Mercoledì 5 agosto la Casa Bianca ha pubblicato un pacchetto di memo dell’FBI desecretati, accompagnandoli con un comunicato ufficiale che li presenta come la prova documentale di una macchinazione dell’apparato federale contro Donald Trump. L’annuncio è arrivato da John Solomon, il giornalista che presiede la Government Transparency Task Force voluta dal presidente e che qualche ora più tardi ha rilanciato la storia sul proprio sito, Just the News. Un funzionario dell’amministrazione ha spiegato ad Axios come funziona il meccanismo: la task force individua materiale riservato che documenterebbe la “weaponization” del governo, lo desecreta, lo rende pubblico e lo trasmette al Congresso. Lo stesso funzionario ha aggiunto un dettaglio piuttosto curioso: dalle reazioni dei parlamentari è emerso che persino alcuni di quelli che avevano seguito la vicenda durante le precedenti inchieste non conoscevano una parte di ciò che era successo.
Entro sera, però, il dibattito aveva preso una piega decisamente più minuta. Si discuteva di ortografia nel modo in cui, dentro quei memo, era stato scritto il nome in codice dell’indagine.
A quel punto il protagonista della storia aveva cambiato dimensione. Dalla presunta macchinazione dell’FBI si era passati a una parola scritta male. Un refuso.
E proprio quel refuso va guardato da vicino. Perché in questa storia la cosa più interessante potrebbe non essere ciò che i memo dicono, ma il modo in cui un refuso è riuscito a diventare una notizia politica, una prova, un’arma polemica e, soprattutto, un piccolo pezzo del meccanismo con cui oggi Washington costruisce e distribuisce la propria verità.
I fatti contenuti nelle carte sono abbastanza lineari. Il 16 maggio 2017, una settimana dopo il licenziamento del direttore James Comey, il Bureau apre un’indagine su due binari con il nome in codice Oxferd Comma: da una parte l’ipotesi penale di ostruzione della giustizia, dall’altra un’indagine di controspionaggio sui legami personali del presidente con Mosca. La comunicazione elettronica con cui viene aperto il fascicolo, riportata nel comunicato della Casa Bianca, dice che bisogna accertare se Trump fosse “diretto da, controllato da e/o coordinasse le proprie attività con la Federazione Russa”. Il fascicolo viene classificato come “sensitive investigative matter”, la procedura ritenuta meno invasiva tra quelle disponibili. Il 9 aprile 2019 l’indagine si chiude senza alcuna imputazione.
Il comunicato presidenziale insiste però sul punto che l’indagine sarebbe stata aperta sulla base di un’accusa che gli stessi agenti avevano già considerato poco credibile. A sostegno viene citato il messaggio inviato, nella stessa settimana, dall’agente che aveva guidato Crossfire Hurricane a una collega. Anche in questo caso non sembrava esserci granché sotto.
Da lì parte la ricostruzione conservatrice. Chanel Rion su CDM collega i memo alle conclusioni del rapporto Durham del 2023, secondo cui il Bureau non disponeva di una base fattuale sufficiente nemmeno per aprire Crossfire Hurricane. E da qui arriva il salto successivo: la domanda, secondo questa lettura, non si basa su quanto fosse legittima l’inchiesta, ma su chi finirà incriminato per averla condotta.
È qui che compare il primo paradosso della Government Transparency Task Force. Il materiale che la task force tira fuori dagli archivi dovrebbe dimostrare una persecuzione politica, e infatti lo trova ed è qualcosa di unico: l’FBI aveva aperto un’indagine di controspionaggio sul presidente degli Stati Uniti in carica, una decisione che, per quanto risulta dalle ricostruzioni disponibili, rappresenta un caso senza precedenti nella storia americana.
Le stesse carte raccontano però anche un’altra storia. Quell’indagine è rimasta aperta per quasi due anni e si è chiusa senza produrre un’imputazione. Come ha ricostruito Michael Schmidt sul New York Times, il filone di controspionaggio si è progressivamente dissolto perché il mandato affidato a Robert Mueller da Rod Rosenstein riguardava i reati, mentre la questione più ampia – se il presidente fosse personalmente compromesso dalla Russia – non è mai stata indagata fino in fondo né ha trovato una risposta definitiva.
Ed eccolo, il secondo paradosso: l’archivio viene aperto per dimostrare che la macchina federale si era accanita contro Trump e finisce per mostrare anche che quella macchina, almeno su quel punto, si era fermata.
La task force, insomma, nel tentativo di costruire il proprio atto d’accusa contro l’FBI finisce per consegnare al pubblico un fascicolo che contiene anche la storia di un’indagine mai arrivata da nessuna parte. E questa sarebbe già una storia abbastanza curiosa. Poi qualcuno si accorge del refuso.
Nel fascicolo il nome in codice è scritto Oxferd, invece di Oxford. Nel giro di poche ore Jeff Clark, ex funzionario del Dipartimento di Giustizia durante la prima amministrazione Trump e oggi all’Oversight Project, sostiene su X che l’errore sia deliberato. Secondo Clark, la seconda “o” di Comma sarebbe in realtà uno zero e l’intera grafia sarebbe stata studiata per rendere i documenti più difficili da rintracciare attraverso le richieste FOIA, il Freedom of Information Act, la legge americana sulla libertà di informazione.
La teoria ha anche una spiegazione per il nome. Comey era noto per la sua predilezione per la virgola di Oxford, al punto da averne parlato pubblicamente su X nel 2017, durante la presentazione del proprio memoir. Gli uomini dell’FBI avrebbero quindi battezzato l’operazione in suo omaggio. Fox News dedica alla faccenda un articolo e chiede un commento a Comey, a Christopher Wray e alla Casa Bianca. Clark arriva alla conclusione che la questione dovrebbe essere indagata come ostruzione di un procedimento ufficiale.
A questo punto il refuso ha assunto una funzione che i memo, da soli, non sarebbero riusciti a svolgere. Una lettera sbagliata diventa un’intenzione, l’intenzione diventa un piano, il piano diventa la conferma della tesi con cui quei documenti sono stati tirati fuori dagli archivi.
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È un modo particolare di leggere i documenti del potere. Il significato non sta necessariamente in quello che il documento dice, ma in ciò che lascia intravedere quando qualcosa non torna. Una parola scritta male, una mail ambigua, una data che non coincide, una frase cancellata: il dettaglio anomalo diventa la porta d’ingresso attraverso cui ricostruire ciò che il documento non dice. E più il documento è lungo, più diventa facile trovare qualcosa che possa svolgere quella funzione.
Negli Stati Uniti questo meccanismo ha attraversato storie politiche molto diverse, dal dossier Steele alle mail di Hunter Biden. Cambiano i documenti, cambiano i protagonisti e cambiano le accuse, mentre resta abbastanza stabile il metodo: trovare nel materiale disponibile un dettaglio abbastanza strano da poter essere trasformato in una spiegazione più grande.
La desecretazione, dentro questo schema, produce sempre qualcosa di spendibile. Se le carte contengono quello che ci si aspettava, diventano una conferma. Se contengono qualcosa di diverso, si cerca il dettaglio che permetta di spiegare perché quel qualcosa di diverso sia, in realtà, ancora più compromettente. E se compare un refuso, tanto meglio.
Perché a quel punto non serve nemmeno dimostrare che cosa significhi quella parola. Basta chiedersi perché sia stata scritta proprio così.
Il problema è che quasi nessuno leggerà i memo fino in fondo. La maggior parte delle persone incontrerà la storia attraverso un titolo, un post, una schermata o una frase rilanciata da qualcun altro. Il documento resterà sullo sfondo, mentre il refuso farà il lavoro sporco.
Il rilascio delle carte non è un esercizio di storiografia. Arriva mentre la procura federale di Fort Pierce, in Florida, lavora a un’ipotesi di cospirazione ai danni dei diritti civili di Trump e dei suoi sostenitori, costruita attorno a indagini penali che sarebbero state avviate senza fondamento. Il Washington Examiner ha descritto il perimetro dell’inchiesta come una linea che parte dal Russiagate e arriva ai procedimenti aperti durante l’amministrazione Biden. I verbali secretati dell’audizione di John Brennan sono stati trasferiti ai procuratori e Comey è finito sotto citazione. Il grand jury era stato convocato dopo la denuncia penale presentata nel 2025 dalla direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, mentre Talking Points Memo aveva già segnalato quanto alcuni commentatori vicini alla Casa Bianca sembrassero informati sull’operazione.
Tra le figure centrali dell’istruttoria compaiono Comey, James Baker, Andrew McCabe e Rod Rosenstein. Ed è proprio quest’ultimo il nome che merita attenzione. Rosenstein era il vicecapo del Dipartimento di Giustizia che nominò Mueller, gli assegnò un mandato circoscritto ai reati e lasciò fuori dalla sua competenza la parte più delicata per il presidente, che era la questione dei suoi rapporti finanziari e personali con Mosca.
C’è quindi qualcosa di singolare in quello che oggi viene presentato. La macchina della ritorsione prende di mira l’uomo che, nel momento decisivo, aveva affidato a Mueller un’indagine sui reati e lasciato fuori dal mandato la questione del rapporto personale tra Trump e la Russia. Il criterio con cui vengono scelti i bersagli sembra avere più a che fare con la loro vicinanza agli eventi del 2017 che con ciò che fecero durante quegli eventi.
Comey lo ha già sperimentato due volte. La prima incriminazione, per false dichiarazioni al Congresso, è caduta nel novembre 2025, quando un giudice federale ha stabilito che la procuratrice che l’aveva ottenuta era stata nominata illegittimamente. Il 28 aprile 2026 un grand jury della Carolina del Nord orientale lo ha incriminato di nuovo, questa volta per minacce al presidente. L’accusa ruota attorno a una fotografia di conchiglie disposte sulla sabbia per formare i numeri 8647, pubblicata su Instagram nel 2025 e poi cancellata.
Qui c’è la differenza tra una storia politica e un procedimento giudiziario. Un comunicato della Casa Bianca può sopravvivere alla lettura dei documenti che allega. Un’esegesi ortografica può sopravvivere a qualsiasi verifica, perché nel frattempo il refuso ha già fatto il giro del sistema e si è trasformato in prova agli occhi di chi aveva bisogno di una prova.
Un atto d’accusa ha invece un problema molto più concreto: deve reggere davanti a un giudice e a una giuria popolare. I primi due tentativi contro Comey hanno mostrato quanto quel passaggio sia più complicato di un comunicato, di un post su X o di un memo desecretato.
Il grand jury di Fort Pierce è quindi il punto in cui questa storia cambia natura. La desecretazione da materiale politico comincia a diventare, almeno nelle intenzioni di chi l’ha promossa, materiale processuale.
Da qui alle elezioni di midterm vale la pena guardare soprattutto quello che succederà quando il refuso non sarà più una storia e comincia a diventare una prova.
Americana si prende una pausa. Ci risentiamo a settembre per la nuova stagione.
Buona estate!
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