Per molti secoli il blu intenso ottenuto dal lapislazzuli fu uno dei pigmenti più preziosi al mondo, spesso più costoso dell’oro a parità di peso.
Il lapislazzuli è una pietra semipreziosa di colore blu profondo, estratta principalmente nella regione del Badakhshan, nell’attuale Afghanistan. Quelle miniere erano già sfruttate oltre 6.000 anni fa e fornivano il materiale a civiltà lontanissime, dall’Antico Egitto alla Mesopotamia.
Per ottenere il pigmento destinato alla pittura non bastava polverizzare la pietra. Bisognava separare la lazurite, il minerale responsabile del colore blu, dalle impurità bianche e dorate. Il processo era lungo, complesso e richiedeva grande abilità. Il risultato era il celebre “blu oltremare” (ultramarino), chiamato così perché arrivava “da oltre il mare”, attraverso le rotte commerciali che collegavano l’Asia all’Europa.
Nel Medioevo e nel Rinascimento il blu oltremare era il pigmento più prestigioso disponibile. I committenti spesso specificavano nei contratti quanta quantità di ultramarino dovesse essere usata e chi avrebbe sostenuto la spesa. Alcuni artisti lo conservavano per le parti più importanti del dipinto.
Per questo motivo la Vergine Maria venne spesso raffigurata con un mantello blu intenso. Non era solo una scelta simbolica. Il blu evocava purezza, cielo e spiritualità, ma rappresentava anche un omaggio economico: utilizzare il pigmento più costoso per la figura più venerata del dipinto era un segno di devozione e prestigio del committente.
In molte opere il blu della Madonna è quindi letteralmente la parte più costosa del quadro.
La situazione cambiò nel XVIII e XIX secolo. Nel 1704 fu scoperto il Blu di Prussia, il primo pigmento blu sintetico moderno. Successivamente, nel 1828, un chimico francese riuscì a produrre artificialmente l’oltremare sintetico, praticamente identico all’originale ma molto meno costoso. Da quel momento il monopolio del lapislazzuli terminò e il blu intenso divenne accessibile a tutti i pittori.
C’è anche un aspetto culturale interessante: nell’antichità il blu era relativamente raro nell’arte e nell’abbigliamento di lusso europeo. Molti studiosi ritengono che proprio la disponibilità del prezioso ultramarino abbia contribuito a trasformare il blu da colore marginale a colore associato alla regalità, alla sacralità e infine all’eleganza. Oggi il blu è uno dei colori più amati al mondo, ma per gran parte della storia umana era un lusso straordinario.
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Da un lato la tecnologia democratizza ciò che prima era privilegio di pochi. Il blu oltremare ne è un esempio perfetto: nel Rinascimento solo ricchi committenti potevano permettersi grandi superfici dipinte con quel pigmento. Oggi chiunque può acquistare un colore simile per pochi euro. In questo senso la tecnologia amplia le possibilità creative e culturali.
Dall’altro lato, quando qualcosa diventa abbondante perde parte della sua aura di rarità. Sapere che un pittore del Quattrocento utilizzava una polvere ottenuta da una pietra arrivata dopo migliaia di chilometri di viaggio, estratta in montagne remote e lavorata con procedimenti lunghissimi, aggiunge al colore una dimensione narrativa che un tubetto industriale non possiede.
Tuttavia il valore di un’opera non dipende solo dalla difficoltà tecnica o dalla scarsità dei materiali. Se così fosse, oggi non potremmo più creare opere significative con materiali comuni. Spesso la tecnologia sposta semplicemente il luogo dello sforzo umano: meno fatica nella preparazione dei pigmenti, più energia dedicata all’ideazione, alla composizione o all’espressione artistica.
Forse ciò che si perde non è tanto il valore quanto un certo tipo di valore: quello legato alla rarità, all’attesa, al lavoro manuale e alla conquista difficile. In compenso si guadagnano accessibilità, diffusione della conoscenza e nuove forme di creatività.
È una tensione che accompagna tutta la storia umana. Quando fu inventata la stampa, alcuni pensarono che i libri avrebbero perso il loro prestigio perché non sarebbero più stati copiati a mano dai monaci. In effetti persero parte della loro esclusività, ma guadagnarono qualcosa di enorme: la possibilità di raggiungere milioni di persone.
Il lapislazzuli e l’ultramarino sintetico raccontano bene questo paradosso: il primo possiede una storia più affascinante, il secondo ha permesso a molti più artisti di dipingere il cielo. Entrambi hanno un valore, ma di natura diversa.
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Ogni tecnologia importante tende a suscitare due reazioni opposte: c’è chi la vede come una perdita e chi la vede come una liberazione. Spesso entrambe le posizioni colgono una parte della verità.
L’intelligenza artificiale, per esempio, può certamente impoverire alcuni aspetti dell’attività umana se viene usata per sostituire completamente l’impegno creativo, la riflessione o l’apprendimento. Se un autore delega tutto a una macchina, il rischio è che il risultato sia più rapido ma anche meno personale.
Ma può anche funzionare come un amplificatore. Un pittore non è diventato meno artista quando ha smesso di macinare il lapislazzuli; semplicemente ha potuto dedicare più tempo alla pittura. Allo stesso modo uno scrittore può usare l’IA per esplorare idee, trovare connessioni inattese, superare un blocco creativo o valutare diverse versioni di un testo, mantenendo però la propria visione.
La differenza probabilmente non sta nello strumento, ma nel rapporto che abbiamo con esso. Un telescopio non sostituisce l’astronomo, una calcolatrice non sostituisce il matematico e un pianoforte non sostituisce il musicista. Sono strumenti che ampliano capacità già esistenti.
La domanda più interessante non è se l’IA produca opere, ma se aiuti gli esseri umani a produrre opere migliori o più significative. In alcuni casi la risposta può essere sì, in altri no.
C’è anche un aspetto simile a quello del blu oltremare. Quando una capacità diventa facilmente accessibile, perde parte del suo valore come segno di esclusività. Scrivere un testo corretto, creare un’immagine suggestiva o tradurre un documento sono attività che oggi richiedono meno competenze tecniche rispetto a ieri. Di conseguenza il valore tende a spostarsi altrove: dall’esecuzione all’idea, dalla tecnica alla visione, dalla produzione alla capacità di scegliere, interpretare e dare significato.
In fondo, ciò che rende memorabile un’opera non è mai stato soltanto il costo del pigmento o la difficoltà dello strumento. È sempre stata la mente umana che ha deciso cosa fare con quel pigmento o con quello strumento. Anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale, questo aspetto rimane centrale.
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A questo riguardo aggiungo la visione di Tolkien.
Tolkien non era semplicemente “contro la tecnologia”. Era diffidente verso ciò che chiamava spesso “la Macchina”, un concetto più ampio della tecnologia in sé. Per lui la “Macchina” rappresentava il desiderio di dominare, controllare e piegare il mondo e gli altri esseri viventi alla propria volontà.
Nei suoi scritti il problema non è quasi mai lo strumento, ma l’intenzione che lo guida.
Ad esempio, Saruman utilizza conoscenza, organizzazione e tecniche produttive per costruire un potere centralizzato, devastando foreste e trasformando gli esseri viventi in mezzi per un fine. Non è un caso che Isengard assuma tratti quasi industriali. La critica non è tanto alle macchine quanto alla mentalità che sacrifica bellezza, libertà e natura in nome dell’efficienza e del potere.
Al contrario, Tolkien non rifiutava la tecnica o l’artigianato. Gli Elfi sono grandi costruttori e creatori di opere meravigliose. Anche i Nani sono maestri della lavorazione dei metalli e della pietra. La loro abilità tecnica è vista positivamente quando nasce dall’amore per l’opera e non dalla volontà di dominio.
Questa distinzione compare anche nelle sue lettere. Tolkien era professore universitario, utilizzava il treno, l’automobile e la macchina da scrivere. Non proponeva un ritorno a un passato pre-tecnologico. Ciò che temeva era una civiltà in cui l’efficienza diventasse l’unico criterio di valore.
In questo senso la sua riflessione è sorprendentemente attuale. Molte discussioni contemporanee sull’intelligenza artificiale non riguardano la possibilità di usare uno strumento, ma il rischio che esso venga impiegato per concentrare potere, manipolare persone, sostituire indiscriminatamente il lavoro umano o ridurre la creatività a mera produzione automatica.
Probabilmente Tolkien avrebbe posto una domanda molto semplice: questa tecnologia aiuta gli esseri umani a fiorire come persone, oppure li rende più facilmente controllabili e uniformi?
La stessa opera di Tolkien contiene un indizio importante. L’oggetto tecnologicamente più potente della Terra di Mezzo, l’Unico Anello, non è malvagio perché è potente. È pericoloso perché promette di ottenere rapidamente ciò che altrimenti richiederebbe saggezza, pazienza, sacrificio e collaborazione. È una scorciatoia verso il potere.
Per questo molti lettori vedono in Tolkien non un nemico del progresso, ma un critico dell’idea che ogni progresso tecnico coincida automaticamente con un progresso umano. Sono due cose che, secondo lui, possono coincidere, ma non necessariamente.

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