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I MILLE FORWARD · Dec 10, 2025

Il segreto dell’autenticità è nelle cipolle bruciate

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I MILLE · I MILLE FORWARD

Ciao! Questa è la newsletter de I MILLE. Si chiama Forward perché da qui proviamo a guardare in avanti (e anche perché, se poi le cose che scriviamo ti piacciono, le puoi inoltrare a qualcuno che ti piace).

Come te, altre +1800 persone che lavorano nel mondo della comunicazione, del marketing e del digitale leggono I MILLE Forward, e +26.000 seguono quello che abbiamo da dire su LinkedIn e Instagram.

Chiara Maci è autrice e food expert, nota per il suo blog che ha lanciato la sua carriera nel mondo della cucina. Dopo il successo con programmi TV come L’Italia a morsi, ha scritto il suo primo romanzo, Quelle due (Mondadori), che segna una nuova fase della sua carriera. È anche la voce del podcast Fine Dining Conversations, dove esplora la cucina stellata con un approccio unico. Con un mix di autenticità e passione, Chiara ha creato un brand che si distingue nel panorama gastronomico e culturale italiano. Serena Cicchetti è Chief Talent Management di Show Reel Factory, specializzata nella gestione e sviluppo di talenti nel settore dei media. Serena lavora per costruire brand narrativi autentici, aiutando i talenti a evolversi con coerenza nel panorama della comunicazione contemporanea. Le abbiamo incontrate lo scorso mese nella nostra sede de I MILLE, per il ciclo di incontri “I MILLE Welcomes”.

Chiara: Il blog è stata la mia porta di ingresso nel mondo della comunicazione. All’epoca era una novità assoluta, un modo per essere visibili senza intermediari, un vero e proprio “diario in rete” dove ogni persona poteva scrivere e condividere liberamente. Non c’era ancora l’idea di essere influencer o di dover seguire determinati schemi. Io provengo da studi in Giurisprudenza e marketing aziendale, e la cucina non era il mio percorso tradizionale. Non avevo fatto scuole alberghiere, ma avevo sempre avuto una grande passione per il cibo, e il blog mi ha permesso di esprimerla senza alcun filtro. Ho cominciato a scrivere e ho visto crescere il mio pubblico.

Con il tempo, il blog ha inevitabilmente evoluto la sua forma. Oggi parlare di blog ha un sapore diverso, e a volte sembra addirittura un concetto superato, soppiantato dai social e dalle nuove piattaforme digitali. La comunicazione è molto più dinamica e frenetica, ma l’aspetto che non dovrebbe mai cambiare è il nucleo del nostro messaggio. Qualunque piattaforma tu scelga, ciò che conta veramente è restare fedele a te stessa. Non bisogna mai perdere la propria identità, perché le mode passano, ma chi sei tu rimane.

Nel corso di questi anni sono cambiata senza dubbio, ma non tanto per il fatto di usare strumenti diversi. È cambiata la mia consapevolezza, così come la mia visione del mondo e il mio approccio alla comunicazione. Quando inizi, sei più incerta. Ma con il tempo, il cambiamento arriva in modo naturale, e l’importante è non farsi travolgere dai mezzi o dalle logiche imposte da altri. Essere fedeli a se stessi è la base di tutto.

Serena: La domanda che mi pongono più spesso, soprattutto dagli aspiranti talent, è sempre la stessa: “Cosa devo fare per entrare in agenzia?”. È davvero difficile dare una risposta definitiva, perché le logiche sono complesse.

Non si tratta solo di trovare qualcuno che ha una buona visibilità, ma di investire tempo, risorse ed energie in una persona con cui dovrai lavorare ogni giorno. La selezione è più una questione di “sensibilità” che di “formula”. È come cercare un quadrifoglio in un campo di trifogli, e riuscire a vedere qualcosa che gli altri non vedono.

La comunicazione di oggi, poi, per certi versi è una forma d’arte. Non basta fare contenuti virali: devi essere capace di produrre qualcosa che raggiunga davvero le persone, che abbia un impatto emotivo. Non è facile, e non tutti ce la fanno. Perché la vera chiave di un talento è la capacità di comunicare con autenticità, senza filtri, riuscendo a creare una connessione reale con il pubblico.

Chiara: Trovo che sia più facile essere me stessa. La mia comunicazione non è una scelta strategica, ma il mio modo naturale di essere. È così che mi sento a mio agio, ed è per questo che le persone mi seguono, perché sono sempre la stessa. Questo di per sé è già una strategia che funziona.

Essere autentica è la cosa che mi costa meno, e a lungo termine crea un legame genuino.

Non ho mai cercato di costruire un personaggio né sui social né in TV, e questo ha attratto una community che si rispecchia in me. La maggior parte dei miei follower sono donne, ma anche gli uomini mi seguono per le storie e il cibo, non per un personaggio che ho creato.

Serena: Una delle difficoltà più grandi nel nostro lavoro è proprio quella di dare una struttura a un progetto quando la persona che hai davanti non vuole un piano rigido. Con Chiara, per esempio, non si può imporre una strategia che non le appartenga. Con lei, devi accettare chi è veramente, senza cercare di adattarla a uno schema prestabilito. Non è un lavoro facile, ma è il modo giusto per costruire un progetto autentico.

Chiara: Assolutamente sì. È un modo per rispettare chi mi segue e i brand con cui lavoro. Quando ho iniziato, le critiche più frequenti che ricevevo riguardavano proprio le mie foto. All’epoca andavano molto di moda le foto perfette, quelle super costruite, dove tutto doveva sembrare impeccabile. Io, invece, ho sempre preferito un approccio più naturale. Mi ricordo che, pur avendo la reflex e conoscendo le tecniche di fotografia, spesso postavo le foto meno perfette, magari scattate velocemente o senza preoccuparmi troppo dello styling. Per me era importante che le persone si concentrassero sul contenuto, non sulla perfezione estetica.

In cucina, ho sempre pensato che la cucina reale, quella che vediamo nelle nostre case, non è perfetta. Se il piatto è buono, lo è anche se non è perfetto esteticamente. Quando mostro video o foto dove magari il mio grembiule è macchiato o i capelli sono disordinati, non mi importa. Penso che quello che faccio in cucina valga più del mio aspetto esteriore.

Chiara: Un esempio che mi rappresenta molto è L’Italia a morsi, dove cucinavo a casa delle persone. In quel programma, se qualcosa andava storto, come una cipolla bruciata, non lo rifacevamo. Era la vita reale, ed è questa la magia. La TV di un tempo ci mostrava la perfezione, il cosiddetto mondo perfetto, ma i social e la televisione che sto cercando di portare avanti vogliono avvicinare più che allontanare, e l’unico modo per farlo è mostrando la realtà per quella che è, senza filtri. In TV, mi comportavo come se fossi un ospite a cena, cercando di entrare nella vita delle persone e diventare parte della loro famiglia.

Chiara: Tantissimo. Bianca adora cucinare, sia da sola che insieme a me. È in pre-adolescenza, quindi in questo periodo sono anche il suo peggior nemico. Quello che mi colpisce di più è come rivendichi la sua autonomia. Per esempio, quando sta sperimentando una ricetta e io provo a suggerirle qualcosa tipo: “Secondo me la carta di riso…”, lei mi guarda e mi dice: “Adesso sei anche esperta di cucina coreana?”.

Bianca è davvero curiosa: si informa su tutto e, come tutti noi, riceve ogni giorno una montagna di informazioni da Internet. Legge e si aggiorna ovunque, tranne forse che sul mio blog.

Parlo comunque molto con lei e con le sue amiche. Mi interessa capire il punto di vista di quella generazione, perché sarà il mio futuro pubblico. Non sono il tipo di persona che segue i trend del momento, ma mi capita spesso di chiedere loro consigli e di fare domande del tipo: “A voi interesserebbe un contenuto così?”.

Quello che mi piace di Bianca, soprattutto, è la sua capacità di riconoscere sua madre nella mia immagine pubblica. Adora i video semplici, più spontanei, dove non sono – come dice lei – “cringe”. Se mi vede mettermi in posa in una foto, subito mi dice: “Questa non sei tu, non serve mettersi così”.

Chiara: Scrivere libri di cucina mi è sempre venuto naturale, quasi istintivo. Scrivere un romanzo, invece, è stato un vero salto nel buio. All’inizio non volevo farlo, pensavo di non esserne capace e trovavo ogni scusa per non iniziare. Però, quando la protagonista, Adele, ha cominciato a farsi sentire nella mia testa, non sono più riuscita a fermarmi.

Quelle due è un romanzo che parla di monogenitorialità, di famiglia e di amore, non solo quello legato al sangue, ma anche quello che scegli di vivere, proprio come le persone che decidi di avere accanto.

Ho parlato con diversi scrittori, e mi hanno confermato che scrivere un romanzo è un viaggio. Impari a inventare, ma hai anche una libertà totale: nessuno ti dice se è giusto o sbagliato. Ti senti libera dal giudizio, ma allo stesso tempo entri in un mondo, quello degli scrittori, che è molto impegnativo. Io l’ho fatto con molta umiltà. Ogni volta che mi chiamano “scrittrice”, mi sembra quasi di occupare un posto che non mi spetta. Però sono davvero orgogliosa di questo lavoro. A 42 anni era il momento giusto, sentivo di avere più consapevolezza, sia delle mie emozioni che della capacità di metterle per iscritto.

La cosa più bella che questo libro mi ha dato è stata la possibilità di tornare a girare l’Italia e incontrare le persone durante le presentazioni e i firmacopie. La monogenitorialità è un tema di cui si parla ancora poco, anche nel 2025. Molte donne si sono ritrovate in me, in mia figlia, in Adele. E nei ringraziamenti, ho messo il nome di Serena per prima. Non l’ho mai vista solo come “la mia agente”, ma come un’amica, qualcuno che ha creduto in me più di quanto io credessi in me stessa. Serena ha creduto nelle mie capacità e nel libro, proprio come dovrebbe fare un genitore con il figlio.

Serena: In realtà, Chiara ha detto una cosa un po’ imprecisa: la sua scrittura è davvero un talento. La prima cosa che ho notato in lei è stata proprio la sua penna. Nel suo blog c’era una sezione che si chiamava “Io in fila”, ed è lì che mi sono innamorata della sua scrittura, ancor prima delle ricette. Nel suo modo di raccontare mi rivedevo io, e sono sicura che tante altre donne si sentivano allo stesso modo. È questo che fa arrivare la sua scrittura così potente al pubblico femminile. Ha un’empatia naturale: in dieci minuti di conversazione ti ritrovi a raccontarle cose che non hai mai detto nemmeno al tuo psicologo, senza sentirti giudicata.

Chiara: Poi, erano anche gli anni giusti. Quindici anni fa, quasi nessuno si metteva davvero a nudo online: non c’erano podcast ovunque, lo storytelling stava appena iniziando, per le aziende era già una rivoluzione aprire le porte e mostrare cosa succedeva “dietro le quinte”. Io, in più, parlavo anche delle mie fragilità personali: era un’ammissione pericolosa. Eppure è stato proprio questo a creare una connessione: le donne che mi leggevano pensavano “Aspetta, anche lei si sente fragile e incapace…”. Vivevo a Milano da fuorisede, in un letto in affitto, con i coinquilini. Raccontavo tutto questo, e attraverso le mie parole, davo voce a molte persone.

Con Quelle due è successo qualcosa di simile: ha dato voce a tante donne che non parlano della loro condizione per paura del giudizio. Oggi, per fortuna, il tema dell’assenza di giudizio sta diventando centrale, anche se a volte rischia di diventare un trend, e lì si vede chi è autentico e chi no.

Serena: “Fine Dining Conversations” è un podcast realizzato con San Pellegrino, che racconta la cucina degli chef stellati attraverso i suoni e il significato di ogni piatto. L’idea è nata una sera a cena al Festival di Cannes. Per noi è un progetto che segue la crescita di Chiara, sia personale sia artistica. Dopo tanti anni, il suo ruolo è diventato quello di voce autorevole della grande cucina italiana, apprezzata da chef e appassionati. Chiara è riuscita a entrare in relazione anche con gli chef, che non sono facili da avvicinare. Con il podcast abbiamo unito il percorso artistico di Chiara con il desiderio di far raccontare gli chef, uscendo dalla cucina per sedersi al tavolo e parlare.

Chiara: Mi piaceva l’idea di farli sedere al tavolo, dove c’è il cliente, fuori dalla loro comfort zone. Non è un semplice racconto biografico, ma un’esperienza a 360°: dai suoni della cucina alla nostra voce mentre assaggiamo i piatti. Ogni episodio inizia con un suono che lo chef deve riconoscere, come il rumore del treno che portava Cracco al suo alberghiero. Il podcast sta andando molto bene e mi piace l’empatia che crea. A volte ci si commuove, come è successo con una grande chef: mi ha parlato di sua madre, che l’ha cresciuta come una donna libera. Non parlavamo solo di cucina, ma di vita.

Chiara: Non potrebbe essere altrimenti. I miei genitori mi hanno insegnato che ogni piatto racconta una storia e che a tavola non basta mangiare, ma è fondamentale capire ciò che si sta mangiando. La nostra famiglia ha una tradizione di sommelier che risale a quando avevamo appena 18 anni, una “‘eredità” che all’inizio non apprezzavamo, ma che ora consideriamo un dono.

Anche se la mia carriera mi ha portata lontano dal mondo gastronomico, con studi in Giurisprudenza e un lavoro in azienda, la passione per la cultura del cibo è sempre stata parte di me. Come madre, il mio obiettivo è trasmettere questo amore ai miei figli: non si tratta solo di cosa mangiano, ma di comprendere che a tavola c’è il lavoro di molte mani, di una lunga filiera che inizia molto prima del piatto.

È un valore che oggi più che mai è fondamentale, in un mondo che parla di longevità e benessere. Conoscere gli ingredienti, le origini, le storie che si celano dietro ogni alimento, ci aiuta a resistere alle mode e a scegliere con consapevolezza ciò che nutre il nostro corpo e la nostra anima.

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Read the original on imille.substack.com

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