Buon martedì,
Negli ultimi giorni ho pensato molto a quanto la moda si dichiari pronta al cambiamento quando è sull’orlo del precipizio, ma quanto corra al riparo in un porto sicuro. La guardo dai miei schermi tornare indietro come i gamberi, remissiva e con la coda tra le gambe. È questo che fa davvero bene alla crescita di un brand?
Le reazioni ai miei video su Balenciaga e Jean Paul Gaultier mi hanno lasciato questa sensazione: siamo bravissimi a celebrare la novità finché arriva con il permesso dell’archivio, o il presunto consenso di uno stilista morto più circa 70 anni fa. Al contrario, appena una sfilata propone qualcosa di mai visto prima, è “di cattivo gusto”. Ma lo sapete bene: il cattivo gusto per me è un privilegio, miei cari cessini. E non è che, invece, abbiamo semplicemente scambiato la prudenza per il tanto osannato buongusto?
In questa newsletter che farà incazzare molti di voi, oggi vorrei parlare della paura che si nasconde dietro tutto questo.Buona lettura xx
Hydra
Durante la settimana dell’haute couture ho pubblicato due video che hanno generato reazioni molto accese. Il primo di questi riguardava la couture di Balenciaga, la prima firmata da Pierpaolo Piccioli…il mio commento è stato piuttosto duro, ma penso anche abbastanza ponderato. La collezione era esteticamente bellissima e costruita con una precisione quasi irritante, eppure mi è sembrata completamente scollegata dal pubblico che Balenciaga ha formato negli ultimi dieci anni. Tabula rasa del cliente Balenciaga, me compresa. Il secondo video era dedicato alla prima couture di Duran Lantink per Jean Paul Gaultier, e in questo caso, il mio giudizio è stato ricco di stupore e felice di cambiare idea. Lantink ha portato in passerella una collezione assurda, esagerata e piena di abiti che sembravano progettati per una cliente ricca e fuori di testa. Ma i commenti appartenevano allo stesso riflesso. Molte persone hanno celebrato Piccioli perché avrebbe finalmente restituito a Balenciaga la propria eleganza, le stesse persone (presumo, ma ho sbirciato un po’ da chi arrivassero i commenti) hanno denigrato Duran Lantink chiedendosi chi mai avrebbe il coraggio di indossare quei vestiti. La domanda che mi sono fatta è: la moda è ancora libera di proporre qualcosa di nuovo? In un certo senso, no.
Ribadiamolo: la couture di Pierpaolo Piccioli è bellissima e perfettamente risolta sul piano formale, ogni abito comunica competenza, i colori arrivano in passerella con sicurezza… Il problema inizia quando la bellezza diventa la rispostina appena sufficiente a qualsiasi domanda che proviamo a porci di fronte a una passerella di alta moda, tipo pretty privilege. Guardando la collezione, ho avuto l’impressione di vedere il lavoro di Piccioli da Valentino trasferito dentro Balenciaga. Alcuni codici della maison erano presenti, naturalmente: c’erano le forme severe, i volumi a palloncino, le costruzioni monumentali e diversi riferimenti facilmente riconoscibili. Il risultato continuava però a parlare soprattutto la lingua del suo direttore creativo che sa come ottenere il consenso generale, e possiede anche una grazia estremamente tradizionale. La sfilata è stata costruita per il “cliente” che durante l’ultimo decennio ha guardato Balenciaga con disgusto, quello che voleva veder sparire le sneakers mastodontiche, le felpe distressed, il sarcasmo pungente e tutto ciò che sembrava troppo vicino ai codici della strada. Ora quel presunto cliente riceve finalmente una maison educata e pronta a essere nuovamente rispettata. Ma a me rimane una domanda: quel cliente esiste davvero? Il pubblico che ha comprato Balenciaga sotto Demna cercava un lusso sporco e ironico, comprava borse simili a sacchi della spazzatura e aveva accettato di spendere cifre altissime per oggetti che prendevano in giro l’idea stessa di status. Per dieci anni è stato accusato di avere “cattivo gusto”, e oggi il marchio stesso sembra dargli ragione.
Oggi ci si assume il rischio di aacrificare un’identità già costruita per inseguire una clientela ipotetica, forse più interessata a Valentino, Dior o a qualsiasi altra maison capace di produrre un bellissimo abito da sera. Balenciaga ha bisogno di vendere, e su questo punto i dati più recenti sono piuttosto chiari: Kering pubblica Balenciaga all’interno della categoria “Other Houses”, quindi i ricavi precisi della maison restano separati soltanto nelle stime degli analisti. Nel 2025 quella divisione ha perso il 6% a livello comparabile e ha registrato una perdita operativa ricorrente di 112 milioni di euro. Kering ha collegato il risultato anche alla debolezza di Balenciaga, oltre alle perdite di Alexander McQueen. L’urgenza commerciale esiste, proprio per questo trovo strano ripartire da zero in questo momento critico.
Oltre al danno, la beffa. Ogni volta che si parla di Balenciaga, l’heritage assume il tono di un comandamento religioso. Cristóbal Balenciaga chiuse la sua casa di moda nel 1968 e morì quattro anni dopo, il marchio venne rilanciato nel 1986, passando successivamente attraverso direttori creativi molto diversi. L’idea di una linea rimasta pura e intatta dal fondatore fino a oggi appartiene alla mitologia aziendale. Certo, l’archivio esiste e possiede un valore enorme che può essere studiato, rubato, deformato e portato nel presente. Ma la venerazione a testa bassa lo trasforma oggi in una sorta di gabbia dorata. Nicolas Ghesquière ha reso Balenciaga rilevante perché ha interpretato il lavoro del fondatore attraverso il proprio tempo, Demna ha fatto la stessa cosa utilizzando bruttezza, internet, cultura popolare e disagio sociale, eppure entrambi sono stati criticati dai puritani della moda. Proprio quei due direttori creativi che hanno saputo osare e dare al marchio una voce immediatamente riconoscibile.
Ricordiamolo ancora una volta, perché temo che questo dettaglio sfugga a molti. Con Demna, Balenciaga ha prodotto anche risultati commerciali incredibili: secondo le stime citate dal Financial Times, i ricavi annuali di Balenciaga sarebbero cresciuti da circa 390 milioni di dollari nel 2015 a circa 2 miliardi. Già nel 2019 François-Henri Pinault prevedeva che la maison avrebbe superato per la prima volta il miliardo di euro di vendite, mentre altre stime collocavano il fatturato sopra 1,5 miliardi nel 2021. Il Balenciaga degli ultimi dieci anni aveva costruito un’identità forte e un pubblico disposto a comprarla. Cancellare tutto per tornare a un’idea astratta di eleganza significa comportarsi come se quel decennio fosse stato un incidente imbarazzante - e viste le cifre, non pensiamo proprio che lo sia.
Per carità, le critiche al mio video ci stanno perché i amo il lavoro di Demna e l’ho sempre dichiarato apertamente. Qualcuno può quindi pensare che il mio giudizio su Piccioli sia condizionato da una forma di nostalgia. Accetto anche che la mia opinione venga contestata con meno delicatezza rispetto a quella di una critica inserita nel sistema da decenni. Cathy Horyn, infatti, ha scritto su The Cut qualcosa di molto simile, parlando del debutto couture di Piccioli, lo ha definito «all pomp and pomposity, and no purpose», aggiungendo come il designer abbia ripreso i volumi e il senso del dramma già utilizzati da Valentino, aggiungendo solo alcuni elementi riconducibili a Balenciaga. La sua frase più efficace resta comunque «reverential fashion is a bore», mi ha fatta cappottare dal ridere e ha ha aperto proprio il punto della questione: la moda reverenziale è una noia. MORTALE.
Piccioli ha dimostrato di conoscere la couture, di saper creare abiti grandiosi e di aver studiato l’archivio. Nel passaggio successivo dovrebbe spiegarci perché quella collezione appartiene a Balenciaga nel 2026. Nel 2021 Demna aveva riportato la couture nella maison dopo la chiusura del 1968, e dentro quella collezione aveva inserito capi quotidiani lavorati con tecniche couture, accostandoli alla sartoria e agli abiti da sera. Una felpa poteva quindi occupare lo stesso spazio culturale di un vestito costruito per centinaia di ore. La storia del marchio entrava così in contatto con la vita contemporanea. Oggi, Piccioli sembra invece impegnato a dimostrare di meritare Balenciaga e l’effetto finale ricorda uno studente impeccabile che ha imparato perfettamente la lezione. Bravo, il compito è privo di errori e riceverà un voto altissimo. E poi?
Vi faccio un altro esempio poco clemente ma necessario: Kering ha già commesso un errore simile con Gucci. Alessandro Michele aveva costruito un universo riconoscibile, dentro cui convivevano antiquariato, cultura queer, romanticismo e un chiassoso gusto camp. Dopo diversi anni, la formula aveva iniziato a perdere forza e le vendite avevano rallentato, dunque una trasformazione era comprensibile. Kering però ha scelto una cancellazione, con Sabato De Sarno, e Gucci ha inseguito un’immagine controllata e molto più vicina a un’idea convenzionale di lusso, quindi il colore si è scurito e l’eccesso di Michele è stato trattato come una fase da dimenticare. Il problema, anche in questo caso, riguardava il desiderio, perché il cliente cresciuto con Alessandro Michele aveva perso la propria casa, mentre il nuovo cliente non aveva ancora un motivo abbastanza forte per scegliere Gucci. Abbiamo visto tutti che i numeri hanno mostrato l’insufficienza di quella strategia. Nel 2024 Gucci ha registrato ricavi per circa 7,7 miliardi di euro, con una diminuzione del 21% su base comparabile, mentre nel 2025 il fatturato è sceso a 5,992 miliardi, con un altro calo comparabile del 19%. Il cambio estetico rimane comunque parte della strategia che avrebbe dovuto invertire la rotta, e quella rotta ha continuato a puntare verso il basso. Oggi Demna è arrivato da Gucci e l’interesse intorno al marchio è cresciuto, Kering stessa ha dichiarato che la collezione La Famiglia ha contribuito a riaccendere l’attenzione nei confronti della maison. Certo, il risultato commerciale della sua direzione si vedrà più avanti, ma almeno Gucci è tornato a occupare spazio nella conversazione culturale. Balenciaga, d’altro canto, sta percorrendo la strada opposta. Ha mandato Demna a salvare Gucci e ha affidato la propria identità a un designer che sembra interessato soprattutto a renderla rispettabile… Ma non rilevante.
Ma voltiamo pagina, e scopriamo che la situazione di Duran Lantink è quasi speculare. Ho criticato duramente la sua prima collezione ready-to-wear per Jean Paul Gaultier perché in quell’occasione, il suo linguaggio sembrava schiacciare e caplestare la maison. I corpi deformati e la provocazione sessuale appartenevano già al suo marchio, mentre il rapporto con Gaultier risultava debole. La settimana scorsa, però, la collezione couture ha cambiato completamente la mia percezione, perchè Duran Lantink ha trovato lo spazio adatto alla propria follia. Ha lavorato su grandi volumi ispirati a Maria Antonietta e ha costruito abiti pensati per occupare un’intera stanza, con le silhouette che si gonfiavano e allungavano nella direzione sbagliata, mentre fiocchi giganteschi e forme aggressive trasformavano il corpo in una presenza ostile. Questa è esattamente la couture che voglio vedere, abiti da red carpet capaci di generare una reazione, clienti eccentriche e idee impossibili da adattare a una produzione industriale, ore di lavoro utilizzate per creare qualcosa di assurdo, invece di nascondersi dentro un vestito che potrebbe comparire in qualsiasi collezione ready-to-wear. L’haute couture esiste per rendere possibile l’impraticabile, e Duran Lantink ha capito anche come confrontarsi con l’archivio. Il riferimento storico conserva la propria forza perché entra in conflitto con una sensibilità contemporanea. Il suo problema sarà trovare una continuità tra la couture e il ready-to-wear, permettendo alla maison di vendere vestiti senza trasformarsi nella copia ingrandita del suo marchio personale. Questa couture rappresenta comunque un inizio molto più convincente, e lo stesso Jean Paul Gaultier (che applaudiva in front-row, sorridente ed entusiasta come un bimbo), ha sempre avuto bisogno di qualcuno disposto a essere sfacciato.
L’ultima riflessione, siccome non ha trovato spazio sugli altri social, la voglio fare su Fendi. E partirei facendo qualche passo indietro… Nel 2025 la maison ha festeggiato cento anni e durante il periodo di transizione seguito all’uscita di Kim Jones, Silvia Venturini Fendi aveva assunto anche la responsabilità delle collezioni donna. Il suo show per il centenario nasceva dai ricordi personali e dall’esperienza di una famiglia cresciuta dentro gli atelier, dove larchivio era presente, ma filtrato attraverso una memoria viva e squisitamente attuale. Quella fase mi era sembrata davvero molto interessante: Fendi stava ritrovando una voce proprio mentre aveva smesso di cercare una figura esterna capace di salvarla, e Silvia Venturini Fendi sembrava essere la persona più adatta per gestire le collezioni femminili. Fino a quando… Con Maria Grazia Chiuri, tutto si è nuovamente appiattito, portandoci una couture che altro non è che un ready.to-wear estremamente più costoso.
Conosco la quantità di lavoro che può nascondersi dentro un abito apparentemente semplice, e anche il concetto di una couture che può essere minimale senza sconvolgere nessuno. La complessità tecnica merita attenzione, però non sostituisce una visione: la collezione di Fendi era lavorata magnificamente e priva di qualsiasi tensione, la prosecuzione del lavoro che Maria Grazia Chiuri aveva già fatto per anni, trasferito dentro un’altra maison e arricchito dalle competenze dei suoi atelier. Questo è il tipo di couture che la stampa adora. I giornalisti impazziscono per raccontarci il tempo impiegato per realizzare un ricamo oppure la qualità dei materiali, offrendoci parole come artigianalità e libertà del corpo. Ogni elemento possiede una nobiltà immediatamente comunicabile e diventa perfetto per una recensione buonista e priva di conflitto. Ma ricordiamoci che chi scrive di moda lavora dentro una rete fatta di inviti, accessi, viaggi e rapporti pubblicitari, perciò avere un’opinione completamente libera all’interno di quel sistema richiede una posizione molto solida. Le recensioni utilizzano lo stesso linguaggio dei comunicati stampa, celebrando il lavoro degli atelier senza chiedersi dove sia finito il punto di vista. Ok, ci rimane anche la possibilità che qualcuno abbia amato sinceramente questa collezione. La riconosco, anche se per me resta l’ipotesi più difficile da comprendere.
Siamo tutti d’accordo che il cambiamento possa fallire e una collezione possa risultare completamente sbagliata per la maison che dovrebbe rappresentare. È successo moltissime volte e succederà ancora, la moda vive anche di tentativi maldestri. Continuo però a preferire tutto questo alla cautela di chi apre un archivio, prende soltanto ciò che ha fatto successo un secolo fa e lo ripropone nella speranza della nostra pigrizia. Di base è questo che mi irrita maggiormente guardando il Balenciaga di Piccioli e il Fendi di Maria Grazia Chiuri, la sensazione che dietro la perfezione, le ore di lavorazione e i riferimenti colti ci sia soprattutto il desiderio di essere considerati impeccabili. Mi interessa molto di più sentire che qualcuno ha rischiato di sbagliare anche a costo di farsi odiare o di provocare una quantità insostenibile di commenti indignati. Duran Lantink, almeno in questa couture, mi ha dato quella sensazione. Non so se tutti quegli abiti resisteranno al tempo, ma mentre li osservavo provavo qualcosa, e in questo momento della moda mi sembra già moltissimo. Guardando Balenciaga e Fendi, invece, ho provato soprattutto rispetto per il lavoro, che è probabilmente il complimento più gelido che si possa fare a una collezione. Nessuno ha il coraggio di dire che gli abiti belli si possono trovare ovunque. Le idee, ormai, molto meno.
Probabilmente stavolta pochi di voi saranno d’accordo con me, ma io qui sopra cerco anche - e soprattutto - il dibattito. Perciò fatevi sentire nei commenti, se vi va, e fatemi comprendere meglio il vostro punto di vista.
A prestooooo

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