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Hikma’s Substack · Dec 22, 2025

Hikmail dicembre 2025

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Hikma Summit · Hikma’s Substack

Rieccoci con l’ultima Hikmail dell’anno! Il 2025 è stato sicuramente un anno cruciale per la politica internazionale e sembra continuare a confermarsi tale anche in queste ultime settimane!

Di puntata in puntata, la Redazione di Hikma mette sotto la lente d’ingrandimento le relazioni che legano due Stati, per cogliere tutte le sfumature che vanno oltre la dicotomia cooperazione-rivalità.

Protagonisti di questa newsletter sono Giappone e Taiwan, due attori dai destini storicamente intrecciati, le cui relazioni bilaterali sono oggi segnate dal tramonto dell’ambiguità strategica giapponese, sotto lo sguardo sempre più sospettoso della Cina.

Buona lettura e buone feste da Hikma! 🎄

Credits: AP Photo/Eugene Hoshiko

I rapporti storici

Tra il Giappone e Taiwan esiste una lunga e complessa storia di relazioni. Uno dei momenti più significativi è il periodo di colonizzazione giapponese di Taiwan, iniziata nel 1895 e terminata nel 1945.

Sebbene la dominazione coloniale fosse caratterizzata da forti tensioni e repressioni da parte del Giappone, essa favorì anche un intenso contatto fra le due rispettive culture. Tokyo, infatti, non si limitò a introdurre riforme economiche e a sviluppare infrastrutture nelle colonie, ma volle diffondere anche la cultura e la lingua giapponese. Durante questo periodo, soprattutto negli anni della cosiddetta “democrazia Taishō” (1912–1926), a Taiwan fu introdotto il metodo democratico tramite l’educazione delle élite taiwanese e ciò contribuì alla formazione di una nuova coscienza politica.

Tuttavia, con la fine della guerra e l’arrivo di Chiang Kai-shek a Taipei il 1º ottobre 1949 la situazione cambiò radicalmente. Il nuovo governo impose la legge marziale e instaurò un sistema autoritario che durò fino al 1987, mentre le prime elezioni presidenziali dirette si tennero soltanto nel 1996. Uno degli obiettivi centrali del regime fu sradicare l’eredità culturale e l’identità giapponese presenti a Taiwan, sostituendole con la visione conservatrice e nazionalista della cultura cinese. Questo portò ad un lungo periodo di repressione dell’identità culturale taiwanese, dei diritti civili e degli usi e costumi locali, finalizzato a preservare la continuità storica, identitaria e simbolica con la “madrepatria” cinese.

Alla luce di questa storia condivisa e dei rilevanti motivi strategici legati al contenimento dell’influenza cinese nella regione, Taiwan occupa tuttora un posto di rilievo nella politica estera giapponese. Ciò avviene nonostante il mancato riconoscimento diplomatico ufficiale da parte di Tokyo, a dimostrazione della profondità e della complessità del legame tra i due Paesi.

La diplomazia culturale

I rapporti tra Giappone e Taiwan sono caratterizzati da una relazione che va oltre i tradizionali strumenti di diplomazia. Come evidenziato da Constantinou (2006, 352), infatti, « gli approcci convenzionali alla diplomazia spesso risultano insufficienti nel cogliere la complessità e la ricchezza storica del mondo diplomatico contemporaneo ». Per questo motivo, Taiwan ha adottato strategie particolari, volte a promuovere la propria cultura e innovazione a livello globale. Il governo taiwanese, attraverso vari enti come il Ministero della Cultura (MOC), il Museo Nazionale del Palazzo, il Ministero dell’Istruzione (MOE), il Consiglio per gli Affari della Comunità all’Estero (OCAC) e il Ministero degli Affari Esteri (MOFA), si impegna attivamente in iniziative mirate a rafforzare la presenza internazionale di Taiwan.

In relazione al Giappone, tali iniziative sembrano dare i loro frutti. Questo viene illustrato recentemente da incontri come la visita del Ministro degli Esteri Lin Chia-lung in Giappone e la partecipazione del rappresentante Li Yi-Yang alle cerimonie per la pace di Hiroshima e Nagasaki. Negli ultimi mesi, Li Yuan ha sottolineato l’importanza di continuare a promuovere la presenza culturale di Taiwan, ad esempio attraverso la partecipazione all’Expo mondiale del 2025 a Osaka, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione con il Ministero degli Esteri giapponese.

La posizione culturale del Giappone verso Taiwan, invece, è molto più ambigua. Ma, nonostante ciò, i due paesi comunicano in modo informale attraverso l’Associazione giapponese per gli scambi (Kôryû kyôkai) e organizzazioni taiwanesi. Tuttavia, via formali “classiche” vengono utilizzate. Per esempio, nel 2011, dopo gli eventi di Fukushima, Taiwan aveva offerto supporto economico al Giappone.

La nuova postura giapponese su Taiwan

Il 2025 segna il tramonto dell’ambiguità strategica giapponese. Sotto la premier Sanae Takaichi, Taiwan è stato ridefinito come perno insostituibile della sicurezza nazionale. Istituzionalizzando la dottrina dell’ex premier Abe – secondo cui “un’emergenza a Taiwan è un’emergenza per il Giappone” – Tokyo classifica ora un eventuale blocco navale cinese come “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, legittimando così un eventuale intervento difensivo.

Questa svolta smantella il “Sistema del 1972”, che limitava i rapporti con Taipei alla sfera non governativa, imponendo una deterrenza attiva che si traduce in un riassetto strategico caratterizzato da:

  • Militarizzazione delle Nansei: le isole di Yonaguni e Ishigaki sono state convertite in bastioni difensivi, armati di batterie missilistiche terra-nave Type 12 e unità di guerra elettronica per negare alla Cina l’accesso al Canale di Miyako.

  • Lo “Scudo di Silicio”: Tokyo ha fatto propria la strategia taiwanese secondo cui l’indispensabilità dei semiconduttori funge da deterrente. Integrando a Kyushu gli impianti TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), il Giappone estende questo “scudo” al proprio territorio, rendendo la difesa della supply chain un interesse industriale vitale.

Spinto dalle pressioni dell’amministrazione Trump, il Giappone abbandona il ruolo di spettatore per consolidare un informale triangolo USA-Giappone-Taiwan, operativo attraverso esercitazioni congiunte delle Guardie Costiere, condivisione di intelligence e dialoghi strategici semi-ufficiali.

Il nuovo ruolo di Tokyo si fonda quindi su tre pilastri:

  • Deterrenza legale: classificazione della potenziale crisi taiwanese come minaccia esistenziale, attivando le clausole di autodifesa collettiva previste dalle leggi del 2015.

  • Prontezza militare: Capacità operativa di chiudere i colli di bottiglia marittimi chiave.

  • Integrazione economica: fusione delle basi industriali dei chip in uno “scudo” tecnologico comune.

Il gioco di alleanze in caso di invasione cinese

Per il Giappone, il maggiore campanello d’allarme sarebbe l’eventuale invasione cinese di Taiwan: a riguardo, il Paese si direbbe pronto ad intervenire militarmente per stabilizzare la situazione; Xi Jinping si dice indignato dai toni duri dei vicini nipponici, tanto che il governo cinese ora sconsiglia ai propri cittadini di viaggiare in Giappone per “ragioni di sicurezza”.

I rapporti bilaterali fra Giappone e Cina sono ai minimi storici: la crisi è legata al controllo strategico di Taiwan, da diverso tempo perno di un conflitto freddo che coinvolge l’intera regione asiatica. Gli ambasciatori cinesi si servono ora della “diplomazia del guerriero lupo”, una tecnica di utilizzo dei social media per aggredire verbalmente gli avversari.

La crisi produce anche una rottura progressiva dei rapporti commerciali, poiché il governo di Pechino ha annunciato l’interruzione delle importazioni di prodotti ittici dell’arcipelago nipponico; la crudezza di queste misure è anche legata allo storico rancore verso il periodo coloniale giapponese, tramandato di generazione in generazione.

Xi Jinping ha mobilitato le proprie ambascerie per cercare sostegno contro il nuovo nemico, ma il resto degli attori regionali sembra dirsi contrario ad una destabilizzazione così improvvisa dei loro rapporti con il Giappone.

In un questo clima burrascoso, l’opinione pubblica internazionale sgrana gli occhi a fronte di una delle crisi diplomatiche meno attese dell’ultimo periodo.

Recupera i nostri ultimi articoli sull’Hikma’s Post!

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