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Fabrizio Colarieti · Aug 7, 2026

La cybersicurezza che nasce senza clamore

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Fabrizio Colarieti · Fabrizio Colarieti

Il Parlamento ha appena varato la riforma della Difesa voluta dal ministro Guido Crosetto. Nasce un comando interforze per la cybersicurezza, una struttura che accentra sotto un’unica catena decisionale quello che finora era distribuito tra le tre armi e i servizi di intelligence.

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Non è un dettaglio amministrativo. Significa che, per la prima volta, l’Italia si dota di un organismo militare unificato per rispondere ad attacchi informatici, con poteri operativi che si affiancano (e in parte si sovrappongono) a quelli già esercitati da Aisi e Aise sul fronte della sicurezza cibernetica interna ed esterna.

Il paradosso è nella sproporzione. Una decisione che tocca la sicurezza nazionale, che ridefinisce chi comanda cosa nel momento in cui un’infrastruttura critica viene colpita, è passata in un pomeriggio di agosto senza un dibattito pubblico degno del suo peso.

Nessun editoriale, nessuna audizione mediatica, nessuna delle voci che normalmente si accendono quando si parla di 007 e di poteri speciali. Eppure è proprio nel silenzio che si misura la maturità (o l’assuefazione) di un sistema verso i temi di sicurezza informatica.

Quando il Copasir dovrà vigilare su un comando che unisce capacità militari offensive e difensive, la domanda vera non sarà tecnica ma politica: chi controlla chi, e con quale trasparenza verso il Parlamento che quella struttura l’ha appena creata. È la regola non scritta di questi anni: le riforme che pesano di più sono quelle che si raccontano di meno.

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