Fin dall’inizio del conflitto in Ucraina — quindi dall’annessione
della Crimea e dall’infiltrazione dei primi neonazisti nel
Donbass16, guidati da Igor Girkin, nel 2014 — il Cremlino ha
lanciato la sua sofisticata macchina comunicativa, che non si
rivolge solo al proprio pubblico interno ma, al contrario, soprattutto
contro l’Europa. Uno dei suoi obiettivi primari è, infatti,
l’opinione pubblica occidentale: minarla, polarizzarla,
renderla incapace di distinguere tra realtà e manipolazione affinché
spinga per un allineamento ai diktat russi, oltre a creare
caos e dubbi. E ha funzionato bene anche se, fortunatamente,
non benissimo.
La strategia è multidimensionale. Sul piano interno, la propaganda
russa serve a giustificare la guerra, costruendo una narrativa
epica e difensiva: la Russia non attacca, si difende. Lotta
contro un’Occidente decadente, corrotto, aggressivo. Ogni
azione militare diventa parte di una guerra santa contro l’umiliazione
post-sovietica, ed è il vecchio gioco di individuare un
nemico esterno per ottenere il consenso interno. In questo
senso la guerra è una leva per mantenere il potere, a patto che
sia vinta.

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