelte individuali in un movimento collettivo.

Vorrei che lo ricordassimo oggi e sempre, perché credo che solo così potremo agire come se quel futuro, che ancora non c’è, fosse finalmente alla nostra portata.

Grazie per aver letto I MILLE FORWARD! Se ti è piaciuto questo articolo, condividilo con chi vuoi!

Condividi

Read the original on imille.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.