RSS Amplifier

Humans vs Robots on Substack · Aug 8, 2026

[Storie] In morte di Francesco Guccini

0
Sign in to vote or save

Humans vs Robots · Humans vs Robots on Substack

↗️Leggi sul sito↗️

di Francesco Eandi

Lo so, lo so: ad agosto siamo chiusi. Non pubblichiamo. Ci riposiamo, confidando che voi facciate lo stesso. Ma anche ad agosto succedono cose: escono nuove canzoni, escono dischi interi, si fanno concerti. In tutto questo movimento di suoni e di corpi, succede anche che qualcuno decida di passare ai più. E in alcuni casi, non attendere settembre per parlarne è una necessità quasi fisica, sicuramente molto personale.

Non posso dire che la morte di Francesco Guccini mi abbia lasciato completamente di sorpresa: nell’ultimo paio d’anni le uscite pubbliche si erano diradate, mentre le voci su un peggioramento della suo stato di salute si erano fatte più insistenti. Ma quando poi è successo, è stata comunque una grande tristezza: Guccini è stato sicuramente l’autore italiano che ho più ascoltato, visto dal vivo, suonato a mia volta. Sono un guccinaro doc, sebbene uno dei pochi, forse, a non aver mai compiuto nè voluto compiere il pellegrinaggio rituale a Pavana, o a Bologna in via Fabbri. Sono dell’idea che incontrare i propri miti sia estremamente rischioso.

Avevo bisogno di combattere questa tristezza in qualche maniera: scriverne mi è sembrata da subito una soluzione. L’idea era di tirare giù un paio di ricordi alla veloce, ne sono uscite quasi 13.000 battute, perdonate ed eventualmente passate oltre.

Quando muore qualcuno a cui si è voluto bene, la consolazione offerta dagli amici e parenti riguarda il fatto che nessuno muore davvero, se permane nel ricordo di chi resta. Che è un po’una balla e un po’una frase fatta che non sfigurerebbe tra le frasi storiche da dopocena, ma un filo di verità c’è.

Gli artisti (schiera a cui Guccini non so quanto si considerasse iscritto) hanno diverse carte in più da giocarsi, sotto questo profilo: sono per forza di cosa nella memoria dei tanti che li hanno amati, vuoi perché ne sono stati la colonna sonora di una vita, o di una stagione soltanto, o di un singolo amore, fosse pure ancillare. O per quell’attimo di epifania in cui ci accorgiamo che proprio quel verso di quella canzone descrive perfettamente tutte le cose abbiamo dentro.

Poi non so se tutto questo essere presente nella memoria di tanti, compensi davvero le altre seccature che si abbattono come piaghe bibliche quando viene a mancare un personaggio noto: come i servizi del TG1, le foto sui social col caro estinto a suggerire confidenze inesistenti, i format del tipo “le 10 canzoni per ricordare…”. Ma facciamo finta che la risposta sia positiva: qual è il mio ricordo di Francesco Guccini?

E sottolineo “ricordo”, e sottolineo pure “mio”, perché di profili autorevoli scritti da penne più autorevoli ancora (volgarmente detti coccodrilli) in queste ore ne sono già circolati a palate. Presuntuoso e inutile pretendere di aggiungerne un altro. Mi sembra più interessante la costruzione dal basso di una memoria collettiva (o forse memoria e basta), dove ognuno offre con umiltà la sua tesserina, senza pensare troppo alla bontà o alla somiglianza del mosaico finale.

Questa è la mia, di tesserina.

E parte dal dato oggettivo secondo cui Francesco Guccini se n’è andato da quarantott’ore, lo scorso 6 agosto 2026, alla stimabile età di 86 anni. Il che significa circa oltre trent’anni di mia frequentazione della sua musica, e delle sue parole.

Ho frequentato Guccini, nei primissimi anni, soprattutto suonandolo alla chitarra. Grato del fatto che conoscendo gli accordi del giro di do, che è alla portata anche del più scalcagnato chitarrista da campo scout (schiera a cui invece io mi iscrivo senza problemi), già si potessero imbastire decentemente diversi suoi pezzi. Magari saltando con discrezione gli accordi più difficili, quelli col barrè, conquistati soltanto parecchio tempo dopo: ma quando si canta insieme non si bada a certe sottigliezze. Appartenevano al livello rookie, ad esempio, Dio è Morto, che pure non mi è mai piaciuta più di tanto perché va bene il contesto scout/parrocchiale ma questo happy ending per cui la meni per tre quarti del brano che Dio è morto e poi sbrachi all’ultima dicendo che invece no, Dio è risorto, mi è sempre sembrato un po’ volgare. Allo stesso livello di difficoltà appartenevano anche le ben più intriganti Canzone per un’amica, Vedi Cara, Shomèr ma mi-llailah, Farewell e soprattutto Eskimo: canzone del ’78 piena di riferimenti eccitanti, da Gianni che tornava da Londra con le sue esperienze con l’LSD, la raggiunta consapevolezza su cos’è un orgasmo, l’amore fatto alla boia di un giuda oppure in piedi con spregio di moquette e impianto Hi-Fi.

Ecco, a pensarci Eskimo è stata uno dei pezzi che più mi ha fatto innamorare di Guccini: leggetene il testo e ditemi se non ne esce un invidiabile ritratto di un bohémien di provincia che mentre fa i conti con una sinistra che sarebbe potuta essere e non è più (l’eskimo, capo di abbigliamento simbolo dei giovani del ‘68), fa i conti anche con la sua storia privata. Il mood è nostalgico, sì, ma il tono è (auto) ironico, quando non divertito: «bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà / tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa». Guccini piacione? Può darsi, ma all’epoca lui aveva 38 anni e cantava con nostalgia di quando ne aveva solo 20: un giovane che ricorda un giovanissimo, che tenerezza.

Approfondendo la tecnica chitarristica, conseguendo finalmente i calli sulle dita e padroneggiando con decenza il barrè, il catalogo gucciniano diventava per buona parte accessibile. Incontro, Piccola Città, Piccola Storia Ignobile avevano le loro difficoltà, ma superabili. Così come Venezia, Bisanzio, Bologna – quando inizi con una città non puoi più smettere – e poi ancora il trittico delle Canzoni di notte (stesso principio). C’era il Guccini divertito di Via Paolo Fabbri 43 (la traccia), quello di protesta de La Locomotiva, quello incazzato de L’Avvelenata (che faceva bella mostra di sé nel canzoniere scout con non ricordo quale artificio censorio per evitare di scrivere, nero su bianco, «cazzo in culo»): entrambe erano basate su tre accordi, ma essendo molto lunghe mi capitava spesso di andare fuori tempo (il mio senso del ritmo è simile al suonatore di bonghi ritratto da Elio in Parco Sempione).

Riuscendo poi ad arpeggiare un minimo, si saliva di livello e si potevano sfoggiare una discreta Un Vecchio e un Bambino (bella eh, ma di una noia mortale), una ben più appagante Canzone delle Domande Consuete, fino a una più complessa Canzone Quasi d’Amore. Sul cui metro mi ero persino inventato un testo alternativo, al liceo, col quale partecipare a un triste concorso letterario scolastico sponsorizzato da Alitalia (la figlia di un dirigente veniva nella mia scuola), vincendo un viaggio andata-e-ritorno in giornata per Fiumicino. Life achievement.

Rimaneva al di là delle mie ridotte capacità tecniche la produzione gucciniana musicalmente più ricca ed elaborata: lui, che si è sempre considerato un chitarrista da poco (spirito appenninico che incrocia l’understatement sabaudo), quando era invece un ottimo ritmico, ha sempre avuto intorno musicisti incredibili: Juan Carlos “Flaco” Biondini, Ellade Bandini, Ares Tavolazzi (ex Area), Vince Tempera (maestro d’orchestra, polistrumentista, compositore, arrangiatore, costretto nelle ultime tournée dal vivo ad accennare il tema della sua Ufo Robot), Antonio Marangolo – e non sono nemmeno tutti. Ovvio che su certi dischi questo fior fiore di musici portasse a produzioni più complesse. Per una Culodritto tutto sommato facilotta, provate voi a suonare dignitosamente Scirocco o Signora Bovary o Keaton – tutte canzoni da quel disco meraviglioso che è Signora Bovary, il lavoro musicalmente più ambizioso e indovinato di Guccini.

Era quindi suonando alla meno peggio le sue canzoni che i suoi testi mi entravano in circolo. Quasi un effetto collaterale. Brandelli di canzoni diventavano espressioni per la vita quotidiana: «Cosa prendi? Birra chiara e seven up!». Oppure: «nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento!», citazione tipica di chi ha figli piccoli che non tengono in nessun conto certe esigenze fisiologiche genitoriali. «Vedi cara… è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già!»: quando citare Guccini è un modo per contenere una lite di coppia, ma senza rinunciare a segnare un punto. Che nel mio caso valeva doppio, avendo ovviamente coinvolto la mia fidanzata, poi moglie, nel culto per il bardo di Pavana.

La musica è sempre stata molto importante per me. Poco tempo dopo l’inizio della nostra relazione, mi presentai a casa sua con alcuni cd che ritenevo, ai tempi, imprescindibili: quello che ascoltiamo, quello che leggiamo, i nostri appetiti culturali ci definiscono, dicono chi siamo. I Dream Theater di Images & Words vennero accolti con un sorriso di circostanza, gli Anathema di Judgement non credo durarono più di venti minuti nello stereo prima di venire definitivamente archiviati, ai Depeche Mode di Songs of Faith and Devotion non venne offerto nemmeno il beneficio del dubbio. L’unico a fare breccia fu Francesco. Quando suonavo e cantavo le sue canzoni alla chitarra, foss’anche I fichi (il lato buffo della produzione gucciniana non va considerato meno del resto), mi guardava, credo, con sostanziale approvazione: più che ciechi, in alcuni casi l’amore rende sordi.

Guccini divenne insomma parte integrante della nostra storia, e della nostra vita. Ma fino a un certo punto.

Le apparizioni pubbliche degli ultimi tempi, sempre più sporadiche, rivelavano un uomo appesantito e fiaccato dall’età; la sua voce, così caratteristica, si era fatta più affannata e incerta, priva dell’energia che emanava durante gli innumerevoli concerti. Lo so che non si può far colpa a nessuno di subire le ingiurie degli anni; ma quella è una consapevolezza razionale. Irrazionalmente, gli eroi sono tutti giovani e belli, o almeno in grado di rassicurarci che non ci lasceranno soli: e continueranno quindi a suonare, a scrivere, a far uscire dischi ispirati, ma anche a polemizzare con questo e quell’altro personaggio politico che pure noi sentiamo lontano mille miglia. E soprattutto a far concerti, rituale necessario a noi piccoli santommasi per confermarci nella fede.

Quando Guccini nel 2012 disse che non avrebbe più scritto canzoni né fatto concerti, pensai – è finita. Pazienza per le canzoni – di quelle uscite nel nuovo millennio ne avevo ascoltate poche, ma la produzione novecentesca valeva per un paio di vite – ma era la prospettiva di non poter più partecipare a quel rito collettivo celebrato nei peggiori palazzetti di Torino che mi atterriva.

Comparavamo i biglietti mesi prima, rigorosamente per la platea. I concerti di Guccini si vivevano comunque seduti, anche nel parterre, perché lui ci voleva comodi: doveva essere la formazione antica da cantore da osteria, dove per l’appunto si sta seduti e con un bicchiere in mano, mica in piedi come dei babi (espressione modenese che indica “persone stolte e di scarso intelletto”). Ci si alzava in piedi solo nel finale, quando Francesco calava giù l’asso dei grandi classici – o quanto meno dei pezzi che il pubblico considerava irrinunciabili: Dio è morto, Eskimo, Un Altro Giorno E’ Andato, La Locomotiva – cantanta rigorosamente a pugno sinistro alzato, soffocando l’imbarazzo di essere un po’ fuori tempo massimo e nemmeno comunisti.

Nel finale, il rito del concerto toccava l’eccitazione massima; ma erano i primi quindici-venti minuti iniziali che costituivano il vero elemento di sorpresa: cosa dirà Guccini questa sera? Spettacolo nello spettacolo, in quei minuti iniziali Francesco mostrava le sue doti di stand up comedian ante litteram, giocando soprattutto sull’attualità poltica. Il pubblico, il suo pubblico, pienamente complice, non aspettava altro, iniziando a ridere e ad applaudire ancora prima che il mattatore avesse finito. Ho ancora una maglietta comprata a un concerto del 1995, credo, con la scritta “Io non ho votato Berlusconi” in 10 lingue diverse (non lo sapevamo ancora che ci saremmo dovuti sucare l’uomo di Arcore per buona parte dei vent’anni successivi: tutto materiale per diverse tourneè a seguire, ma ne avremmo fatto anche a meno).

Archiviato il Guccini musicista, ci rimaneva il Guccini scrittore (i primi due romanzi, Cròniche Epàfaniche e Vacca d’un Cane meravigliosamente godibili, così come un paio dei lavori scritti con Loriano Machiavelli), ma è un po’ un’altra storia, per quanto la penna fosse innegabilmente la stessa.

Vederlo invecchiare mi intristiva – stupidamente, lo so. Deve avere a che fare con la mia incapacità di accettare che il tempo passi, ma tant’è.

Avevo smesso anche di sentirne le canzoni.

Quando lo intervistavano, in occasioni di lauree ad honorem, premi alla carriera e ad altre onoreficienze che sanno tanto di attestati postumi dati ancora in vita, evitavo di guardarlo, evitavo di sentirlo. Ho fatto un’eccezione per la bella intervista/incursione di Diego Bianchi, perché lo sapevo privo di timori reverenziali, e non c’era alcun pretesto istituzionale dietro. Intervista dove Guccini ripete un po’ le cose che ha sempre detto e scritto, ma applicandole anche al contesto attuale – come ad esempio la guerra di invasione in Ucraina (nel disco di cover del 2022, Canzoni da Intorto, c’è una traccia fantasma cantata da Guccini in ucraino: si chiama Sluha naroda, “Servitore del Popolo”, che è poi anche il tema della serie che aveva come protagonista Zelenskyj, prima che succedesse tutto quel che sappiamo).

Ora che Guccini è passato ai più, nel dolore sincero della scomparsa, forse riprenderò ad ascoltarlo: l’immagine triste di un mito vivente a fine corsa ha lasciato il posto al ricordo vivo di un omone di un metro e novanta, nel pieno dei suoi anni, che davanti a una Piazza Maggiore stracolma di gente, proprio al crocevia tra la via Emilia e il West, si sistema sulla seggiola, imbraccia la chitarra e dice: «Allora… mi disseto un momento e cominciamo subito…»”.

Read the original on hvsr.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.