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Fate i bravi e divertitevi · Jun 15, 2026

Numero 6: Il potere che schiaccia

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Gabriele Bertoloni · Fate i bravi e divertitevi

C'è una macchina, vecchia quanto il mondo, che prende le persone e le trasforma in numeri. Questa settimana parliamo di lei: di imperi, di una piccola isola greca che a uno di loro disse no, e dell'unica cosa che in venticinque secoli il potere non è mai riuscito a cancellare.

Questa settimana il capitolo 1185 di One Piece ti mette davanti una scena vecchia come il mondo: un impero che si presenta alle porte di un piccolo regno libero e gli porge un conto, mille dei suoi cittadini da consegnare come schiavi oppure la cancellazione, e un re che si rifiuta di mettersi a scegliere chi vendere. Del capitolo ho già parlato a lungo sul canale, e lì trovate l’analisi per intero. Qui mi interessa la porta che apre, perché quella scena è più vecchia di One Piece, più vecchia di qualsiasi storia ci abbiano mai raccontato.

Il potere che schiaccia, quello vero, raramente arriva con la faccia del cattivo che ti odia. Arriva con una fattura in mano. La cosa che gela il sangue, in quella scena come nella realtà, è l’idea che degli esseri umani possano diventare una voce di bilancio, una cifra da far quadrare a fine anno, merce da caricare su una nave. Per fare il male più grande, a volte, basta l’amministrazione: trattare le persone come numeri, e lasciare che siano i numeri a stabilire chi resta un uomo e chi diventa una cosa.

Una filosofa francese, Simone Weil, alla vigilia della Seconda guerra mondiale ha scritto la definizione più affilata che conosca di tutto questo. La forza, diceva, è quella cosa che trasforma chiunque la subisca in un oggetto, e portata all’estremo ne fa un cadavere. Il punto che fa più male è che per ridurre un uomo a cosa non serve ucciderlo: lo schiavo è già una cosa che respira, una persona a cui hanno tolto il diritto di essere un fine e l’hanno ridotta a strumento. E Weil aggiunge il rovescio che quasi nessuno vede, cioè che la forza trasforma in oggetto anche chi la impugna, perché lo ubriaca e gli spegne la pietà, finché non resta che un automa che schiaccia per inerzia. Chi sta in cima alla macchina ha smesso di essere una persona quanto chi finisce sotto i suoi ingranaggi.

E se pensi che sia roba da fumetto, ti sbagli di grosso, perché è successa davvero, e più di una volta. Nel 416 avanti Cristo c’era un’isoletta nel mar Egeo, Melo, libera da settecento anni, che durante la grande guerra tra Atene e Sparta voleva soltanto restare neutrale e farsi i fatti propri. L’impero ateniese le mandò degli ambasciatori con un’offerta che suona identica a quella del capitolo: sottomettetevi e pagate il tributo, oppure vi cancelliamo dalla faccia della terra. I cittadini di Melo si appellarono alla giustizia, dissero di non aver fatto torto a nessuno, e gli ateniesi risposero con una frase che da quasi venticinque secoli è il manifesto di ogni potere che schiaccia: i forti fanno quello che possono, i deboli subiscono quello che devono. Melo rifiutò. Atene la assediò, uccise gli uomini e vendette come schiave donne e bambini, e sull’isola ormai vuota spedì i propri coloni. Fine della storia di Melo.

Eppure c’è un dettaglio che ribalta tutto, ed è il motivo per cui vale la pena raccontarla ancora. Atene fece a pezzi quella generazione di Melo per dare l’esempio, e poco dopo, persa la guerra, anche l’impero ateniese si dissolse. Solo che il massacro è sopravvissuto a tutti e due, alla vittima e al carnefice, per una ragione sola: c’era uno storico, Tucidide, che lo mise nero su bianco. È per quella pagina scritta che a venticinque secoli di distanza sappiamo ancora i nomi giusti, chi schiacciò e chi venne schiacciato. La macchina ti può prendere tutto quello che si tocca, i corpi e la terra, e quasi sempre te lo prende. L’unica cosa che in tutti questi secoli non è mai riuscita a cancellare davvero è la testimonianza, qualcuno che registra cos’è successo e lo consegna a chi viene dopo. Quei cittadini che dissero no sapendo già come sarebbe finita hanno perso tutto tranne la cosa che rende la loro fine diversa da una resa: il rifiuto è rimasto agli atti, e a secoli di distanza è quello che li tiene in piedi da uomini.

Ed è qui che la storia smette di parlare di re e di isole greche e comincia a parlare di te. Il potere che schiaccia è la macchina più vecchia che esista, e nella sua versione grande, gli imperi, come in quella piccola, il capo o l’istituzione che ti tratta da numero, funziona sempre allo stesso modo: ti convince che sei convertibile, che si può mettere un prezzo sopra la tua testa. L’unica mossa che ha sempre tenuto, da Melo in poi, è continuare a cantare la tua canzone mentre intorno brucia tutto, e rifiutarti di firmare la resa che ti trasforma in merce. Gli imperi cadono lo stesso, le isole vengono rase al suolo lo stesso. Ma chi non si è lasciato convertire, quello, stranamente, resta.

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È il racconto di cosa succede quando una macchina si mette in testa di togliere a un essere umano perfino il nome, per sostituirlo con un numero tatuato sul braccio. Ed è, per me soprattutto, la prova vivente di quello che dicevo nel pezzo: Levi è sopravvissuto per scriverlo, per mettere agli atti quello che era successo, perché nessuno potesse più cancellarlo. La testimonianza che batte la macchina. Si legge in un fiato e non te lo togli più di dosso.

La locomotiva di Francesco Guccini

Stavolta niente malinconia, ci vuole roba che dà un pugno. La locomotiva di Francesco Guccini, sette minuti che partono piano e poi deragliano. È la storia, romanzata ma vera nel nocciolo, di un anarchico che a fine Ottocento lancia una locomotiva a tutta velocità contro i potenti del suo tempo, un uomo piccolo che decide di non restare al suo posto e si scaglia contro la macchina più grande di lui. Finisce come deve finire, e proprio per questo Guccini la canta, per non lasciare sparire quel nome. Alzate il volume.

Se ti è arrivato qualcosa, gira questa mail a qualcuno che in questo periodo ha bisogno di sentirsi dire che non è un numero. Si fa in fretta.

Fate i bravi e divertitevi.

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