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Frank Merenda - Solo il Marketing che Conta · Jul 29, 2026

Le 43 aziende perfette (e perché la tua bravura non ti salverà)

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Frank Merenda · Frank Merenda - Solo il Marketing che Conta

Tu lavori meglio dei tuoi concorrenti.

Lo so perché me lo dicono tutti. In quindici anni non ho mai incontrato un imprenditore che mi abbia stretto la mano dicendo: “Guardi Frank, io francamente lavoro peggio degli altri, i miei prodotti sono mediocri e i miei clienti se ne pentono”. Mai successo. Sono tutti più bravi. Tutti.

Statisticamente è un miracolo. Un intero Paese in cui ognuno lavora meglio della media. Deve esistere da qualche parte un capannone segreto pieno di imprenditori scarsi che tengono giù la media per conto di tutti gli altri, ma nessuno finora è riuscito a darmi l’indirizzo.

E siccome sei più bravo, dentro di te vive una convinzione precisa: prima o poi il mercato se ne accorgerà. I clienti capiranno. Il passaparola farà il suo corso. La qualità, alla lunga, paga.

Oggi ti racconto la storia dell’esperimento che ha demolito questa convinzione. Un esperimento che nessuno aveva progettato, con 43 aziende come cavie. È durato 24 mesi e nessuno ti ha mai mostrato i risultati.

Ti conviene leggerli, perché le cavie erano tutte convinte della stessa cosa di cui sei convinto tu.

Nel 1982 uscì negli Stati Uniti il libro di business destinato a diventare il più venduto della storia: In Search of Excellence, di Tom Peters e Robert Waterman. Due consulenti McKinsey, mica due che passavano di lì.

Il metodo era serio. Partirono da 75 grandi aziende americane, le misurarono su sei criteri di performance finanziaria e ne promossero 43 come “eccellenti”. Le meglio gestite d’America. Certificate. Cultura aziendale solida, ossessione per il cliente, qualità di esecuzione, tutte le virtù che ogni consulente ti mette nelle slide.

Adesso fermati un secondo, perché qui la storia smette di essere una storia e diventa un esperimento.

Quei due, senza volerlo, avevano appena costruito l’esperimento controllato perfetto. Avevano preso una variabile, l’eccellenza operativa, e l’avevano fissata: tutte e 43 ce l’avevano, con tanto di bollino. Tutto il resto era libero di variare. Se davvero la bravura determina il successo, quella lista sarebbe diventata il portafoglio d’investimento del secolo.

Bastava aspettare e guardare.

Non servì nemmeno aspettare tanto. Nel novembre 1984, appena due anni dopo, Business Week pubblicò un articolo il cui titolo era già una sentenza: “Oops! Who’s Excellent Now?”

Il conteggio era brutale: circa un terzo delle aziende eccellenti era già in difficoltà seria. Due anni. Non un ciclo economico, non un cambio generazionale. Ventiquattro mesi.

E nei vent’anni successivi la moria è continuata, una lapide alla volta. Wang: fallita. Digital Equipment: comprata e smembrata. Kodak: fallita. Atari: polverizzata. Kmart: fallita. Amdahl: assorbita. Tupperware: libri in tribunale. Revlon: fallita.

A un certo punto immagino che in redazione a Business Week abbiano smesso di aggiornare l’elenco. Per rispetto.

Ripeto il dato perché non voglio che ti scivoli addosso: queste erano, nero su bianco, le aziende meglio gestite d’America. Non le più fortunate, non le più furbe. Le più brave.

E ogni necrologio raccontava la stessa favola: colpa del mercato, colpa della crisi, colpa della tecnologia. Il movente vero è un altro, e lo vediamo adesso, caso per caso, come in un’autopsia. Queste aziende sono morte per cinque errori precisi. Cinque. E almeno uno dei cinque, te lo dico già, lo stai covando anche tu.

Wang Laboratories nel 1982 era la regina assoluta del word processing. Categoria che aveva praticamente inventato lei. Macchine straordinarie, clienti devoti, margini da sogno.

Il problema era invisibile perché non stava in azienda. Stava nella testa dei clienti, dove “Wang” significava una cosa sola: macchina per scrivere evoluta.

Poi arrivò il personal computer e si mangiò il word processing, riducendolo a un semplice programma. Wang provò a vendere PC col proprio nome. Risultato: nessuno compra un computer da un’azienda che nella tua testa fa macchine per scrivere. Fallita nel 1992, mentre i suoi prodotti erano ancora tecnicamente eccellenti.

Da qualche parte, in un archivio, esiste ancora un ultimo word processor Wang perfettamente funzionante. Come un maggiordomo impeccabile in una casa dove non abita più nessuno. Impeccabile e disoccupato: la sintesi di questo articolo in un elettrodomestico.

Kodak è la versione ancora più crudele della stessa storia. Tienti forte: la fotocamera digitale l’ha inventata Kodak, nel 1975. Non le mancava la tecnologia. Non le mancava il capitale. Le mancava il coraggio di fare la mossa giusta: lanciare un secondo brand dedicato al digitale e lasciare che il marchio Kodak mungesse la pellicola fino all’ultimo giorno.

Invece provarono a stirare il nome Kodak su tutto: fotocamere digitali, stampanti, perfino farmaceutica. Perché ovviamente, quando pensi ai rullini delle vacanze, il passo successivo naturale sono i medicinali. Dev’esserci stata una riunione, con delle slide, in cui qualcuno l’ha proposto ad alta voce e nessuno l’ha fermato. Mi piacerebbe avere il verbale.

Solo che nella mente del mondo Kodak significava pellicola, e quando la pellicola è morta si è portata via il nome. Fallimento, 2012. Uccisa da una tecnologia inventata in casa propria 37 anni prima.

Se il tuo nome e il tuo prodotto sono la stessa cosa, la bravura di oggi è la corda con cui il mercato ti impicca domani.

Amdahl produceva mainframe compatibili IBM. Più veloci, più affidabili, meno cari. Il posizionamento era chiarissimo: “come IBM, ma meglio e a meno”.

Sembra furbo. È un contratto d’affitto. Vivi nella casa mentale di un altro, e la scadenza del contratto la decide il padrone di casa. Il quale, dettaglio che tende a sfuggire, non ti ha mai voluto tra i piedi: ti tollera, e intanto tiene le chiavi. Quando IBM cambiò le regole e la categoria mainframe si restrinse, Amdahl scoprì di non avere nessuna identità propria su cui ripiegare. Fine della storia nel 1997, assorbita da Fujitsu.

Ora dimmi se questa non è la fotografia di metà delle PMI italiane. “Facciamo lo stesso lavoro del leader della zona, ma costiamo meno.” “Siamo come loro, però più flessibili.” Ogni volta che ti presenti così, stai firmando il contratto di Amdahl. E il tuo padrone di casa, a differenza di IBM, può sfrattarti con una campagna sconti di tre settimane.

Nel 1982 Atari era l’azienda a più rapida crescita nella storia americana. Possedeva una parola intera nella testa del pianeta: videogiochi. Un patrimonio che nemmeno la Coca-Cola.

Poi la capogruppo decise che Atari doveva essere anche computer. E nel frattempo inondò il mercato di giochi talmente brutti che le cartucce invendute di E.T. finirono sepolte in una discarica nel deserto del New Mexico. Non è una metafora, è una notizia: le hanno riesumate davvero nel 2014, come reperti archeologici. C’è gente che ha fatto la fila nel deserto per vedere dissotterrare dei videogiochi brutti. Il mercato ha un senso dell’umorismo tutto suo.

Quando arrivò il crollo del settore nel 1983, Atari era contemporaneamente console e computer, cioè niente di preciso da nessuna parte. Il nome oggi sopravvive solo come cimelio dato in licenza.

Levi’s fece il giro completo senza morire, ma guarda i numeri: tra il 1996 e il 2001 perse circa metà del fatturato. Il jeans “originale” era finito su ogni scaffale, dal negozio premium al discount, a ogni prezzo, in ogni versione. Quando sei tutto per tutti a tutti i prezzi, nella testa del cliente non sei più niente. Ci hanno messo vent’anni a risalire dalla buca che si erano scavata con le loro mani eccellenti.

Avon e Tupperware, due gemelle. Entrambe nella lista delle eccellenti, entrambe convinte di avere un posizionamento fortissimo.

Solo che il loro “posizionamento” non stava nella mente della cliente. Stava in un meccanismo di distribuzione: la venditrice porta a porta, il party in salotto. Funzionava finché le signore passavano i pomeriggi a casa. Poi le signore sono andate in ufficio, gli acquisti sono andati online, e si è scoperto che sotto il canale non c’era nessuna idea. Nessun motivo per comprare Tupperware che non fosse “la signora del party”. Avon venduta a pezzi. Tupperware in tribunale coi libri contabili nel 2024.

Scrivitelo da qualche parte: il canale non è una posizione. Il canale è un tubo. E i tubi si sostituiscono.

Ogni volta che sento un imprenditore dire “il nostro punto di forza è la rete di agenti” oppure “noi siamo forti perché vendiamo sul nostro e-commerce (o su Amazon), sento il rumore di un coperchio Tupperware che si chiude. Il tubo di oggi è il pezzo da museo di domani, e se il tuo brand vive solo dentro il tubo, ci muore dentro.

Kmart nel 1982 era il gigante del discount americano. Poi Walmart si prese la posizione “prezzo più basso, sempre” con una macchina logistica che nessuno poteva copiare. Target si prese “design accessibile”.

E Kmart? Kmart rimase in mezzo. Non la più economica. Non la più bella. La più... boh.

Ecco, “boh” non è una posizione. Nessun cliente al mondo ha mai saputo completare la frase “vado da Kmart perché”. Immagino ci abbiano provato in tanti, seduti in macchina nel parcheggio, motore acceso.

Dieci secondi di silenzio, lo sguardo nel vuoto, retromarcia. Qualche milione di retromarce dopo, il tribunale ha dato alla faccenda il suo nome ufficiale: fallimento, 2002. Kmart non è morta per un errore. È morta per assenza: nella mente del cliente, al suo posto, non c’era scritto niente.

Un lettore sveglio a questo punto alza la mano:

“Frank, ma nella lista c’erano anche IBM, Intel, McDonald’s, 3M. Quelle sono vive. Allora l’eccellenza conta.”

Bravissimo. È esattamente il punto, ed è qui che l’esperimento si chiude.

Perché i sopravvissuti non sono sopravvissuti facendo meglio le stesse cose. Sono sopravvissuti con mosse di posizionamento, quasi sempre dolorose.

Intel nel 1985 era un’azienda di memorie, impantanata in una guerra di prezzo persa contro i giapponesi. Le memorie erano il prodotto su cui era stata fondata, la sua storia, la sua identità.

Grove e Moore si fecero la domanda che dovresti appendere sopra la scrivania:

Se il consiglio ci licenziasse e portasse dentro un nuovo amministratore, lui cosa farebbe?

Risposta: uscirebbe dalle memorie. E allora usciamo noi. Tagliarono il core business storico e concentrarono tutto sui microprocessori. Una parola sola, presidiata con la baionetta.

Poi ci misero sopra Intel Inside e trasformarono un componente invisibile in un marchio che conoscono i bambini.

E IBM? IBM è quasi morta pure lei, esattamente come previsto. Nel 1993 perse 8 miliardi di dollari in un anno solo, perché “IBM” aveva smesso di significare qualcosa mentre gli specialisti la facevano a pezzi, ognuno con la sua posizione stretta: Compaq nei PC, Microsoft nel software, Intel nei chip.

Come in Highlander: ne resterà soltanto uno. Solo che qui vale per ogni categoria. La salvò Gerstner, riposizionandola come l’unica capace di mettere insieme, da sola, i sistemi complessi delle grandi imprese. Una posizione nuova, difendibile, diversa. Degna di Al Ries in persona.

Nota bene cosa NON fece Gerstner:

  • Non migliorò le fabbriche.

  • Non lanciò un programma qualità.

  • Non mandò i dipendenti a un corso di eccellenza.

  • Non appese in mensa il poster col gabbiano al tramonto e la scritta motivazionale sotto.

Otto miliardi di perdite hanno questo di educativo: ti chiariscono in fretta la differenza tra un problema e un poster.

Nessuno, nella storia, ha mai salvato un’azienda migliorando la fabbrica. Le aziende si salvano cambiando quello che significano nella testa dei clienti. Santiddio.

Adesso rileggi l’esperimento tutto intero, perché è raro avere sotto mano una dimostrazione così pulita.

1982: due consulenti certificano le 43 aziende meglio gestite d’America. 1984: un terzo è nei guai. Vent’anni dopo: le morte sono morte tutte per errori di posizionamento, e le vive sono vive tutte per mosse di posizionamento. L’eccellenza operativa, la variabile che era uguale per tutte, non ha predetto niente. Zero.

  1. Wang faceva word processor migliori fino al giorno del fallimento.

  2. Digital aveva processori più veloci di tutti mentre firmava la propria vendita.

  3. Kodak aveva inventato in casa la tecnologia che l’ha uccisa.

La bravura è il gettone d’ingresso al tavolo. Senza, non ti fanno nemmeno sedere. Ma se al tavolo porti solo il gettone, il gettone te lo prendono.

E tu? Tu sei convinto di essere nella lista di Peters. Lavori meglio del concorrente, i clienti che ti provano lo confermano, quindi “dovrebbe” andare meglio.

Dovrebbe. La parola più costosa del vocabolario di un imprenditore. Intanto, a dieci chilometri da te, c’è uno meno bravo che si fa pagare di più e dorme meglio. Non ti ha battuto sul lavoro.

Ti ha battuto nella testa dei clienti, l’unico campo di gara dove non ti sei mai presentato.

I cinque errori delle eccellenti morte sono la tua checklist di sopravvivenza. Prenditi dieci minuti, mercoledì mattina, e rispondi per iscritto:

Uno. Se il tuo prodotto principale sparisse dal mercato in cinque anni, il tuo nome varrebbe ancora qualcosa? O sei Wang con le macchine per scrivere?

Due. Riesci a descrivere la tua azienda senza nominare un concorrente? Se la tua presentazione contiene “come X ma”, stai pagando l’affitto di Amdahl.

Tre. Negli ultimi tre anni hai aggiunto prodotti, servizi o target “perché c’era richiesta”? Conta quante cose diverse fai oggi rispetto a cinque anni fa. Quel numero è il tuo tasso di ataricizzazione.

Quattro. Se ti tolgono il canale principale, gli agenti, Amazon, il passaparola del titolare, cosa resta nella testa dei clienti? Se la risposta è “niente”, sei un party Tupperware. Con la differenza che al party Tupperware, almeno, alla fine ti davano il contenitore.

Cinque. Un tuo cliente, al bar, riesce a finire la frase “compro da loro perché” con una parola sola? Se ci mette più di tre secondi, sei Kmart. E hai appena visto come finisce Kmart.

Se anche solo due risposte ti hanno fatto sudare, il problema della tua azienda non è la qualità. Non lo è mai stato. Hai passato anni a costruire la trappola per topi migliore del quartiere, convinto che il mondo avrebbe fatto la fila alla tua porta. Il cliente, dallo scaffale, non la distingue dalle altre. Il lavoro vero, quello sulla posizione, non l’hai mai cominciato.

La buona notizia è che i tuoi concorrenti hanno letto gli stessi libri sbagliati che avevi letto tu fino a stamattina. Loro continueranno a “puntare sulla qualità”. Tu adesso sai che quella era la strategia ufficiale di 43 aziende perfette, e sai anche dove sono sepolte. Alcune letteralmente nel deserto.

La differenza tra te e loro, da oggi, non è chi lavora meglio. È chi lo sa.

P.S. Conosci un imprenditore che ripete “la qualità paga sempre” mentre il suo fatturato dice il contrario? Inoltragli questo pezzo. Non ti ringrazierà subito. Ti ringrazierà tra due anni, che come abbiamo visto è esattamente il tempo che ci mette il mercato a presentare il conto.

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