Gli operatori di telefonia mobile russi hanno registrato un crollo dell’uso di internet mobile che in alcune regioni — Krasnodar, Voronež, Ivanovo, Kursk — ha raggiunto il 40 per cento, con una previsione di flessione nazionale intorno al 10 per cento entro fine anno. Secondo i giornalisti investigativi di agentura.ru, Andrei Soldatov e Irina Borogan (qui la loro inchiesta), non si tratta di un effetto collaterale della crisi economica: nel biennio 2024-2025 un calo simile non si era verificato, il che suggerisce che la causa reale sia l’intensificazione della censura digitale voluta dal Cremlino e dall’FSB.
L’obiettivo dichiarato dagli autori è preciso: scoraggiare i cittadini russi dal filmare con lo smartphone e condividere sui social contenuti capaci di influenzare l’opinione pubblica, come attacchi di drone, proteste o disordini. Già prima dell’inizio della guerra su vasta scala, i servizi di sicurezza avevano individuato nei contenuti generati dagli utenti — non nell’opposizione o nei media stranieri — la minaccia politica più insidiosa, poiché nascono dalla testimonianza diretta di eventi. È da questa consapevolezza che sarebbe nato il sistema del “runet sovrano”, concepito come un interruttore che consente a Mosca di isolare da remoto una città o una regione in cui si sviluppi una crisi pericolosa per il regime.
Dopo il febbraio 2022 questo apparato tecnico si è accompagnato a misure repressive più dirette: blocco dei social network globali, censura di quelli russi, sanzioni per chi pubblica filmati di attacchi di drone, arrivate oggi fino alla minaccia di accuse di alto tradimento da parte dell’FSB. Gli autori dell’inchiesta osservano però che, quando è in gioco la sicurezza personale, il bisogno di condividere informazioni resta quasi incontenibile, e nemmeno il rischio di un’accusa così grave dissuade i russi dal documentare, ad esempio, gli attacchi alle raffinerie o ai magazzini Wildberries.
Per questo, secondo l’inchiesta di agentura.ru, il Cremlino avrebbe puntato su una leva diversa: modificare i comportamenti sociali collettivi. Una tattica già usata all’inizio della guerra per scoraggiare le discussioni politiche negli spazi pubblici, tra repressione diretta e diffusione di voci — come quella dei passeggeri della metro di Mosca denunciati per aver guardato un discorso di Zelensky sul telefono — che avrebbero effettivamente indotto i russi a evitare argomenti sensibili su mezzi pubblici e nei bar.
Dall’estate 2025 la stessa logica sarebbe applicata a internet: prima sperimentata a Nižnij Novgorod, dove la popolazione è tornata a dipendere dal Wi-Fi pubblico in caffè e biblioteche come nei primi anni 2000, poi estesa a Mosca e San Pietroburgo con disconnessioni mobili ricorrenti, giustificate con pretesti vari. Le interruzioni avrebbero scatenato proteste diffuse, spesso attribuite dai cittadini all’FSB più che al Cremlino, che le avrebbe invece approvate pienamente in nome della stabilità politica.
Il risultato, secondo Soldatov e Borogan, è che nella prima metà del 2026 le connessioni Wi-Fi pubbliche in Russia sono aumentate di 3,5 volte rispetto allo stesso periodo del 2025: un cambiamento comportamentale reale, ma che funzionerebbe solo in condizioni di relativa stabilità. Quando i drone colpiscono le raffinerie e la benzina scompare dai distributori, i russi continuano comunque a filmare e pubblicare — un limite che il controllo del Cremlino, per ora, non riesce a superare.
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