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Moda al cesso · Jun 9, 2026

La lezione (fashion) di Tokyo

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Hydra · Moda al cesso

Buon martedì gloriosi cessini,

I’m baaaaaack! Eccomi di ritorno da voi, sono tornata dal mio viaggio in Giappone e sto ancora cercando le parole per descrivere questo mese… Perché dire “intenso” e “soddisfacente” mi sembra davvero troppo riduttivo. Tokyo per me è un rollercoaster di emozioni, e la cosa più spiazzante è che sono state, quasi tutte, emozioni positive.
Ho assimilato tutto quello che ho umanamente potuto assorbire della mia città del cuore, e ora, mentre sono a casa davanti al computer, sto cercando di comprimere questa esperienza in un riassunto/guida fashion per voi. Sfida difficilissima, ma se sono riuscita a far stare 30 kg di roba in una valigia da 23kg, nulla è più in grado di fermarmi.

Chi mi segue sugli altri social si sarà accorto che non mi sono quasi mai presa un momento off: ho lavorato, intervistato, pubblicato tantissimi contenuti e scoperto (oltre che studiato) qualcosa di nuovo ogni giorno. È stato come un mix tra andare a scuola e andare a Gardaland.
E oggi, in questa newsletter, voglio mettere tutto in ordine: quartieri, stilisti, esperienze… Vi porto la lezione (fashion) che ho appreso da Tokyo. Spero possa essere utile a chi ha pianificato un viaggio nella capitale giapponese, o a chi sta pensando di programmarlo presto.

Buona lettura xx

Hydra

Inizio dicendovi una cosa forse un po’ patetica, ma ormai ci conosciamo abbastanza da potercelo permettere: sono tornata a casa mia, ma ho la consapevolezza amara di aver trovato il mio posto nel mondo. Il problema è che si trova tanto, troppo lontano da qui, il volo costa quasi 1K a testa, ha sette ore di fuso orario in avanti e non comprende la mia famiglia e il mio cane. Dettagli logistici non trascurabili. Eppure Tokyo, vista per la seconda volta, mi ha fatto un effetto devastante: farmi sentire contemporaneamente fuori posto e nel posto giusto, una sensazione molto rara, perché di solito quando siamo lontani da casa cerchiamo qualcosa che ci somigli oppure qualcosa che ci contraddica del tutto.
Era la prima volta nella mia vita in cui stavo così tanti giorni lontana dalla mia famiglia, e non mi vergogno a dirlo. Sono sempre stata abituata a vivere dentro un nucleo familiare molto stretto e a vedere i miei parenti spesso, e per alcune persone questa cosa può sembrare una fortuna, per altre una gabbia. Per me è sempre stata semplicemente la normalità. Non l’ho mai vissuta come qualcosa da cui scappare, e forse proprio per questo ritrovarmi dall’altra parte del mondo mi ha fatto capire quanto ci fosse una parte di me che non avevo mai veramente lasciato camminare da sola. Tornata a casa, ho rimesso i vestiti nell’armadio e ho ripreso a fare le cose di sempre… Però dentro qualcosa si è spostato, non so ancora in che direzione, ma so che c’è una parte di me che voglio continuare a nutrire con più costanza.

Prima che questa newsletter si trasformi in una seduta di psicoterapia, torno al motivo per cui siamo tutti qui riuniti in questo cesso digitale: la moda. Sugli altri social avete visto tantissimi contenuti del viaggio ogni giorno, ma questa newsletter vuole essere un resoconto più ordinato, una piccola guida fashion per chi sta pensando di andare a Tokyo e vuole capire dove guardare, cosa cercare, quali quartieri e perché questa città, più di molte altre capitali considerate “della moda”, meriti davvero così tanto interesse.

Parto da qui: a Tokyo la moda è il sistema nervoso della città.

Siamo cresciuti con l’idea che l’Italia sia il Paese della moda, e ok storicamente lo è stata e lo è ancora per moltissime ragioni produttive. Però arrivare in Giappone ti fa venire il sospetto che questa definizione abbia bisogno di essere aggiornata con urgenza. In Italia la moda oggi resta confinata dentro alcuni luoghi molto precisi: le sfilate, le boutique, le riviste, Milano durante la fashion week, le vie del centro in cui la gente si veste bene perché sa di essere osservata. A Tokyo, invece, la moda è più presente nella vita quotidiana e meno negli “eventi” straordinari. La trovi nelle ragazze che prendono la metro con i capelli e il make-up impeccabili, nei cool kids che spawnano a ogni angolo della strada, nel signore anziano con un cappotto meraviglioso che in Italia sarebbe immediatamente intercettato da un fotografo street style, perfino nei salaryman ubriachi alle nove di sera. Certo, anche lì esistono le persone normali, i pendolari stanchi, le giornate no… Però la densità di persone visivamente interessanti è impressionante.
A Tokyo ho avuto la sensazione che le persone si vestano per stare dentro la città, e che la città, a sua volta, permetta ai vestiti di avere un senso.

Tu parti dall’Italia pensando, magari anche con una certa sicurezza, di vestirti bene. Poi arrivi a Tokyo, esci dalla stazione di Shibuya o cammini a Harajuku, Shimokitazawa, Koenji, Daikanyama, e capisci che il tuo “vestirsi bene” in realtà è “ha fatto uno sforzo, poverina”. E poi, piccolo off-topic, essendo ricoperta di tatuaggi, qualche sguardo accigliato l’ho ricevuto praticamente ogni giorno. Ma la vera umiliazione arriva dal confronto con un livello di cura quotidiana a cui noi non siamo più abituati. In Italia basta fare un passo leggermente sopra la media per sembrare già “overdressed”, a Tokyo, invece, la cura è una forma di educazione e un modo di presentarsi al mondo con rispetto, per sé e per gli altri. Questa cosa mi ha colpita tantissimo perché noi tendiamo spesso a raccontarci come un popolo geneticamente predisposto al buon gusto. Però la verità, almeno per come la percepisco io, è che siamo diventati pigri, e ci siamo lasciati andare alla trasandatezza. Questa è forse la lezione più grande che mi porto a casa: Tokyo mi ha ricordato che la moda vive dove viene praticata.
Sono tornata con la valigia esplosa, il cuore un po’ spezzato, una quantità preoccupante di acquisti e la sensazione molto nitida di essere stata rimessa al mio posto. Ma ogni tanto essere umiliati fa bene, soprattutto quando l’umiliazione arriva da una città che ti insegna che puoi amare la moda da anni e avere comunque ancora tantissimo da imparare.

Partiamo dai fondamentali. Se vi interessa la moda giapponese giovane, iper-codificata, a tratti quasi indecifrabile se non avete passato gli ultimi dieci anni sulle riviste FRUiTS, ci sono due posti da cui secondo me ha senso iniziare: Shibuya 109 e Laforet Harajuku. Sono due centri commerciali, quindi sulla carta la cosa meno romantica del mondo, però a Tokyo anche un centro commerciale può diventare un documento antropologico contemporaneo. Shibuya 109 è un condensato di girl culture giapponese: brand giovani, silhouette iper-femminili, minigonne, stivali, fiocchi, scaldamuscoli e micro pants. Non necessariamente il posto in cui entrerete e comprerete tutto, soprattutto se il vostro stile non è particolarmente girly, gyaru-coded o adolescenziale nel senso più giapponese del termine, ma è uno di quei luoghi in cui bisogna andare per capirci di più. Anche solo per osservare le commesse, gli allestimenti e per respirare un pezzo di storia pop.

Laforet Harajuku, invece, è un’altra cosa ancora. È più vicino a quell’idea di Harajuku come incubatore di sottoculture, anche se ovviamente non siamo più negli anni d’oro fotografati da Shoichi Aoki e non ha senso andare lì aspettandosi di vedere la stessa identica energia di vent’anni fa. Però Laforet resta uno dei posti in cui la moda giovane giapponese continua ad avere una sua fisicità. È un edificio storico per la cultura fashion di Harajuku, ancora oggi pieno di negozi che oscillano tra kawaii, gothic, lolita, streetwear, subculture un po’ malate. Ci ho comprato un top, a Tokyo faceva molto caldo. Aspettatevi di impazzire prima di non trovare qualcosa che non sia interamente realizzato in materiali sintetici, ma questa è un po’ la pecca di questi luoghi.

A Shibuya segnalo anche Parco, che è un po’ più pettinato però ha senso visitarlo, soprattutto se vi interessa vedere come Tokyo riesce a mettere nello stesso contenitore moda, design, pop culture e anime. Dentro trovate piani e corner legati a brand di alto profilo, da Issey Miyake a Yohji Yamamoto, insieme a pop-up, capsule, progetti speciali e spazi che dialogano apertamente con la cultura manga e anime, Evangelion clothing store compreso. Racconta la parte più istituzionalizzata, e quasi musealizzata, della coolness giapponese.

Shinjuku Marui Annex: visitato soprattutto per comprare action figure, è anche uno spot molto interessante per le sottoculture Lolita. Negli anni, Marui è stato un punto importante per la scena gothic lolita e alternative di Shinjuku, e ancora oggi i vari piani ospitano diversi riferimenti a quell’immaginario. Tra gli indirizzi più rilevanti c’è ATELIER PIERROT, brand e select shop specializzato in gothic e lolita fashion, presente proprio al settimo piano di Shinjuku Marui Annex, con una selezione che include anche accessori, borse, scarpe e altri marchi legati alla scena. Ma anche realtà come Kera Shop, più orientato verso goth, punk, J-rock e metal, insieme a nomi storicamente legati alla scena lolita e kawaii come Angelic Pretty, Alice and the Pirates, Amavel e Milk / Milkboy. Chiaramente, come sempre in Giappone, vale la regola d’oro: controllate prima gli shop list aggiornati, perché i piani cambiano, i pop-up vanno e vengono, alcuni brand si spostano e Tokyo ha questa tendenza psicologicamente destabilizzante a far sparire un negozio il giorno prima che voi decidiate finalmente di andarci. Però Marui Annex resta una tappa che consiglierei a chi vuole esplorare il lato più gothic, lolita, J-fashion di Shinjuku. Io ci ho trovato anche Dolly Teria, un second hand per i collezionisti di bambole, dove ho acquistato degli abiti per la mia Blythe.

Quando si parla di Harajuku, la prima immagine che viene in mente è quasi sempre Takeshita Street, con la folla, i negozietti, le crepes, i colori, le cose carine, le cose brutte, le cose carine e brutte insieme, cioè Tokyo nella sua forma più turistica e zuccherata. Oppure Omotesando, che è praticamente il suo opposto: elegante, firmata, architettonica, piena di flagship store bellissimi in cui si entra già con la postura di chi sa di non potersi permettere nulla ma vuole comunque fingere dignità. La Harajuku che mi ha interessata di più, però, è quella delle stradine più interne, dove tutto si abbassa di volume e iniziano a comparire negozi minuscoli, showroom, boutique indipendenti, brand emergenti.

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Takeji Hirakawa durante questo viaggio è stato una specie di mentore per me, guida, Virgilio fashion nel mio personale girone di perdizione giapponese. Mi ha portata in posti che probabilmente avrei scoperto comunque, ma non nello stesso modo, e soprattutto mi ha aiutata a leggerli meglio.

Uno dei luoghi più interessanti ad Harajuku è stato il negozio di Christopher Nemeth. Apro una parentesi necessaria, perché Nemeth è uno di quei nomi che magari non tutti conoscono, ma che molti designer che amate conoscono benissimo. Britannico, nato a Birmingham, formato come artista prima ancora che come designer, Nemeth è stato una figura fondamentale della scena londinese degli anni Ottanta, legata alla cultura post-punk, e all’upcycling. Lavorava con materiali di recupero, vestiti smontati, tessuti ricomposti, corde, stampe grafiche diventate poi immediatamente riconoscibili. Nel 1986 si trasferisce a Tokyo, dove il suo lavoro trova un terreno molto più ricettivo che in patria, e da lì costruisce un culto silenzioso ma potentissimo. Per capirci: il suo approccio alla decostruzione, al riuso e all’abito come opera indossabile è stato guardato con enorme rispetto da persone come Rei Kawakubo e Kim Jones, che nel 2015 gli ha dedicato anche una collezione da Louis Vuitton.

In quelle stesse zone vale la pena perdersi anche per negozi più contemporanei, come Sculptor Worldwide, che ha aperto il suo flagship a Jingumae e lavora su un immaginario streetwear molto giovane, molto pop, con quella precisione coreano-giapponese che oggi funziona benissimo anche visivamente, oppure il negozio 001 di Grounds, che per me è assolutamente da visitare anche solo per ammirarne la struttura, un piccolo appartamento in stile tradizione costellato da scarpe dalla forma aliena. Se invece volete osservare tutti i modelli, vi consiglio lo store 003, a pochi passi da lì, molto più ampio.

Sempre in questa Harajuku più interna, c’è anche tutto quel mondo di collaborazioni che in Giappone riesce a sembrare molto più naturale che altrove. In questi giorni, per esempio, Tanaka Daisuke ha una collaborazione con Pretty Guardian Sailor Moon, uscita a maggio 2026, con capi e accessori che uniscono il suo immaginario decorativo, romantico e un po’ teatrale all’universo di Sailor Moon.

Tornando a Shibuya, va detta una cosa: è una zona enorme e piena di stimoli, ma non necessariamente il posto in cui troverete le perle più incredibili per quanto riguarda l’abbigliamento. Shibuya forse troppo, tutto insieme, quindi sì, bisogna un po’ filtrare.
Un indirizzo che però secondo me vale la pena segnare è Royal Flash, o meglio: Theater by Royal Flash, che si trova al terzo piano del negozio Royal Flash Jingumae. Non è la parte più immediata dello store, e anzi dovete proprio chiedere ai commessi di farvela vedere. Una volta entrati vi ritrovate in uno spazio allestito benissimo, molto più immersivo e curatoriale rispetto al resto del negozio, con una selezione di designer giapponesi più di nicchia e molto vicini a un immaginario visual kei, dark, rock, decadente, stratificato, pieno di pelle, tagli, texture, zip, croci, sovrapposizioni e tutto quello che personalmente mi fa perdere lucidità. Io lì dentro avrei potuto fare danni gravissimi, sia emotivi sia bancari. Tra i nomi da tenere d’occhio c’è Yasuyuki Ishii, che ho avuto anche il piacere di intervistare durante il mio soggiorno a Tokyo, insieme a KMRii e 14th Addiction, legati a quell’estetica rock-luxury giapponese a una sensualità post-apocalittica.

Sempre a Shibuya, un altro indirizzo molto chiacchierato è Nude Trump, negozio vintage storico e parecchio in hype, anche perché negli ultimi mesi è diventato uno di quei posti dove passano spesso le celebrity a farsi la foto col proprietario. Vale comunque la pena andarci, perché la selezione è davvero interessante, oltre 500 T-shirt vintage, e tra i pezzi che compaiono online ci sono anche magliette rare, tra cui vintage T-shirt di Marilyn Manson. Dentro potete trovare pezzi molto belli di stilisti da tutto il mondo, memorabilia, e reliquie. Però qui metto un asterisco: secondo me vale un po’ meno la pena acquistare. I prezzi sono piuttosto alti, anche perché il negozio è diventato popolare e quando un posto vintage entra nel giro celebrity-stylist-hype, sappiamo tutti come va a finire. Non dico che non si possano trovare pezzi validi, anzi, però non ci andrei con l’idea di fare l’affare della vita.

Sempre a Shibuya, molto vicino a Parco, segnatevi anche Tamburins, brand coreano di fragrance e beauty che vale assolutamente una visita. Lo store è bellissimo, molto scenografico e l’allestimento cambia spesso. Al piano terra, in questo momento, c’è la sezione dedicata all’hair care, mentre al piano superiore trovate i profumi, che secondo me restano la parte più interessante del brand.

Se il vostro obiettivo è fare shopping vintage e second hand, i due quartieri da mettere in agenda sono sicuramente Shimokitazawa e Koenji, che spesso vengono citati insieme come se fossero intercambiabili, ma secondo me hanno due energie molto diverse. Shimokitazawa è più tranquilla, più pettinata, con tanti spot dove bere un buon caffè. È un quartiere piacevole, un po’ bohemien, pieno di café, piccoli ristoranti, negozi di dischi e vie in cui il second hand è praticamente ovunque. Per chi si approccia per la prima volta al vintage giapponese è sicuramente una tappa facilissima, anche perché molti negozi sono grandi, accessibili e molto leggibili. Penso a WEGO Vintage, che è una catena giapponese molto orientata a un pubblico giovane, con un mix di second hand, capi trend, pezzi più pop e styling molto digeribile anche per chi non vuole scavare troppo, oppure a BIG TIME, che non esiste solo lì, ma a Shimokitazawa ha uno store molto grande, distribuito su più piani, con una selezione ampia di vintage americano ed europeo, denim, giacche, camicie, accessori e tutto quel materiale un po’ retro che rende il quartiere una meta molto comoda per chi vuole girare senza un’idea troppo precisa.

Ma personalmente ho trovato cose molto più interessanti a Koenji. Meno ordinato ma molto più vicino a quella Tokyo underground che cercavo. Koenji ha una storia legata ai movimenti studenteschi, alla musica alternativa, ai live house, alla cultura indipendente, ed è considerato ancora oggi uno dei centri della scena underground della città, con una quantità enorme di negozi vintage, second hand e usato legato anche alla cultura punk. È un quartiere che va girato bene, senza aspettarsi necessariamente la boutique perfetta al primo colpo, perché la cosa bella è proprio infilarsi nelle strade, entrare nei negozi piccoli e angusti. Io, infatti, ho fatto un acquisto da NEM, una piccola boutique indipendente che mi ha colpita proprio per quella sensazione da posto trovato e non semplicemente “spuntato” da una lista. Tra gli altri indirizzi da segnare a Koenji c’è sicuramente LeeLoo, uno di quei negozi in cui potete trovare magliette di cantanti e band ma anche cose vintage di stilisti più grossi, da Jean Paul Gaultier a John Galliano. Poi c’è Hayatochiri, dove il proprietario realizza e seleziona pezzi con uno stile caotico, coloratissimo, negozio di used clothing e remake, con capi unici, molto colorati e spesso influenzati dall’immaginario anime.

Dopo Shimokitazawa e Koenji, che sono quartieri da caccia al tesoro, Daikanyama è proprio un altro mondo. In questo momento è una delle zone più trendy di Tokyo e si sente. È uno di quei quartieri in cui secondo me vale la pena andare anche solo per passeggiare, ma se volete fare shopping vero preparatevi mentalmente, perché qui il budget deve essere più grosso. Daikanyama viene spesso raccontata proprio come una zona di boutique di fascia alta, brunch, café e vie alberate frequentate da persone molto attente allo stile, e direi che la definizione è abbastanza accurata. Io lì ho comprato la mia Blythe da Junie Moon, quindi il mio cuore associa Daikanyama anche a quella parte un po’ doll, collezionistica. Però, siccome oggi stiamo parlando di moda, l’indirizzo che devo assolutamente segnalarvi è Lift Daikanyama, che per me è stato uno dei momenti più emozionanti in quel quartiere. Lift è una boutique avant-garde storica, aperta nel 1993, dove trovate una selezione che include Carol Christian Poell, Ann Demeulemeester, Archivio J.M. Ribot, m.a+, Label Under Construction, Rick Owens, The Viridi-anne, Tobias Wistisen, ALAINPAUL e altri nomi molto coerenti con quell’idea di moda scura, materica, concettuale che personalmente mi fa perdere il contatto con la realtà. Per me vedere dal vivo dei pezzi di Carol Christian Poell è stato bellissimo.

Sempre in zona c’è anche il flagship store di JULIUS, altro indirizzo importante se vi interessa il lato più monolitico dell’avant-garde giapponese. JULIUS è il brand di Tatsuro Horikawa, nato inizialmente da un percorso legato alla grafica, alla musica e alla scena culturale di Tokyo, prima di diventare, dal 2001, un progetto fashion vero e proprio. L’estetica è quella che molti associano al nero giapponese contemporaneo: silhouette allungate, layering, pelle e anfibi. Se poi volete allargare un po’ il giro restando su un immaginario più tecnico, segnatevi anche Eliminator, select shop di Daikanyama nato nel 2000 e orientato verso un mix di techwear, designer giapponesi e brand internazionali come ACRONYM, Arc’teryx Veilance, COMME des GARÇONS HOMME PLUS, Yohji Yamamoto POUR HOMME, Y’s for men, Rick Owens DRKSHDW e vari progetti esclusivi. Non è esattamente la stessa atmosfera sacrale di Lift, perché qui siamo più nel territorio della funzionalità, però è un altro indirizzo molto sensato da visitare.

Su Ginza sarò abbastanza breve, perché secondo me non è un quartiere fashion da esplorare nello stesso modo in cui si esplorano Harajuku, Koenji o Daikanyama. Ginza è un po’ come stare sulla Fifth Avenue a New York, elegante, costosa, piena di flagship store e grandi nomi, ma non necessariamente il posto in cui vai a cercare qualcosa di sorprendente. È bella da vedere, soprattutto se siete già in zona, magari dopo una passeggiata verso il mercato del pesce o dopo aver realizzato che avete bisogno di entrare in un edificio con l’aria condizionata. E quindi… L’unico spot che secondo me resta d’obbligo è Dover Street Market Ginza, fondato nell’universo di Rei Kawakubo e Adrian Joffe. Al suo interno, a destra e a sinistra delle scale mobili che lo spaccano a metà, trovate spazi Comme des Garçons insieme a brand come Rick Owens, Maison Margiela, Chrome Hearts, doublet, Acne Studios ecc, tutti con un bell’allestimento dedicato.


Devo dire però che, per quanto sia sicuramente da vedere, non è uno dei miei Dover Street Market preferiti. Mi aspettavo qualcosa di più concettuale, forse proprio perché siamo in Giappone e perché Rei Kawakubo è giapponese; mi aspettavo un Comme des Garçons più ampio e dominante, invece ho trovato uno store molto più votato allo streetwear di quanto immaginassi. Ci sono tanti angoli e drop legati a brand e immaginari streetwear: negli anni DSM Ginza ha lavorato molto anche con nomi come BAPE, Stüssy, Off-White, NOAH, Chrome Hearts e collaborazioni speciali, quindi la direzione è abbastanza evidente. Anche nelle novità recenti abbiamo progetti come Supreme/Jordan e NikeSkims, a conferma di un’impostazione molto legata al drop, alla sneaker culture e alla moda street più commerciale. La cosa che mi ha fatto piacere, invece, è stata trovare un angolo dedicato a Paul Harnden, perché sapete quanto io sia sensibile a quel mondo lì. Quello, insieme alle installazioni interne, resta il motivo per cui vi direi comunque di passarci. Non lo metterei però tra le tappe prioritarie se avete poco tempo.

Prima di chiudere, cito velocemente anche Aoyama e Omotesando, che sono zone bellissime e sicuramente da vedere, soprattutto se vi interessa il lato più istituzionale e luxury della moda giapponese. Qui trovate flagship store, boutique importanti, edifici meravigliosi e quella Tokyo più composta che comunque ha senso attraversare, soprattutto se siete già tra Harajuku e Shibuya. Io ho alloggiato a Roppongi e ci passavo quasi tutte le sere a piedi, per cui ci sono ormai affezionata a quel percorso, ma non è la zona in cui personalmente ho trovato le cose più sorprendenti.

Omotesando è molto scenografica, Aoyama più raffinata, e insieme raccontano bene il lato elegante e internazionale della città. Se avete tempo, vale la pena passarci anche solo per vedere alcuni edifici iconici e flagship store che fanno parte dell’immaginario fashion di Tokyo: Prada Aoyama, progettato da Herzog & de Meuron, è forse uno degli esempi più famosi di architettura retail contemporanea in città, con quella facciata a losanghe. Poco distante ci sono anche Gentle Monster, Comme des Garçons, Issey Miyake su più piani, Yohji Yamamoto, oltre a vari store e concept più legati al lusso internazionale. In generale è una zona da guardare più che da saccheggiare, e non è il posto in cui vai a cercare l’underground, ma iteressante visivamente perché in dialogo con architettura e design.

Potrei continuare ancora, perché Tokyo è una città che non si lasci finire. È una città da attraversare più volte, accettando il fatto che resterà sempre qualcosa fuori dalla lista. Questa, quindi, non vuole essere una guida definitiva, anche perché diffiderei molto di chiunque pensi di poter fare una guida definitiva di Tokyo senza avere tipo sette vite e un sistema nervoso molto solido. È più il mio primo tentativo di mettere in ordine quello che ho visto, comprato, studiato, desiderato durante questi venti giorni abbondanti nella città che amo.

Se dovessi riassumere la lezione fashion di Tokyo, direi questo: a Tokyo la moda esiste e basta. Nei negozi minuscoli, nei centri commerciali, nelle stradine laterali che la sera vengono invase da topi e ubriachi, nei ragazzi vestiti punk a Koenji, nelle ragazze perfette a Daikanyama, nelle scarpe aliene di Grounds, nelle bambole, nei gadget, nei brand visual kei, nelle T-shirt vintage overpriced che ho guardato tante volte e poi lasciato lì. Sono tornata a casa con tante cose in valigia, ma soprattutto con una consapevolezza di tornarci presto per continuare a capire cosa succede quando una città ti obbliga a guardare meglio, e a vestirti meglio. Sono tornata anche con la sensazione, divenuta certezza, che ci sia ancora tantissimo da imparare anche quando pensi di sapere già cosa ti piace e credi di avere un’estetica definita.
A Tokyo si può sempre riprendere da un punto che avevi lasciato in sospeso, e io, onestamente, non vedo l’ora.

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Spero che questa, iniziata col proposito di essere una mini-guida e terminata più prolissa che mai (as usual), vi possa essere d’aiuto! Ci vediamo qui sopra la settimana prossima e ci prepariamo mentalmente all’inizio della fashion week

A prestoooo

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