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Fabrizio Colarieti · Aug 22, 2026

Bimba morta di difterite a Palermo, genitori no vax indagati per omicidio colposo

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Fabrizio Colarieti · Fabrizio Colarieti

I genitori di Anna Rosa, la bambina di 4 anni morta a Palermo di difterite, perché non vaccinata, sono ora indagati per omicidio colposo. È il punto da cui parte tutta la vicenda, ed è anche il punto più difficile da raccontare: due persone che, per una convinzione sbagliata, hanno preso una decisione che si è rivelata fatale per la propria figlia.

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I genitori hanno scelto di non vaccinarla, convinti che il vaccino potesse causare l’autismo. Non è stata una scelta isolata: nemmeno gli altri tre figli della coppia erano stati vaccinati, e lo sono stati solo dopo la morte della sorella, quando ormai il danno peggiore si era già consumato.

La difterite, malattia che in Italia si riteneva praticamente debellata da decenni, proprio grazie alla copertura vaccinale, è tornata a colpire per un’assenza di immunizzazione che oggi, nel caso della bimba morta nel quartiere Zen di Palermo, la magistratura considera una responsabilità diretta dei genitori. L’accusa di omicidio colposo si fonda proprio su questo: l’obbligo vaccinale esiste per legge, e la sua omissione avrebbe causato la morte della bambina.

A rendere il quadro ancora più netto c’è il caso del cuginetto, ricoverato con gli stessi sintomi e risultato positivo alla stessa infezione. Lui però aveva ricevuto i primi tre cicli vaccinali, e nel suo caso la malattia si è manifestata in forma molto più lieve. Un confronto diretto, quasi clinico, tra le conseguenze di due scelte opposte fatte da due famiglie diverse.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia insieme alla procuratrice aggiunta Laura Vaccaro e alla procuratrice dei minorenni Claudia Caramanna, dovrà stabilire la catena delle responsabilità. L’autopsia chiarirà in modo definitivo la dinamica e confermerà la diagnosi.

Ma il caso dei genitori indagati non è isolato, e questo è forse l’aspetto più inquietante emerso dalle cronache. Nel quartiere Zen circolerebbe da tempo la convinzione, priva di fondamento scientifico, che le vaccinazioni provochino l’autismo nei bambini. Una pediatra della zona ha raccontato le difficoltà quotidiane nel convincere le famiglie a vaccinare i figli, descrivendo un contesto in cui la diffidenza verso i vaccini è radicata e diffusa.

Ancora più grave è lo stratagemma che, secondo le ricostruzioni, alcuni genitori no vax userebbero per aggirare l’obbligo vaccinale: presentare la semplice prenotazione della vaccinazione come se fosse la prova dell’avvenuta immunizzazione. Un espediente burocratico che permette di eludere i controlli senza mai sottoporre concretamente il bambino al vaccino.

È in questo contesto che si inserisce il dibattito pubblico riacceso dal caso. Il virologo Roberto Burioni ha usato parole nette, sostenendo che non si possa più lasciare ai genitori la libertà di danneggiare i propri figli, e ha rilanciato la proposta di un obbligo vaccinale pediatrico pieno. Ha paragonato chi crede ancora al legame tra vaccini e autismo a chi sostiene la teoria della Terra piatta, richiamando i dati su decine di milioni di bambini osservati senza alcuna correlazione riscontrata.

Più cauto l’intervento del virologo Fabrizio Pregliasco che ha invitato a non trarre conclusioni affrettate prima di completare gli accertamenti necessari: la conferma microbiologica, la ricostruzione della catena epidemiologica, l’individuazione dei contatti stretti e la verifica di eventuali altre persone esposte al contagio.

Sullo sfondo restano le dichiarazioni al Giornale di Sicilia di Massimo Russo, magistrato ed ex assessore alla Salute della Regione Sicilia, che pone la domanda più scomoda di tutte: se l’ideologia no vax possa ancora essere considerata una forma legittima di dissenso, oppure se, quando le conseguenze ricadono su un minore che non ha potuto scegliere, debba essere trattata diversamente, come una posizione che produce un danno concreto e talvolta irreversibile.

I genitori di Anna Rosa restano dunque al centro di una vicenda che va oltre la singola tragedia familiare, e che tocca il modo in cui la società intera guarda oggi alla libertà di scelta sanitaria, ai suoi limiti, e al prezzo che, in casi come questo, può pagare chi quella scelta non l’ha mai potuta fare.

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