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La via della redenzione non è mai la più semplice. Chiedete a Josh Homme, che ultimamente ne ha passate di tutte, ma ora ci riconsegna i migliori QOTSA. Quella dell’onestà intellettuale nemmeno, ma l’ex Devo Gerald V. Casale ha la scorza abbastanza dura da non temere il peggio anche quando decide di dirgliene quattro pubblicamente, a Trump e al capitalismo, peraltro pigliando per i fondelli lo slogan storico di un noto brand di sportwear. Ma vogliamo parlare di lutti non risolti, allora? Sono come serpenti serviti caldi, secondo i Mastodon, che rimettono in moto la bestia (guarda caso, per chiudere il cerchio) proprio sfruttando un cameo di Homme. E visto che siamo in tema di cene, se deve essere l’ultima, che sia deluxe: i Last Dinner Party bussano alle porte del cielo con un nuovo inedito, giusto per verificare la qualità del catering ai piani alti.
Il resto è roba poco estiva, o forse troppo, dipende dai punti di vista: sicuramente è roba che scalda. L’industrial punk da Detroit dei Credit Card, quello tribale dei Travo, il trip hop darkeggiante dei Gho$$, il punk rock degli Sleights, il death metal old school dei nostri Miscreance e il post-punk tendente al goth dei Mouth Ulcers.
Questa era l’ultima NMW prima della (consueta e meritata) pausa agostana. Ci vediamo (carichissimi e riposati) la prima settimana di settembre – nel frattempo, come sempre…
Happy #musicdiscovery!
di Max Zarucchi
Detroit, stando a quanto si dice, è tutto tranne che una città accogliente. Forse è proprio per quello che da lì sono uscite cose aspre e dure come gli Stooges di Iggy Pop, MC5, White Stripes, ma anche Eminem, la scena techno o la leggendaria Motown. E poi sì, anche robaccia come Kid Rock, ma insomma non tutte le ciambelle vengono con il buco.
È da lì che arrivano i Credit Card, duo dedito a un industrial punk dalle forti tinte elettroniche, che con il singolo di debutto Harsh Times stanno (giustamente) facendo parlare di sé negli ambienti legati a queste sonorità. Figli bastardi di Will, Front Line Assembly e Skinny Puppy, confezionano un assalto sonoro senza fronzoli né inutili abbellimenti, uno schiaffo volutamente DIY e lo-fi a tutto il paccottame confezionato da (o con l’aiuto di) AI e simili. Un ritorno alle radici necessario e simbolico per un genere che a volte sembra stia prendendo la strada più semplice, comoda e trendy, nascondendo il tutto dietro un supposto amore per la tecnologia.
Al diavolo, il mondo ha bisogno di cose vere, sudore, attitudine e vitalità, cose che trasudano da ogni poro di Shaun Hunter (voce e synth) e Max Dameron (drum machine, synth e chitarre). Bisogna assolutamente recuperare l’album appena uscirà: satisfaction guaranteed.
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Genere: ✊Punk 🎶Altra musica
di Max Zarucchi
È lecito supporre che, quando i Devo, ai loro esordi, ironizzavano (ma manco tanto) riguardo alla de-voluzione dell’uomo, non sarebbero mai riusciti a ipotizzare, nemmeno lontanamente, una caduta così in basso come quella che viviamo nel presente. Un declino socio-culturale, alimentato dai social media (che, ricordiamolo, non vengono usati ma usano), che fa dell’ignoranza mista a propaganda e ottusità un qualcosa di cui, tristemente, vantarsi. E che sta dando i frutti peggiori che l’umanità potesse aspettarsi dal millennio appena nato.
Ecco allora che l’invettiva di Gerald V. Casale, mai priva di ironia e sarcasmo, sia questa volta ancora più amara del solito, dato che non si parla più di possibilità grottesche o casi isolati da mettere sotto il riflettore: è il sistema tutto che è marcio, e, per chi ha ancora il coraggio e la voglia di vedere, il simbolo di questo sfacelo è sotto gli occhi di tutti: Mr. Orange a stelle e strisce. Nel 1970 due amici di Casale furono assassinati durante una manifestazione studentesca da parte delle forze dell’ordine. E da allora, nonostante mille parole, non è cambiato nulla, anzi. E lui, cinquantasei anni dopo, ancora non ci sta. Giustamente. E utilizza l’arma a lui più congeniale per vomitare il suo disprezzo e disgusto per la situazione attuale: la musica.
Ascoltare Just Do It! senza avere ben chiare queste premesse non solo fa perdere di valore un brano comunque piacevole a livello musicale, ma rischia di deludere chi, nel nome del fatto che “la musica non deve essere politica”, poi si sente tradito quando (sorpresa!) scopre che dietro un motivetto canticchiabile c’è un ideale, una presa di posizione, magari in antitesi con il proprio pensiero. Ovvio che non bisognerebbe fare di tutta l’erba un fascio, ma insomma, se studiare è stato difficile per molti in quanto faticoso, perlomeno leggere le biografie di chi canta le canzoni presenti nei propri device può aiutare a fare delle scelte. Quelli che invece fanno fatica anche a far quello, amen: finiranno probabilmente a sproloquiare anche loro in qualche talk show, e Gerald se ne farà una ragione.
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di Max Zarucchi
Ci sono persone, con il cervello probabilmente in pappa, che per anni, ascoltando Electra Descending dei Christian Death, al posto di “Jocasta” (che è anche uno dei complessi peggiori e più diffusi nel nostro Belpaese) canticchiavano “Jakarta”. Un bug della mente, una palla di pelo ingoiata per sbaglio da un gatto selvatico di montagna. Succede. È grave e idiota, ma succede. Probabilmente perché Elettra era mitologica, e nel pensiero contorto anche Jakarta lo era, o perlomeno esotica e inavvicinabile.
Bene, è proprio da lì che provengono questi Gho$$, freschi di un debutto su lunga durata notevole, che supera per intenzione e risultato quanto di buono avevano già espresso nel primo EP del 2017. Varie vicissitudini (tra le quali la tragica dipartita del chitarrista fondatore Diego Aditya) hanno rallentato il loro percorso, ma allo stesso tempo ne hanno forgiato lo stile, diventato ora personale e riconoscibile. Il loro rifarsi al trip hop rileggendolo in chiave inequivocabilmente dark è distante da molte altre cose simili. Riescono a incamerare gli insegnamenti di Massive Attack, Sneaker Pimps e Hooverphonic trasformandoli in qualcosa di ancora più deviato e obliquo, quasi come un’ipotetica collaborazione tra i Portishead più sporchi e il John Zorn in vena di caos, senza però mai perdere di vista lo spazio denso e di spessore riservato a musica e arrangiamenti.
Un brano davvero interessante per un album da scoprire ascolto dopo ascolto.
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Lutti non risolti, riff che conoscono il mestiere del prog e la lore dello sludge: un’intera storia del metal recente che continua a passare da lì. Nientepocodimenoche i Mastodon, signori. Il nuovo Snakes for Dinner, invece di presentarsi come il grande pezzo della ricostruzione (come probabilmente ha fatto Your Ghost Again), entra con l’aria di uno che ha già deciso che la miglior terapia disponibile resta ancora un chorus che si stampa al primo ascolto (come da ultima tradizione mastodoniana) e un groove abbastanza storto da ricordarti subito chi hai davanti. C’è dentro quel lato Mastodon più viscerale, più ripper, più da bestia che si rimette in moto: non certo un ritorno a una ferocia più diretta, pochissima eco degli anni in cui Leviathan e Blood Mountain insegnavano a tutti come si facesse a essere tecnici senza sembrare secchioni eppure pestando ancora forte. Qui, ancora una volta, il piglio ormai richiama la nuova direzione più raffinata e accessibile della band di Atlanta ma comunque ancora decisamente efficace (vedi Emperor of Sand).
Il vero punto, però, è un altro. I Mastodon qui suonano come una band che ha attraversato abbastanza macerie da non avere più bisogno di teatralizzarle. Dopo tutto quello che è successo attorno alla creazione di Marrow Deep – il cambio di assetto, il lutto, la necessità di ridefinire la propria identità – Snakes for Dinner mastica il trauma e risputa fuori in maniera naturale, senza ostentare nulla che sembri “costruito”. E il fatto che il nuovo corso aveva già deciso di includere Nick Johnston alla chitarra e João Nogueira stabilmente alle tastiere dice molto sul modo in cui il gruppo sta scegliendo di continuare: non con un maquillage, ma con una mutazione controllata. Chiaro che poi un piccolo cameo (più che un vero e proprio featuring) dell’amico Josh Homme non guasta: una frase ripetuta e degli occhi carontei di bragia. Basta e avanza, senza dubbio.
In fondo è anche per questo che il pezzo funziona. Non perché rivoluzioni il lessico dei Mastodon, ma perché lo rimette in circolo con una convinzione che parecchie band storiche fingono di continuare a possedere ma in rarissimi casi hanno ancora davvero. Dentro Snakes for Dinner c’è il piacere naturale del riff, il tiro, il veleno, e c’è anche quella sensazione vagamente rassicurante che una certa mostruosità ben costruita continui a essere in ottime mani. Nel 2026, per il metal adulto, è già una notizia.
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Genere: 🤘Metal
di Max Zarucchi
La rinascita del death metal è uno degli argomenti preferiti sia dai metallari che hanno passato da un po’ gli “anta”, sia da quelli più giovani che avrebbero voluto nascere una trentina di anni prima. Ci sta, ma c’è solo un problema: di per sé il genere non è mai morto, anzi, nel tempo sono usciti veri e propri capolavori. Semplicemente non andava di moda parlarne e tutto passava sotto traccia. Ma come la gramigna, una volta piantato il seme (nel 1985 o giù di lì), il death non se n’è mai davvero andato.
Lo sanno benissimo gli italianissimi Miscreance, che – forti di un buon debutto e una serie di concerti anche importanti – tornano oggi con un nuovo album di cui questa Oracle’s Rift è il singolo apripista. La loro proposta tende decisamente verso territori tecno death di ottima fattura, senza mai perdersi in inutili gare all’arrangiamento più complicato fine a sé stesso, mantenendo intatto l’assalto sonoro e il tiro generale.
Innovatori? Assolutamente no, e probabilmente non è nemmeno nelle loro intenzioni. Ma di certo ottimi alfieri che continuano a portare alta la bandiera di un genere che è sopravvissuto a mode e cambiamenti, continuando a fare scapocciare gli appassionati in prima fila. A volte, sentire che Martin van Drunen ha lasciato il segno anche sulle giovani leve è un vero e proprio sollievo per le orecchie. Avanti così.
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di Max Zarucchi
Il revival del revival sarà il nuovo revival? Chi può dirlo, «serenità a momenti e futuro incerto» diceva un tizio anni fa. L’unica certezza è che, di nuovo, i londinesi Mouth Ulcers portano poco. Ma lo fanno benissimo.
Formatisi un paio di anni fa, hanno affilato le unghie in sala prove, riprendendo in mano tutte quelle sonorità che hanno reso immortale un certo tipo di post-punk tendente al goth. Inutile elencare le infinite influenze che si intravedono, sfacciatamente, in questo singolo, ma altrettanto inutile sarebbe negare che, a modo suo, il pezzo gira come si deve e fa battere il piedino quanto basta.
D’altra parte, quando il trittico Cure, Sound e Chameleons è l’abecedario, è inutile ricorrere a trucchetti di bassa lega. Perché forse non c’è più nulla da inventare, perlomeno in alcuni sottogeneri, e quindi già il riproporli come si deve è un punto a favore. Punti a favore che, data la qualità del brano, diventano almeno tre. Al massimo è la voce quella che ancora deve trovare una sua linea: troppi sospiri probabilmente, ma c’è tempo.
Se questo sarà il nuovo trend, le band fatte a duo con millemila basi verranno (ri)spazzate via a suon di chitarre, basso, batteria, voci. Anche nel goth. E mi sa che era anche ora.
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«I’m going to have to figure out some stuff, I think». Lasciava intendere qualcosa di importante, Joshua Homme, nel messaggio di scuse nei confronti di Chelsea Lauren, la fotografa colpita dal frontman con un calcio durante il concerto a LA per il tour di Villains.
Tante cose sono cambiate in questi (quasi) dieci anni: In Times New Roman… è stato un disco fondamentale poiché ci riconsegnava i migliori Queens of the Stone Age – quelli ispirati e compatti di …Like Clockwork, per capirci – ma soprattutto perché segnava il ritorno, anzi, la rinascita di Joshua Homme dopo anni complicatissimi.
L’abuso sconfinato di alcol e lo spiacevole episodio citato in apertura, un divorzio burrascoso e un tumore, poi sconfitto. Il baratro, l’autoanalisi e la risalita: l’ex Kyuss pare un uomo nuovo, sia fisicamente che mentalmente, con una forza ritrovata durante questo percorso che lo ha portato a consacrare gli errori nella bellissima Easy Street, primo singolo dei QOTSA dal 2023.
Forse l’estratto più atipico di Homme e soci, Easy Street è frutto della presa diretta più totale: una chitarra acustica, una doppia voce – a coadiuvare c’è Nikki Lane – e dei clap ripetuti con le mani. Niente metronomo, solo un’insaziabile voglia di country folk e Americana per impacchettare un’ode all’imperfezione come traghettatrice di vita.
«Violence is never the answer you say / I question how he’s not been punched in the face / I’m not like that anymore, been dead a long time»: c’è maturità, c’è dolore superato, c’è orgoglio acquisito. E mai come questa volta una canzone dei Queens of the Stone Age si rivela essere, in realtà, la più intima e accorata testimonianza in musica del rosso di Palm Springs.
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C’è qualcosa di meravigliosamente inefficiente nel concetto di bussare alle porte del cielo. Da un punto di vista pragmaticamente logistico, è un’idea bislacca, senza senso. Il cielo propriamente inteso non ha porte né campanelli, nessun concierge ufficiale e – almeno stando alle attuali previsioni meteorologiche – manco uno straccio di calendario delle visite minimamente definito. Eppure rimane uno degli impulsi umani più gettonati: quando le opzioni terrene sono in via di esaurimento, ci viene più che naturale andare a scassare i maroni a qualcuno più in alto.
Non è un caso che a farsi portavoce di questa comune esigenza siano le Last Dinner Party, ovvero gente che non ha mai mostrato interesse alcuno a padroneggiare quella che potremmo chiamare moderazione emozionale (anzi) e grazie a Dio (parlando di qualcuno più in alto, appunto) continua a trattare la compostezza come un suggerimento quasi offensivo.
Anche a questo giro, l’inedito presente nella versione deluxe di From the Pyre si presenta perfettamente agghindato per l’occasione. Il piano tintilla con timing impeccabile come una ranocchia che salta di ninfea in ninfea, le chitarre tagliano riffettini gustosissimi come coltelli nel burro semisciolto, mentre la sezione ritmica ci tiene a preservare la teatralità dello spettacolo con la professionalità quieta di un macchinista che si assicura che il pezzo più pacchiano della scenografia non cada in testa all’intero cast nel corso del terzo e ultimo atto. Il tutto mentre Abigail Morris canta «la-la, la-la-la» senza il minimo imbarazzo.
La cosa buffa (e degna di nota) è che niente di tutto ciò suona puramente ornamentale. Molte band scambiano la grandeur per valore aggiunto di cui abusare malamente, ammucchiando cori, crescendo e infiorettature decorative finché una canzone non sembra assemblata da qualcuno che soffre di un conflitto irrisolto con la reggia di Versailles. Queste cinque ragazze hanno il pregio di capire che l’eccesso funziona solo quando il gesto stravagante è giustificato da una solida base compositiva. E la sfrontatezza di riconoscere che se lo possono permettere.
D’altronde, il titolo in sé è già abbastanza rivelatore. Bussare, alla fine, è un verbo piuttosto educato. Implica la pazienza di aspettare, una certa etiquette d’altri tempi e un inguaribile ottimismo riguardo al fatto che qualcuno ti verrà ad aprire. Se poi, lassù, ci dovesse essere solo un angelo stronzo che fa finta di non saper usare il citofono, o un San Pietro annoiato che sbircia dallo spioncino, riconosce l’ennesima indie-band che ha ascoltato troppo i Fleetwood Mac e se ne torna zitto zitto sul divano ad alzare il volume del televisore, vorrà dire che ce ne faremo una ragione. Valeva la pena provare. Possiamo sempre buttare il nostro pacco di pop maturo ma genuinamente sgarzulino di là dal cancello e chìssene, come un qualunque corriere di Amazon.
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Genere: ✊Punk
Il cantante e chitarrista del quartetto di Colorado Springs, popolosa cittadina ai piedi delle Montagne Rocciose, si chiama Luke Blanton: il tipo ha lavorato una vita come roadie e suonato in una miriade di band di area punk (anche nei Lillingtons, per dire), finché non ha deciso di mettere in piedi una band tutta sua e provare a fare le cose sul serio.
I primi di agosto uscirà Don’t Worry! It Will All Be Over Soon, terzo album degli Sleights, che esplora un tema vecchio come il mondo delle interazioni umane, con un approccio più politico rispetto al passato. Per dirla con Luke: «Le cose continuano a peggiorare per tutti quelli che conosco e si percepisce una palpabile sensazione di angoscia nell’aria. Sono arrabbiato, e credo che lo siano anche molti altri».
Siamo d’accordo che debba essere il punk il genere d’elezione per mettere in musica con rabbia i rapporti scivolosi e/o tossici. E questo – punk – fanno gli Sleights. Lo fanno senza infamia e senza lode, ma bisogna ammettere che sono bravi a dosare la melodia e tenere accesa la fiammella di una nostalgia sonica che ha sempre un suo perché.
L’ultimo verso, ripetuto quattro volte, fa: «It’s a shame I wasted my time, I’m better now I’m better now». Sono felice che stia meglio ora. Tuttavia, mi permetto di dire che nelle relazioni (comunque vadano) il tempo non è mai sprecato. Mai.
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Da metà luglio fino ai primi di ottobre hanno in programma una ventina di date in giro per l’Europa, compresa la nostra povera Italia, sempre più frequentemente bypassata dai gruppi internazionali: i Travo suoneranno il 7 agosto nella resistente Osoppo e l’11 agosto a Firenze.
David e Gonçalo Ferreira, Nuno Gonçalves e Gonçalo Carneiro non sono l’ossatura del reparto difensivo della nazionale portoghese. Ma in qualche modo un’idea, nobile e bislacca, la difendono. L’idea che la psichedelia non debba solo accompagnare viaggi rilassanti e più o meno contemplativi. Wasteland, title track del nuovo album in uscita a ottobre su Fuzz Club, dice tutto sin dal titolo. Ha la potenza del motore eterno, che non si ferma mai, dello Snowpiercer. Evoca gli stessi paesaggi distopici senza vita che si vedono dai finestrini del treno-arca nella riuscita serie TV statunitense.
Un pezzo oscuro e martellante, poggiato su ritmiche techno industriali dal selvaggio afflato tribale. La voce entra dopo un minuto e dà forma alla sensazione di devastazione tutt’intorno. È metal, è hardcore, è noise. È una jam corrosiva, ipnotica, inquietante. Non a caso si ispira al poemetto modernista quasi omonimo di T.S. Eliot che metteva in scena la civiltà devastata e arida di cent’anni fa: ahinoi, non così distante da quella di oggi.
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