Buon martedì miei adorati cessini,
Come state? Oggi ho deciso di salutarvi con un ultimo appuntamento estivo diverso dal solito, prima di rivederci tra un mese. Moda al cesso andrà in vacanza per il mese di agosto, ma tornerò a settembre come con i debiti a scuola, puntualissima e piena di spunti su cui polemizzare (as usual). Ho un po’ di compiti delle vacanze da fare, perché questo autunno sarà ricco di novità!
Dunque, tornando all’appuntamento di oggi… Ho deciso di fare un piccolo excursus su alcune delle estetiche che abbiamo vissuto durante la nostra adolescenza (infanzia per alcuni, “più” giovane età per altri) e che probabilmente sono rimaste in un antro oscuro della nostra mente, senza nemmeno un nome con cui riconoscerle. Ed ecco che arrivo io che in queste cose ci sguazzo, e passo pomeriggi interi a spulciare nei meandri dimenticati del web. Oltretutto ho scoperto che, quando avevo 14 anni, il Welwitschia Goth era il mio pane quotidiano - e ve ne devo assolutamente parlare.Buona lettura xx
Hydra
Pon&Zi by Jeff Thomas
Uno dei miei passatempi preferiti consiste nel cercare online estetiche estremamente specifiche e osservare come un’immagine mi provochi una strana sensazione, a metà tra il prurito e il déjà-vu. Più che una nostalgia specifica, è più simile a un ricordo fisico nato da un colore, la forma di una poltrona, una grafica stampata su una bustina del tè, il muro di una sala giochi o l’insegna di un centro commerciale, e improvvisamente sento di essere già stata lì - magari non proprio in quel luogo, ma in altre migliaia di sue versioni. La nostra memoria visiva, del resto, conserva superfici, font, sfumature e fotografie di bambole rotte scaricate da DeviantArt, ma senza una precisa didascalia sotto. Per anni abbiamo attraversato questi paesaggi passivamente, considerandoli “l’aspetto delle cose”, poi oggi improvvisamente scopriamo che il bar sotto casa, il volantino della discoteca e l’arredamento del negozio di telefonia parlavano la stessa lingua.
Trovo molto affascinante il lavoro degli archivi dedicati alle cosiddette consumer aesthetics: insiemi di segni che hanno circolato così a lungo da entrare nella pubblicità e negli ambienti commerciali. E molti dei nomi che utilizziamo oggi sono stati creati retrospettivamente, all’epoca nessuno entrava in un negozio chiedendo una cucina in stile “Live Laugh Love” o apriva Photoshop annunciando di stare per realizzare un capolavoro “Vectordelia”. Prima esistevano le immagini, molto dopo è arrivata la parola giusta, capace di tenerle insieme. Mi inquieta anche un po’ pensare che nel mondo visivo ci sia molto meno di casuale di quanto immaginiamo. Senza rendercene troppo conto, siamo continuamente immersi in schemi che si contaminano, e quando ritornano, vent’anni dopo, ci siamo praticamente dimenticati di averci già vissuto dentro.
Negli ultimi anni abbiamo trasformato la parola Y2K in una specie di sacco dell’umido nel quale buttare qualsiasi cosa sia esistita tra il 1998 e il 2007. Il Gen X Soft Club dimostra quanto quel periodo fosse, invece, frammentato. Nato tra i primi anni Novanta e la metà dei Duemila, raccontava la vita urbana e adulta della Generazione X: persone abbastanza giovani da frequentare club e ristoranti alla moda, ma abbastanza adulte da possedere una giacca di pelle costosa e sapere che cosa fosse un mutuo. Al posto dell’argento, dei pantaloni sintetici e del futuro spaziale associato allo Y2K, qui troviamo rossetti nude, capelli con la riga in mezzo, cappotti lunghi, stivali al ginocchio e una palette beige, verde, grigio e nero. Il futurismo diventava ancora più terrestre, mescolando minimalismo, richiami agli anni Settanta, superfici sterili e materiali organici.
Pensate, ad esempio, ai divani in pelle marrone di un lounge bar, alle pareti verde salvia, ai CD di musica chillout vicino alla cassa e a una scritta in Helvetica che avrebbe dovuto far sembrare internazionale anche un paesino di provincia come il mio. Il Gen X Soft Club era l’immagine della vita sofisticata secondo chi beveva Cosmopolitan, ascoltava lounge music e probabilmente possedeva almeno un mobile color wengé. Molto meno teenager Y2K, e più aperitivo aziendale con ambizioni newyorkesi.
Film e serie: Vanilla Sky, Chungking Express, Requiem for a Dream, One Hour Photo, Garden State e le prime sigle di Grey’s Anatomy.
Musica: Massive Attack, AIR, Radiohead, Stereolab, The Chemical Brothers, Moby, Sneaker Pimps, Jamiroquai e Everything But the Girl.
Video musicali: Ray of Light di Madonna, Virtual Insanity dei Jamiroquai, 6 Underground degli Sneaker Pimps, Angel dei Massive Attack e Porcelain di Moby.
Questa mi ha sinceramente sconvolta, perché non avrei mai immaginato che quella combinazione di verde lime, arancione, viola, fucsia e turchese avesse un nome, pensavo fosse semplicemente una decisione collettiva presa sotto l’effetto di cattivo gusto collettivo, da parte di tutti i grafici e gli arredatori dei primi Duemila. Quello che ho recentemente scoperto chiamarsi Bright Tertiaries indica una corrente emersa intorno alla metà del decennio e costruita soprattutto sui colori terziari, ovvero quelli ottenuti mescolando colori primari e secondari. Le sue radici vengono spesso ricondotte al Memphis Design degli anni Ottanta, ma nei Duemila il risultato diventa più rotondo e tecnologico: pareti colorate, mobili in plastica, cerchi sovrapposti, curve, superfici bianche attraversate da improvvise esplosioni lime e viola. Era presente nei negozi, nelle camerette, nei packaging, nei centri ricreativi e in ogni luogo che volesse comunicare contemporaneamente “giovane”, “digitale” ma anche irrimediabilmente “divertente”, in modo quasi sarcastico. Si trova molto vicino al Frutiger Aero, ma al posto dei prati e delle gocce d’acqua sospese nei cieli azzurri, mette al centro il colore puro e il color blocking. È tipo l’estetica di una stampante alla quale sono rimaste soltanto le cartucce meno utilizzate, ma che rifiuta eroicamente di interrompere il lavoro che le avete richiesto.
Televisione, videogiochi e tecnologia: le scenografie di iCarly, gli interni e le interfacce di The Sims 3, una parte dell’immaginario Nintendo Wii.
Video musicali: mi vengono in mente Lollipop e Love Today di Mika, qualcosa di Hollaback Girl di Gwen Stefani e Shut Up and Let Me Go dei The Ting Tings.
Ed eccoci finalmente nella mia casa spirituale. Il Welwitschia Goth ha un nome recente utilizzato per raccogliere un immaginario che circolava soprattutto tra i primi Duemila e l’inizio degli anni Dieci, in particolare su DeviantArt (quanto adoravo) e negli spazi digitali frequentati dalle sottoculture emo e mall goth - eccomi. La formula era semplicissima e, per una quattordicenne, direi anche infallibile: prendere qualcosa di infantile e renderlo morbosamente triste. Bambole di porcellana crepate, farfalle, fiocchi, abiti di pizzo e foreste fiabesche venivano ricoperti di sangue, graffi, cuciture, texture distressed. Del tipo, era tutto così carino, ma sembrava sul punto di morire. Probabilmente non avevamo letto tutta la letteratura gotica che fingevamo di conoscere, però possedevamo una cartella con quattrocento immagini di bambine fantasma da usare come foto profilo su MSN. Io questa estetica l’ho vissuta senza sapere che sarebbe stata catalogata vent’anni dopo, avevo un avatar in bianco e nero, quadri con farfalle posate su volti pallidi, occhi enormi, ciglia colate e frasi sulla solitudine scritte in un font illeggibile nella mia firma su Formucommunity. Non era una fase, mamma.
Musica: Evanescence, Cradle of Filth, The Birthday Massacre, Emilie Autumn, Kerli, My Chemical Romance, The Gazette e Nicole Dollanganger.
Film e anime: Ginger Snaps, Puella Magi Madoka Magica, Lain, Rozen Maiden, Hell Girl, Ruby Gloom.
Videogiochi: American McGee’s Alice, Alice: Madness Returns, Silent Hill 3, Rule of Rose (quanto mi faceva pauraaaaa), Fatal Frame, Haunting Ground, The Path e Fran Bow.
Allora, baro leggermente con la cronologia, perché il Live Laugh Love viene collocato soprattutto dai primi anni Dieci in avanti, ma le sue fondamenta erano già state posate alla fine dei Duemila e, soprattutto raga, questa estetica non è mai realmente morta. Nei paesini italiani continua a vivere in ottima salute, probabilmente più longeva di noi. È il regno del legno sbiancato a decoupage, delle cassette della frutta trasformate in mobili, dei cuori di vimini, dei font calligrafici e delle frasi che ordinano di vivere, ridere e amare mentre stai cercando il rotolo della carta da cucina. La tua casa improvvisamente veniva disseminata di targhette sul vino, cuscini con aforismi, lanterne decorative e scritte che ricordano quanto sia importante la famiglia, specialmente quando la famiglia sta litigando ininterrottamente ma hey, “Home is where the heart is”. La cringeness che la circonda nasce forse proprio dalla sua pretesa di spontaneità: emozioni intime, imperfezioni e piccoli piaceri quotidiani vengono prefabbricati industrialmente e venduti in un negozio di casalinghi a €9,99. Un pizzico di autenticità prodotta in serie, con finitura shabby chic e un calice di prosecco disegnato accanto. Brividi.
Riferimenti dichiarati: Eat Pray Love e l’intero universo digitale di justgirlythings, con le fotografie sovraesposte, le frasi motivazionali e la certezza che una tazza di tè caldo con i capelli arruffati alla mattina potesse risolvere qualsiasi trauma.
Film: Under the Tuscan Sun, Julie & Julia, Mamma Mia!, L’Amore non Va in Vacanza (capolavoro) e qualsiasi commedia nella quale una donna abbandoni il proprio lavoro stressante per aprire un bed and breakfast.
Colonna sonora: Bubbly di Colbie Caillat, I’m Yours di Jason Mraz, Hey, Soul Sister dei Train, Brave di Sara Bareilles e Home di Michael Bublé
Il Tropideco è esattamente il modo in cui avrei descritto le Hawaii da bambina, pur non essendoci mai stata: palme illuminate dal neon, acqua turchese, fenicotteri, fiori giganteschi, pesci sorridenti e una generale convinzione che ai tropici fosse sempre in corso una festa notturna dove si giocava al limbo. Diffusa soprattutto negli anni Novanta e nei primi Duemila, questa estetica ricreava artificialmente ambienti tropicali all’interno di centri commerciali, parchi acquatici, hotel e ristoranti a tema. Il riferimento perfetto, secondo me, è la Tundra di Gardaland. La natura veniva rifatta in vetroresina, le piante diventavano scenografie, gli animali marini assumevano espressioni da cartone animato e ogni superficie sembrava leggermente bagnata, anche quando non avrebbe dovuto esserlo. Rispetto al vecchio immaginario Tiki, legato alla fantasia occidentale della Polinesia, il Tropideco era più commerciale e ti vendeva una vacanza tropicale dal gusto un po’ sintetico, assemblata prendendo un po’ di Miami, un po’ di Caraibi e tutto ciò che un bambino avrebbe potuto considerare “esotico”. Mi ricorda l’odore del cloro, le brochure dei villaggi vacanza, le fontane dentro i ristoranti e quei luoghi che volevano convincerti fortemente di essere dall’altra parte del mondo mentre fuori c’era il parcheggio di un centro commerciale.
Film e televisione: Scooby-Doo del 2002 e la sua Spooky Island, Lilo & Stitch, The Even Stevens Movie, le prime stagioni di SpongeBob SquarePants e programmi come Legends of the Hidden Temple.
Musica: l’archivio cita soprattutto brani rallentati e riverberati, ukulele, Aloha ‘Oe e la traccia Hawaiian Happiness dalla colonna sonora di SpongeBob. Aggiungerei inevitabilmente Kokomo dei Beach Boys e la versione di Somewhere Over the Rainbow/What a Wonderful World di Israel Kamakawiwoʻole.
Questo stile è tornato così tanto di moda che non solosi trova ovunque nel second-hand, ma ci sono anche brand contemporanei che continuano a testa bassa a replicarlo. Nato nella metà dei Duemila, univa post-grunge, hard rock, nu metal e cultura del tatuaggio, sostituendo l’essenzialità trasandata del grunge originario con magliette sulle quali avveniva letteralmente di tutto e di più. Teschi, croci, ali d’angelo, aquile, pugnali, rose, gigli araldici, scritte gotiche, strass, ricami, stampe metallizzate… I brand di riferimento erano Affliction, Ed Hardy, Christian Audigier e True Religion, e trasformarono la ribellione in un prodotto vistoso e costoso, associato al rock commerciale, alle MMA e alla vita notturna. Oggi quell’universo ritorna attraverso il vintage, l’archive fashion giapponese, le stratificazioni di brand come L.G.B., KMRii e 14th Addiction e le sue reinterpretazioni più giovani. Named Collective propone felpe washed black ricoperte di ali e strass, mentre Minga London vende apertamente capi definiti grunge, Y2K e cybersigilism. È tornato ripulito dal suo stereotipo più “Jersey Shore” e riletto come dark streetwear, ma sotto gli styling coreani, le fotografie un po’ mosse e le didascalie misteriose rimane sempre lui: Ed Hardy-core tutta la vita.
Musica: Nickelback, Creed, Staind, Puddle of Mudd, Hinder, Three Days Grace, Breaking Benjamin, Disturbed e Five Finger Death Punch.
Televisione: Jersey Shore è probabilmente il riferimento più diretto, tanto che il cast contribuì a legare definitivamente Ed Hardy, Affliction e True Religion allo stereotipo del party bro.
Cinema per affinità spirituale: Never Back Down e The Fast and the Furious: Tokyo Drift.
Vectordelia, conosciuta online anche come Frutiger Metro, è la prova che il Frutiger Aero non può diventare il nome universale di qualsiasi grafica colorata dei Duemila. Qui la natura perfetta e tridimensionale passa in secondo piano e arrivano immagini vettoriali più piatte e affollate: cerchi concentrici, frecce, stelle, silhouette di persone che ballano, cuffie, casse, giradischi, microfoni, fiori stilizzati, linee sinuose e blocchi di sfumature. È stata diffusissima tra la metà dei Duemila e l’inizio degli anni Dieci, comparendo nelle pubblicità tecnologiche, nelle interfacce, nei videogiochi, sui CD e in tutto ciò che voleva comunicare energia, musica e gioventù. Personalmente, la associo alla vita da party in Erasmus (senza aver mai fatto l’Erasmus). Mi ricorda la grafica del volantino di una serata organizzata dall’ostello, del muro di una discoteca in un villaggio vacanza, della locandina di un corso di hip-hop o della tessera di un internet point che, il venerdì sera, si trasformava misteriosamente in cocktail bar. Tutte le figure umane saltavano con le braccia alzate, perché nei Duemila apparentemente nessuno ballava mantenendo i piedi ben saldi a terra, o così pare. Il risultato era ottimista, dinamico e massimalista, tra il pacchetto Adobe e troppe Vodka Redbull.
Videogiochi: la serie Just Dance, soprattutto Just Dance 3, Wii Sports Resort, Rayman Origins, de Blob, LittleBigPlanet, DJ Hero, Need for Speed: ProStreet, SingStar e Patapon.
Colonna sonora: Boom Boom Pow e I Gotta Feeling dei Black Eyed Peas, l’era One Love di David Guetta, Acceptable in the 80s di Calvin Harris, Party Rock Anthem degli LMFAO.
Descrizione perfetta: il packaging di una bustina di tè al karkadè sponsorizzata dalle Winx. È una fantasia digitale costruita accumulando draghi, fiori di loto, ideogrammi, bambù, lanterne, tatuaggi all’henné, mandala, tessuti indiani, Buddha decorativi e palazzi mediorientali dentro la stessa gigantesca categoria dell’“Oriente”. Emersa negli anni Novanta e arrivata al culmine nei Duemila, compariva nella moda, nelle confezioni dei cosmetici, nelle cartolerie, nelle spa, nei ristoranti e nella grafica. I colori erano spesso intensi e fiabeschi, tra rosso, oro, viola, rosa, arancione e turchese, possibilmente accompagnati da bagliori, glitter - o ancora meglio, una fata digitale. In pratica, culture lontanissime tra loro venivano appiattite e trasformate in qualcosa di solo decorativo a disposizione del consumatore occidentale. La globalizzazione dei Duemila prometteva di avvicinare il mondo, ma spesso lo faceva mescolando simboli privati del loro significato, finché il Giappone, l’India, la Cina e il Marocco potevano convivere serenamente sulla copertina di un diario scolastico. Henné e altri riferimenti culturali erano diventati, all’inizio del millennio, segni di un esotismo commercializzato. In pratica, quella che vedevamo e acquistavamo, era soprattutto un’immagine dell’Asia e del Medio Oriente costruita per noi.
Film e prodotti per ragazze: Aladdin, Bratz: Genie Magic e The Cheetah Girls: One World, Memoirs of a Geisha, The Last Samurai e Kill Bill: Volume 1
Musica e video musicali: Desert Rose di Sting, Frozen e Nothing Really Matters di Madonna, Toxic di Britney Spears, l’era Harajuku Girls di Gwen Stefani e l’album Harem di Sarah Brightman.
Chiudo con la parte più infantile, chiassosa e fastidiosa della sottocultura Scene. Lo dico con l’affetto e la severità di chi della sottocultura Scene ha fatto parte e che quindi si sentiva autorizzata a stabilire chi fosse autentico e chi fosse un newbie. Emersa soprattutto tra la fine dei Duemila e l’inizio degli anni Dieci, univa gli elementi Scene a un’estetica più vicina al Kidcore e al mercato pre-adolescenziale, tra stampe leopardate fluorescenti, fiocchi enormi, tutù, braccialetti di plastica, extension colorate, Hello Kitty,arcobaleni, cupcake. E anche un po’ qualsiasi oggetto fosse contemporaneamente rosa e nero o sparaflashato per la retina. Di base era ciò che accadeva quando una sottocultura nata online veniva intercettata dal mercato e trasformata nel reparto back-to-school per bambine che volevano sentirsi alternative. Manteneva i capelli cotonati e i colori della scena originale, eliminando quasi completamente la sua componente notturna e sessualizzata. Scene con i pattini a rotelle, praticamente, quella fase in cui una persona aveva appena scoperto la musica alternativa, ma la sua reference principale restava una cover per cellulare con i dolcetti kawaii - oppure i Vanilla Sky. Uncool e storicamente necessaria per creare la generazione successiva di persone insopportabili ai concerti.
Musica (ereditata da noi più grandi): Brokencyde, 3OH!3, Millionaires, Breathe Carolina, The Ready Set e Never Shout Never, Metro Station e casualmente anche Katy Perry e Lady Gaga.
Televisione e franchise: iCarly, Victorious, My Little Pony: Friendship Is Magic, Hello Kitty, Monster High, Littlest Pet Shop e i Care Bears.
Videogiochi e internet: MovieStarPlanet, Stardoll, Fantage, Neopets
Noi ci rivediamo a settembre, miei adorati cessini. Nel frattempo fatemi sapere quale di queste estetiche vi ha provocato il déjà-vu più pruriginoso e godetevi le vacanze.
A prestoooooo

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