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Hikma’s Substack · Apr 28, 2025

Hikmail Speciale HSIR 2025

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Hikma Summit · Hikma’s Substack

Buon lunedì! Questo mese doppio appuntamento con Hikmail per proporvi un contenuto un po’ diverso dal solito! In questa puntata, infatti, abbandoniamo la prospettiva positiva che ha caratterizzato le precedenti puntate per fare il punto su alcuni conflitti attualmente attivi nel mondo.

A proposito di conflitti, cogliamo l’occasione per invitarvi alla sesta edizione dell’Hikma Summit of International Relations: Facing Global Conflicts che si terrà dal 5 al 9 maggio presso il Campus di Forlì.

Il tema di quest’anno, “Affrontare i Conflitti Globali”, guiderà un programma ricco, che permetterà di esplorare le sfide globali passate e presenti sotto vari punti di vista.
Oltre a conferenze e workshop con ospiti di alto livello, per la prima volta, ospiteremo il Career Day in presenza, dando ai partecipanti la possibilità di incontrare direttamente professionisti del settore pubblico e privato.

Cosa aspetti? Scopri il programma completo sul nostro sito e iscriviti tramite questo link!

Buona lettura!

MEDIO ORIENTE

AFP - Getty Images

A dieci anni dallo scoppio del conflitto interno, lo Yemen continua a vivere una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. Si tratta di una guerra spesso trascurata dai media, ma dal fortissimo impatto, aggravata dalle difficoltà economiche del Paese, dalla povertà diffusa, dalla scarsità di risorse e da una persistente instabilità politica.

Il conflitto affonda le sue radici nei tumulti della Primavera araba, e si è trasformato in guerra civile nel 2014, quando il movimento sciita Houthi, con il sostegno dell’Iran, ha preso il controllo della regione settentrionale dello Yemen.

Le ripercussioni internazionali del conflitto sono determinate dallo scontro indiretto tra l’Iran, a supporto degli Houthi, e i Paesi del Golfo e gli Stati uniti, schierati a favore del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale.

Dopo una fragile tregua favorita dall’intervento dell’ONU nel 2022, le tensioni nella regione si sono nuovamente intensificate, soprattutto a seguito dell’inasprimento del conflitto israeliano-palestinese. In solidarietà con la causa palestinese, gli Houthi hanno aumentato gli attacchi contro le navi commerciali, in particolare israeliane, lungo la rotta del Mar Rosso. Questa escalation ha portato all’intervento diretto degli Stati Uniti, determinati sia dal dissuadere un’ulteriore ingerenza iraniana nell’area, sia a tutelare gli interessi occidentali in una zona strategica per il commercio internazionale.

Il 15 marzo gli Stati Uniti hanno lanciato una serie di bombardamenti in Yemen, con l’obiettivo dichiarato di indebolire la capacità offensiva degli Houthi nel contesto mediorientale. Come già avviene nel conflitto tra Israele e Hamas, anche in questo caso i raid sono pubblicizzati come mirati ai vertici del gruppo, ma causano al tempo stesso gravi danni alla popolazione civile. L’intensificarsi delle ostilità rende sempre più concreta la possibilità di una riapertura violenta del conflitto, in un Paese già duramente provato da una crisi umanitaria ed economica senza precedenti.

REUTERS/Mahmoud Issa

La ripresa delle ostilità tra Israele e Hamas ha inaugurato una nuova fase del conflitto israelo-palestinese, segnando un drammatico peggioramento della situazione umanitaria nella Striscia di Gaza. Dopo due mesi di trattative infruttuose volte a consolidare la tregua del 19 gennaio 2025, i negoziati si sono bruscamente interrotti, con Israele e Hamas che si accusano reciprocamente di aver ostacolato il processo. L’offensiva militare israeliana, intensificatasi nelle ultime settimane, ha causato un alto numero di vittime civili e ha ulteriormente ridotto le aree considerate sicure per la popolazione gazawa, spingendo molti a tentare la fuga o ad alimentare proteste contro il dominio di Hamas. Parallelamente, il governo israeliano ha lanciato una serie di iniziative mirate a trasformare la gestione della Striscia, tra cui la creazione di un “Ufficio per l’emigrazione volontaria” per favorire il trasferimento all’estero dei residenti di Gaza, in linea con progetti più ampi che mirano a un ripensamento territoriale ispirato alla cosiddetta “riviera mediorientale” promossa dall’ex amministrazione Trump. Tali piani sono stati accolti con forte opposizione da parte della comunità araba: la Lega Araba ha proposto un piano alternativo da 53 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, che esclude qualsiasi forma di espulsione forzata. Il conflitto si configura così come un elemento di ridefinizione non solo delle relazioni israelo-palestinesi, ma anche degli equilibri politici regionali.

ASIA ORIENTALE

Associazione Italia Asean

Toccando il continente asiatico, non si può non menzionare una delle principali fonti di tensione e conflitto nella regione: il Mar Cinese Meridionale. Nel 1947, quando la Cina era ancora sotto il governo della Repubblica di Cina (ROC) guidata da Chiang Kai-shek, venne proclamata la cosiddetta “Eleven-Dash Line”, una linea tracciata sulla mappa del Mar Cinese Meridionale che rivendicava ampie porzioni di quell’area come territori sotto il controllo cinese.

Successivamente, negli anni ’50, tale rivendicazione fu ripresa dalla Repubblica Popolare Cinese, allora sotto il regime comunista, che modificò la linea riducendola a nove tratti — la “Nine-Dash Line” — eliminando due linee nel Golfo del Tonchino, al confine con l’alleato Vietnam del Nord.

Questa rivendicazione, tuttora attiva, rappresenta una sfida al diritto internazionale, secondo il quale molte delle isole reclamate dalla Cina — spesso luoghi di rilevanza strategica — rientrerebbero in realtà sotto la sovranità di altri Stati della regione, come le Filippine, Taiwan, la Malesia e il Brunei.

La “Nine-Dash Line” continua quindi a essere una fonte di tensione. La Cina sostiene le proprie rivendicazioni attraverso la costruzione di isole artificiali, basi militari e il pattugliamento navale. Gli Stati Uniti, dal canto loro, rispondono con l’invio di navi militari e aerei nell’area, giustificando tali operazioni come missioni a difesa della “libertà di navigazione”, volte a tutelare i propri interessi commerciali e quelli dei propri alleati nella regione.

South China Morning Post

India e Cina hanno recentemente raggiunto un accordo per porre fine a una lunga tensione militare lungo il confine conteso nelle regioni del Ladakh, nel tentativo di evitare un'escalation di conflitti e di ristabilire un certo livello di stabilità. La firma dell’accordo permette la ripresa delle pattuglie lungo la Linea di Controllo Effettivo (LAC), che segna i confini tra i due paesi, e rappresenta un passo importante verso il disimpegno delle truppe, anche se molti dettagli restano ancora sconosciuti. Questo accordo, annunciato in prossimità della visita del primo ministro indiano Narendra Modi alla riunione dei BRICS in Russia, potrebbe favorire una riapertura dei canali diplomatici e un miglioramento delle relazioni politiche e commerciali tra le due potenze asiatiche. Tuttavia, gli esperti mettono in guardia sul fatto che questa fase di distensione non significa necessariamente una risoluzione definitiva delle dispute di confine, che rimangono ancora irrisolte e complesse.

Il conflitto tra India e Cina ha radici profonde e si è acuito nel tempo, culminando in uno scontro violento nel 2020 nel vallone di Galwan, che ha causato vittime tra i soldati di entrambe le parti. Nonostante gli accordi degli anni ’90 abbiano evitato scontri diretti per decenni, le tensioni sono riemerse negli ultimi anni, alimentate anche da eventi politici come la revoca dell’autonomia del Kashmir da parte dell’India nel 2019. La risoluzione di questo conflitto richiede un delicato equilibrio di interessi e la volontà di entrambe le nazioni di trovare soluzioni diplomatiche durature, dimostrando come il processo di gestione dei conflitti sia complesso e richieda spesso compromessi e pazienza.

AMERICA LATINA

Carlos Eduardo Ramirez, Reuters/Contrasto

Dal gennaio 2025, la regione del Catatumbo, nel nord-est della Colombia, è travolta da uno dei peggiori episodi di violenza degli ultimi decenni. Gli scontri tra l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e i dissidenti delle FARC-EP (Fronte 33) hanno causato almeno 71 morti e oltre 56.000 sfollati. La lotta per il controllo delle rotte del narcotraffico e delle aree strategiche al confine con il Venezuela ha generato una crisi umanitaria senza precedenti nella zona: scuole chiuse, comunità isolate, violazioni dei diritti umani e migliaia di civili intrappolati tra i fuochi.

Il presidente Gustavo Petro ha risposto con un’operazione militare congiunta con le forze armate venezuelane e ha inviato 9.000 soldati nella regione. Tuttavia, il 18 aprile ha annunciato una sospensione temporanea delle operazioni contro i gruppi dissidenti per favorire un dialogo di pace. Parallelamente, cresce la tensione sul fronte dei diritti umani: ONG e attivisti denunciano intimidazioni, mentre il governo è accusato di criminalizzare chi documenta gli abusi.

Il conflitto nel Catatumbo riflette la fragilità della pace in Colombia e pone sfide cruciali per la stabilità regionale, la sicurezza dei civili e la credibilità del processo di riconciliazione nazionale.

AFRICA

ISPI

Nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), si sta combattendo una guerra estremamente brutale di cui i media parlano poco, ma che coinvolge interessi globali. Al centro del conflitto ci sono ragioni etniche radicate e le immense risorse minerarie del Paese. Coltan, cobalto, oro e stagno sono essenziali per la produzione di auto elettriche e dispositivi mobili di utilizzo quotidiano.

Uno dei principali protagonisti del conflitto è il gruppo M23, accusato di ricevere appoggio diretto dal Ruanda. Negli ultimi mesi, l’M23 ha conquistato aree strategiche come Goma e Walikale, ricche di miniere. Dall’aprile 2024 il gruppo controlla la città mineraria di Rubaya, costruendo sul territorio quello che l’ONU ha definito come un “vero e proprio apparato statale”. Ufficialmente, il Ruanda non possiede grandi giacimenti, ma le sue importazioni di minerali sono aumentate notevolmente. Dietro questo boom, si cela lo sfruttamento illegale delle risorse congolesi, avvenuto grazie al controllo armato del territorio da parte dei ribelli.

Il conflitto nella RDC non riguarda solo rivalità etniche o lotte di potere interne, ma riflette un intreccio complesso di interessi regionali e internazionali. La domanda globale di minerali strategici continua ad incentivare lo sfruttamento delle risorse congolesi in un contesto di impunità e instabilità. Senza un impegno concreto da parte della comunità internazionale per regolamentare le filiere minerarie e sostenere una pace duratura, il rischio è che la crisi si protragga ancora per anni, con gravi conseguenze per la popolazione civile.

EUROPA

AP Photo/Efrem Lukatsky

Nel panorama dei conflitti moderni, l’Ucraina ha mostrato come la resilienza cibernetica sia diventata una delle armi più cruciali, seppur meno visibili, della guerra. A differenza della semplice sicurezza informatica – focalizzata su difese e prevenzione – la resilienza cibernetica si concentra sulla capacità di assorbire, adattarsi e continuare a funzionare anche durante e dopo un attacco informatico.

Fin dall’inizio dell’invasione russa, Kiev è stata bersaglio di massicci cyber attacchi: blackout digitali, blocchi bancari, tentativi di sabotaggio delle reti elettriche e delle telecomunicazioni. Ma a sorpresa, il Paese ha mantenuto operative le sue infrastrutture critiche grazie a un approccio strategico: migrazione rapida verso sistemi cloud sicuri (spesso ospitati all’estero), backup distribuiti, decentralizzazione delle risorse digitali e cooperazione con partner internazionali come Microsoft, Amazon Web Services e la NATO.

Questa capacità di “stare in piedi sotto le bombe digitali” ha trasformato l’Ucraina in un vero e proprio case study internazionale sulla resilienza. Un esempio concreto di come oggi non basti più “proteggere i sistemi” ma sia necessario prepararli a cadere e rialzarsi in fretta, per garantire continuità e sovranità anche in mezzo al caos. La guerra ibrida si gioca anche qui: dove non servono proiettili, ma server che non si spengono mai.

Read the original on hikmail.substack.com

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