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Il Margine Bianco - Newsletter italiana di storytelling · Jul 1, 2026

Le mani di mio padre

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Riccardo D'Uggento · Il Margine Bianco - Newsletter italiana di storytelling

I padri non ci lasciano eredità. Ci lasciano gesti. E i gesti durano più delle parole

Mio padre Massimo teneva i libri in un modo preciso.

Non li apriva di scatto. Non piegava le pagine. Non li lasciava aperti a faccia in giù sul tavolo. Li prendeva con entrambe le mani — una sotto la copertina, una che reggeva le pagine — con quella gentilezza riservata alle cose che hanno valore.

Non me lo ha mai spiegato. Non mi ha mai detto: tratta i libri con rispetto. Me lo ha mostrato, ogni volta che ne prendeva uno in mano.

E io ho imparato ad amare i libri guardando le sue mani.

La storia

Mio papà ha lasciato questa terra troppo presto. Io avevo ventitré anni e tutta una vita da scrivere.

Negli anni che sono seguiti ho cercato lui in molti posti. Nelle fotografie, nei racconti di chi lo aveva conosciuto, negli spartiti di pianoforte e negli oggetti che mi aveva lasciato. Ma la cosa più vera che ho trovato non era in nessuno di quei posti.

Era nelle mie mani.

Un giorno ho preso un libro dallo scaffale — non ricordo quale, non ricordo quando — e ho sentito le mie dita fare esattamente quello che facevano le sue. Una mano sotto la copertina, una che reggeva le pagine. Quella stessa gentilezza. Quella stessa attenzione.

Mi sono fermato. Ho guardato le mie mani come se le vedessi per la prima volta.

Erano le sue.

Quello che resta

Ho pensato spesso a cosa lasciamo di noi stessi alle persone che amiamo.

Pensiamo alle parole — i consigli, gli insegnamenti, le frasi che ci hanno cambiato. Ma le parole le ricordiamo male, le modifichiamo senza accorgercene, le dimentichiamo nei dettagli.

I gesti invece restano intatti. Il corpo li memorizza in un posto a cui la mente non ha accesso — e li restituisce anni dopo, intatti, precisi, come se il tempo non fosse passato.

Massimo mi ha lasciato il modo di stare al pianoforte. Il modo di camminare quando penso. Il modo di fare silenzio quando qualcosa mi pesa. E quel modo di tenere un libro in mano — come se fosse qualcosa di prezioso, come se meritasse cura.

Non me lo ha insegnato. Me lo ha dato.

La lezione

Adesso ho due figli.

Niccolò ha due anni. Bianca ha poche settimane. Probabilmente non ricorderanno quasi niente di questo periodo — il cervello a quest’età non fissa i ricordi espliciti. Ma fissa i gesti. Fissa le atmosfere. Fissa il modo in cui le persone che ami si muovono nel mondo.

Penso spesso a cosa stanno memorizzando adesso, senza saperlo.

Il modo in cui prendo un libro. Il modo in cui suono il pianoforte. Il modo in cui reagisco alle cose. Il modo in cui guardo Valentina quando non sa che la sto guardando.

Un giorno, tra trent’anni, uno di loro farà un gesto e si fermerà. E forse capirà da dove viene.

Come ho capito io, quella mattina, guardando le mie mani tenere un libro.

La domanda di questa settimana

C’è un gesto di qualcuno che hai amato che ritrovi nelle tue mani, nel tuo corpo, nel tuo modo di fare le cose?

Raccontamelo. Sono curioso di sapere chi porti con te, senza saperlo. 🌿

Con affetto,

Riccardo

(figlio di Massimo, che teneva i libri come se fossero qualcosa di prezioso — perché lo erano)

· · ·

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Read the original on ilmarginebianco.substack.com

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