Questa settimana parliamo di un disco che nel 1980 fu ritirato dal commercio pochi giorni dopo l'uscita, e di quanto costi poco, oggi, dire la propria su chiunque senza spesso rischiare niente.
Nel 1980 Giorgio Gaber e Sandro Luporini scrivono una canzone di quattordici minuti in cui Gaber si mette al posto di Dio e distribuisce giudizi sull’Italia intera. La sua etichetta, la Carosello, e la Dischi Ricordi che la distribuiva si rifiutano di inserirla nell’album a cui era destinata, per paura che il tribunale sequestrasse l’intero disco, e lui la stampa lo stesso per conto suo, con una minuscola etichetta che fino a quel giorno aveva pubblicato solo musica da discoteca.
Dentro c’era di che spaventare un discografico. Due anni prima le Brigate Rosse avevano ucciso Aldo Moro, e l’Italia intera lo aveva promosso all’istante a martire senza macchia; Gaber si rifiuta di unirsi alla santificazione e lo scrive con nome e cognome, e nello stesso fiato dà dei pazzi ai brigatisti che lo hanno ammazzato. Luporini lo spiegherà anni dopo: l’attacco mirava all’abitudine dei giornali di promuovere a grande statista chiunque venisse ucciso, e Moro, che pure i due consideravano tra le teste migliori della Democrazia Cristiana, era soltanto il simbolo più grosso di quel meccanismo.
Il conto arriva subito. Il disco viene ritirato dal commercio pochi giorni dopo l’uscita, e per rimetterlo in vendita Gaber deve dimostrare che pubblicarlo con un’altra etichetta era perfettamente legale. Farsi Dio per quattordici minuti, nel 1980, aveva un prezzo, e lo pagava chi ci metteva la firma.
Per dire la sua, insomma, Gaber ha dovuto costruirsi un microfono da solo, etichetta compresa. Oggi quel microfono, invece, ce l’abbiamo tutti in tasca: per emettere sentenze su chiunque bastano uno smartphone e un pollice, e infatti passiamo la giornata a farlo, con la stessa rabbia di allora e lo stesso identico zero effetto.
Questa settimana il nome era Mario Roggero, il gioielliere condannato in via definitiva dalla Cassazione per aver ucciso due rapinatori in fuga. Nel giro di poche ore i social si sono divisi in due tribunali contrapposti, da una parte chi scandiva “siamo tutti Roggero” e dall’altra chi rispondeva “assassino”, milioni di sentenze in tutte e due le direzioni; l’unica che contava qualcosa, intanto, l’aveva già scritta un collegio di giudici che di quei commenti non ha letto una riga. La settimana prossima toccherà a un altro nome, e questo verrà dimenticato più in fretta di quanto sia arrivato.
La differenza con il 1980 sta tutta nel prezzo. Gaber ha rischiato il sequestro del disco e ci ha messo la firma, sotto un attacco che mezza Italia considerava una bestemmia. Il commento di oggi, spesso, non rischia niente: se domani si rivela sbagliato si cancella, e si passa al prossimo nome senza che resti addosso una virgola, magari da dietro un account senza nome e senza faccia. Per questo preferiamo la sentenza al tentativo di cambiare qualcosa; nel tentativo si può fallire davanti a tutti, nel giudizio mai.
Vale anche per me, sia chiaro. Questa newsletter è un microfono pure lei, e ogni lunedì la uso per dire la mia su qualcosa o su qualcuno, con addosso la stessa voglia di avere ragione di chiunque altro. La differenza che provo a metterci è la firma: quello che scrivo resta qui con la data sotto, e se col tempo si rivela una fesseria, chi legge può tornare a rinfacciarmelo. È un prezzo piccolo, ma almeno esiste.
Lo scarto più scomodo però sta nel finale della canzone. Dopo un quarto d’ora passato a fare Dio, Gaber ammette che alla fine è tutto tempo perso, e che se fosse Dio se ne ritirerebbe in campagna a farsi gli affari suoi, proprio come aveva già fatto lui nella vita vera. Noi quel passo, cioè ammettere che stiamo scrivendo d’impulso sotto cose più grandi e più complesse di noi, lo saltiamo quasi sempre: restiamo nell’invettiva perenne, convinti che poter giudicare tutti equivalga a poter cambiare qualcosa, quando sono due poteri completamente diversi.
Un’opinione su tutto è normale, ed è impossibile toglierla di mezzo. Si può però fare una domanda ai propri pollici, prima che partano: sto provando a cambiare qualcosa, e quindi accetto di pagare se sbaglio, o sto solo cercando la scarica di sentirmi per un minuto dalla parte che reputo giusta? Gaber se l’era già posta quarant’anni fa, e la sua risposta è finita in campagna.
ONE PIECE Q&A Libera - Lunedì, ore 15.00 - YouTube (Bike&Raft)
ONE PIECE DEEP - Lunedì, ore 21.00 - Twitch (sommobuta)
ONE PIECE BLIND READING REACTION 1189 - Venerdì, ore 14.30 - YouTube (Bike&Raft)
ONE PIECE ANIME NIGHT - Domenica, ore 20.30 - Twitch (BikeAndRaftTV)
I giustizieri della rete. La pubblica umiliazione ai tempi di Internet di Jon Ronson→ LINK VINTED
Ronson ha passato tre anni a cercare le persone finite sotto una gogna social per un tweet scritto male o una battuta fuori posto, e quello che racconta assomiglia da vicino a quello che hai appena letto: un potere enorme, usato da chi non deve mai renderne conto. Si legge come un instant book e resta in testa per anni.
Io se fossi Dio di Giorgio Gaber
Quattordici minuti che un’etichetta si rifiutò di stampare. Oggi si ascoltano gratis, comodamente, dal divano.
Quante delle sentenze che hai scritto questa settimana le avresti scritte lo stesso, sapendo di dover pagare pegno se avevi torto? Dimmelo nei commenti.
Se questo numero ti ha fatto pensare anche solo per un minuto, giralo a chi pensi possa apprezzarlo.
Fate i bravi e divertitevi.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.