La moda è sempre stata un linguaggio fondato sull’atto di osservare. Osserviamo gli abiti, le immagini, gli altri, attribuendo loro significati che spesso si allontanano dalle intenzioni di chi li ha creati. È proprio in questa tensione che prende forma il nuovo progetto di Kat Qiu, Voyeur Voyeur, il concept store londinese con cui reimmagina il retail come un rituale di intrattenimento, esperienza e provocazione.
In un momento storico in cui i prodotti si fanno sempre più immateriali e la convenienza per chi acquista è per lo più online, Qiu propone una visione alternativa del retail: lo spazio fisico dovrebbe offrire ciò che nessun algoritmo è in grado di replicare, ovvero sorpresa, interazione e un autentico motivo per incontrarsi. Più che un semplice negozio, Voyeur Voyeur è una riflessione sullo sguardo e sulle dinamiche della spettatorialità, un luogo che invita a riscoprire il piacere di osservare e il brivido di essere osservati.
Abbiamo parlato con Qiu di voyeurismo, interpretazione, del valore ancora attuale degli spazi fisici e delle ragioni per cui la moda continua a essere una delle forme di culturali più affascinanti del nostro tempo.
Avendo vissuto la moda sia come proprietaria di uno store che come musa — quindi tanto nella posizione di chi osserva quanto in quella di chi viene osservato — in che modo questa duplice prospettiva ha influenzato il tuo modo di vivere la moda oggi?
In un certo senso, mi ha insegnato ad approcciarmi alla moda con meno sovrastrutture, nel bene e nel male. Molto spesso chi osserva attribuisce significati che chi viene osservato non aveva mai immaginato. C’è una frase dell’Amleto di Shakespeare che mi accompagna da tempo: «Nulla è buono o cattivo, se non è il pensiero a renderlo tale.»
Avendo sperimentato entrambe le posizioni, penso spesso che l’osservatore abbia più potere dell’osservato. Come suggerisce il nome stesso, con Voyeur Voyeur invitiamo il pubblico a essere l’osservatore, mentre il progetto si offre come oggetto dello sguardo. Così cento persone finiranno per vedere cento Voyeur Voyeur differenti. Per questo non credo sia necessario aggrapparsi troppo alle intenzioni di partenza: una volta condivisa, un’opera smette di appartenere esclusivamente a chi l’ha creata e inizia a vivere nelle interpretazioni di chi la incontra.
Nel corso degli anni il tuo sguardo ha contribuito a costruire un immaginario visivo molto riconoscibile. Come si è sviluppata questa sensibilità?
Credo che ognuno abbia un punto di vista unico, il risultato di tutte le esperienze che accumula: i libri che legge, i film che guarda, le persone di cui si circonda. Il mio non è necessariamente più particolare di quello degli altri; forse sono semplicemente più ostinata nel difenderlo e nel rimanergli fedele. Probabilmente è questo che lo rende così riconoscibile.
Quali ossessioni — visive, culturali o personali — continuano a riaffiorare nel tuo lavoro?
Sono ossessionata dalla fisicità e dalla tattilità. Tendo a rincorrere tutto ciò che si manifesta in modo diretto ai sensi. È anche per questo che ho scelto di aprire uno spazio fisico: persino quando mi affeziono a una grafica, sento il bisogno di trasformarla in un poster, di darle una presenza materiale.
Mi piace coinvolgere più di un senso alla volta, e solo la dimensione fisica lo rende possibile. Un oggetto può avere un odore mentre lo tocchi, può apparire in un certo modo mentre produce un suono. Credo che sia nell’intreccio di queste esperienze sensoriali che le cose acquistino profondità e diventino davvero interessanti.
Dopo tutti questi anni trascorsi a lavorare con abiti e immagini, che cosa continua ancora ad affascinarti della moda?
Le stesse cose che mi affascinavano quando ho iniziato continuano ad affascinarmi ancora oggi. Il nostro è un settore attraversato da un flusso continuo di nuove informazioni e in cui persino i concetti più classici sono costantemente rivisitati. Forse il nostro gusto è peggiorato, oppure i nostri strumenti sono diventati migliori, ma nella moda nulla rimane mai fermo. È proprio questa sua perenne trasformazione a renderla inesauribilmente interessante.
Perché il nome Voyeur Voyeur? Che cosa rappresenta oggi l’idea di voyeurismo nella moda?
So che i termini voyeur e voyeurismo portano con sé una certa connotazione sexy, e in effetti mi piace l’idea di creare qualcosa di divertente e leggermente scandaloso. Ma, in realtà, il significato è molto più semplice.
Indossare abiti — al di là del bisogno di ripararsi dal freddo, dalla pioggia e di tutte le loro funzioni pratiche — significa anche ricercare il piacere dello sguardo, nel brivido di guardare e di essere guardati. In fondo, siamo tutti dei voyeur. Mi è sembrata quindi la parola più semplice e, allo stesso tempo, più coerente per dare un nome a un negozio di abiti.
Quanto è importante la community nella costruzione e nel sostentamento di uno spazio come il questo?
Trovo difficile parlare dell’importanza della comunità nel processo di costruzione di un progetto come questo, perché per noi non è mai stato un obiettivo in sé, quanto piuttosto qualcosa che speriamo possa nascere spontaneamente. Come si dice
in questi casi: we don’t chase, we attract.
La cultura e il senso di community sono fenomeni profondamente umani, con radici profonde, che prendono forma indipendentemente dal fatto che si cerchi deliberatamente di costruirli. Mi piace pensare che, se riuscirò a rimanere coerente con il mio percorso abbastanza a lungo, finirò per attirare persone che condividono la mia stessa sensibilità.
Il ruolo delle capitali della moda sembra stia cambiando stagione dopo stagione. Che cosa permette ancora Londra che altre città della moda, forse, non riescono più a offrire?
Se guardo al sistema moda nel suo insieme, credo che Londra stia lentamente perdendo parte del suo fascino e di quei vantaggi che un tempo la rendevano unica. Tuttavia, per quanto riguarda gli spazi fisici come il mio, continua a offrire un accesso senza eguali ad alcune delle menti più brillanti dell’architettura contemporanea.
Voyeur Voyeur si trova a pochi minuti da alcune di quelle che, a mio parere, sono le opere più riuscite di Renzo Piano. Ci sono gli edifici progettati da Norman Foster, che non smetterei mai di osservare, e poco distante da noi si trova anche uno splendido spazio retail firmato da 6A Architects. Siamo stati inoltre estremamente felici di collaborare con CRAB Studio, guidato da Sir Peter Cook, con cui abbiamo progettato il negozio.
Per dare forma a uno spazio fisico serve un grande architetto, e sotto questo aspetto Londra continua a offrire possibilità che difficilmente si trovano altrove.
Il retail sta attraversando un momento particolarmente complesso. Qual è la “cura” che Voyeur Voyeur propone?
Voyeur Voyeur interpreta il retail come una forma di intrattenimento. Oggi i prodotti si trovano online, confrontare i prezzi è immediato e la convenienza è quasi sempre altrove ormai. Per questo credo che la risposta sia l’ospitalità. Siediti sulle nostre poltrone Paulin, Paulin, Paulin e bevi una Diet Coke.
Il retail non riguarda più soltanto l’acquisto di un oggetto, ma l’esperienza che si costruisce intorno a quell’atto. Le persone non vogliono semplicemente fare shopping: sono annoiate e cercano luoghi in cui sentirsi a proprio agio, sia fisicamente che intellettualmente. In questo senso, il retail diventa un luogo in cui costruiamo le nostre relazioni e socializziamo.

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