C’è un momento preciso in cui un imprenditore firma la propria condanna.
Non è quando lancia la seconda linea fuori focus. Quella è solo un’idea sbagliata, e le idee sbagliate si possono correggere.
Il momento fatale arriva tre mesi dopo. Quando la seconda linea vende.
Lì scatta la trappola. Il registratore di cassa suona, Gino porta i venditori a cena nel ristorante coi tovaglioli a ventaglio, quello riservato ai fatturati record e alle cresime, torna a casa e dice alla moglie che il consulente col pallino del focus non aveva capito niente. Da quel giorno ogni euro incassato dalla linea nuova diventa la prova che allargarsi era giusto.
Peccato che Gino stia guardando il numero sbagliato. E non lo saprà per altri tre anni, quando il conto arriverà tutto insieme.
Questa settimana mezza stampa economica italiana ha fatto esattamente il suo stesso errore. Con qualche zero in più.
Secondo il Financial Times, la Ferrari Luce avrebbe già raggiunto l’obiettivo di vendita fissato per tutto il 2026: poco meno di 500 ordini, centrati a inizio luglio, appena due mesi dopo la presentazione del 25 maggio. A trainare, dicono le fonti del quotidiano, la domanda cinese e gli imprenditori tech americani. Ferrari non ha commentato, i numeri veri li vedremo nei conti semestrali.
Prezzo di partenza: 550mila euro. Design firmato con il contributo di Jony Ive, l’uomo dell’iPhone. Obiettivo di medio periodo dichiarato: 2.500 esemplari entro il 2030, circa 600 l’anno, il 5% delle vendite del gruppo.
Apriti cielo. “La scommessa elettrica è vinta.” “I puristi smentiti.” “Il mercato ha parlato.”
Calma.
Alla domanda del titolo, chi le ha comprate davvero, ci arriviamo. E ti anticipo che la risposta non piacerà a nessuno dei festeggianti. Ma prima serve la calcolatrice.
Partiamo da qui, perché è il punto che i festeggianti fingono di non capire.
Quando la Luce fu annunciata, scrissi che Ferrari stava violando le leggi del posizionamento entrando con il proprio brand in una categoria nuova. Il giorno dell’annuncio il titolo prese una legnata in doppia cifra, che i report degli analisti archiviarono come “reazione mista del mercato”.
Ne scrissi qui: Ferrari Annuncia l’Elettrica: Il Mercato Ride Così Forte che Perde il 21%. Poi al lancio analizzai il problema delle categorie native: La Ferrari Luce è la scelta più vigliacca che potessero fare.
In nessuno di quei pezzi troverai scritto “la Luce resterà invenduta” o “Ferrari fallirà”. Anzi. A giugno, in Ferrari può sopravvivere all’errore che ha steso Porsche e Gucci?, misi nero su bianco che no, Ferrari non fallirà per questo. Lo linko apposta, e ti spiego perché: così chi oggi si sognasse dopo una peperonata mal digerita di retromarcia può andare a controllare le date da solo, invece di commentare a memoria.
Le scemenze catastrofistiche sono roba di chi non ha mai capito cosa sia un brand. Un brand con ottant’anni di focus alle spalle è una diga: puoi aprirci delle crepe per anni prima che si veda l’acqua passare.
Il mio giudizio professionale era ed è un altro: il problema non è se la Luce vende oggi. Il problema è cosa significherà la parola Ferrari tra dieci anni nella testa di chi oggi paga qualsiasi cifra per un V12.
E i 500 ordini in due mesi non rispondono a questa domanda. Non la sfiorano nemmeno.
Ferrari ha dichiarato al Capital Markets Day di avere 90.000 clienti attivi nel mondo. Gente che le Ferrari le compra, le ricompra e le colleziona. Nel 2025 l’84% delle auto nuove è andato a persone che ne possedevano già almeno una. Sono numeri loro, depositati e pubblici.
Ora prendi la calcolatrice. Va bene anche quella del telefono.
500 Luce diviso 90.000 clienti attivi fa lo 0,55%. Significa che basta un cliente ogni 180 che dica “la prima Ferrari elettrica della storia me la metto in garage, non si sa mai” ed è tutto esaurito. Senza contare chi la compra sperando nella rivalutazione e chi ci specula sopra. E i collezionisti di anomalie, che la vogliono proprio perché non c’entra niente col resto.
Perché le Ferrari non si comprano soltanto. Sono strumenti di investimento. È un mercato:
dove l’azienda seleziona a mano chi può comprare,
dove rivendere troppo presto ti fa finire nella lista nera,
dove il valore dell’usato è tutelato come un titolo di Stato.
E qui arriva il paragone che nessun giornalista ha fatto.
Nel 2024 Ferrari ha presentato la F80: 799 esemplari a 3,6 milioni l’uno. Esaurita prima ancora che l’auto venisse mostrata al pubblico. A scatola chiusa. Clienti scelti uno per uno dalla lista dei collezionisti storici.
Rileggi con calma. Maranello piazza 799 auto da 3,6 milioni senza che nessuno le abbia viste. E io dovrei alzarmi in piedi ad applaudire perché 500 auto da 550mila sono andate esaurite in due mesi, dopo una campagna stampa planetaria?
Per gli standard di Ferrari non è un miracolo. È il minimo sindacale. Con quella tiratura e quel marchio sarebbe andata esaurita pure una Ferrari di marzapane.
Gennaio 1993, Super Bowl. Van Halen che suona Right Now e una bibita trasparente che riempie lo schermo: Crystal Pepsi. Il lancio è un trionfo. Le stime dell’epoca parlano di centinaia di milioni di dollari di vendite nel primo anno, gli analisti celebrano la genialata, i manager Pepsi girano per i convegni a spiegare il futuro delle bibite con la sicurezza di chi ha appena inventato l’acqua col marchio.
Dodici mesi dopo Crystal Pepsi non esisteva più. Sparita dagli scaffali.
Aveva venduto la curiosità, non la preferenza. Tutti volevano provarla una volta. Nessuno voleva berla la seconda.
È la maledizione di ogni estensione fuori focus, e Al Ries lo ha ripetuto per cnquant’anni nell’indifferenza generale: l’estensione di linea funziona sempre, all’inizio. I primi dodici mesi il registratore di cassa dà torto a Al Ries. Poi smette, e a quel punto i danni sono già dentro le fondamenta.
Il primo anno lo paga sempre il brand. Il conto arriva dopo, intestato a chi resta.
Poi c’è la difesa più raffinata, quella dei sofisticati: la Luce non è per i ferraristi, è per un pubblico nuovo. I ricchi della tecnologia, i cinesi, gente già abituata all’elettrico.
Bene. Allora spiegatemi una cosa.
Che razza di target è 500 persone nel mondo?
Cinquecento persone non sono un segmento di mercato. Sono gli invitati di un matrimonio. Nemmeno di quelli esagerati.
Lo dico con cognizione di causa perché qualche giorno fa sono stato invitato al matrimonio di Federico e Valentina Gao de “La Pergola 2” e c’erano più di cinquecento invitati. Non solo io e la truppa di Metodo Merenda eravamo gli unici “gwailo” in tutta la sala (cosa della quale sono onorato), ma posso scommettere sicuro di vincere che ogni singola persona presente avrebbe potuto comprarsi una Luce in contanti.
Un target è un mercato.
“Esistono 20.000 ricchi che non comprerebbero mai una Ferrari a benzina ma farebbero la fila per una elettrica”
: questo è un mercato, e se esistesse davvero ne parliamo volentieri.
Ma 500 pezzi contingentati non sono un mercato, sono la punta di una piramide che avrebbe assorbito qualunque cosa con il Cavallino sopra. E l’allocazione iniziale per l’intera Cina, il mercato che avrebbe “trainato il boom”, secondo la stampa specializzata era di 88 unità. Ottantotto.
Nel paese da un miliardo e quattrocento milioni di persone. Altro che “test di domanda”. Fate i seri. Non è nemmeno un drop da boutique del lusso.
Delle due l’una.
O il famoso pubblico nuovo esiste su larga scala, e allora perché dimensionare la produzione a 600 auto l’anno fino al 2030?
O non esiste, e allora la storia del “nuovo target” è la toppa narrativa messa sopra a una scelta fatta per altri motivi, tra regolamenti europei e pressioni degli investitori.
E c’è un dettaglio, riportato dal Financial Times, che vale più di tutti i comunicati stampa:
Ferrari avrebbe chiesto ai concessionari di non proporre la Luce ai collezionisti storici delle vetture a benzina.
Fermati su questa frase.
L’azienda stessa tiene i due pubblici separati. Ha capito perfettamente che il cliente Luce non è il cliente Ferrari, che l’elettrico è una categoria nuova con una mente nuova.
Ha capito la teoria meglio dei suoi tifosi. Solo che alla categoria nuova ha mandato il brand vecchio, appendendo ottant’anni di capitale simbolico costruito sui motori a un salotto a batterie disegnato dall’uomo del telefonino.
Hanno letto la diagnosi giusta e hanno scritto la ricetta sbagliata.
Qui viene la parte che i festeggianti hanno saltato a piè pari.
Le auto rare, Ferrari, non le ha mai vendute. Le ha sempre assegnate. Per le edizioni del settantesimo anniversario la lista dei proprietari era completa prima che partisse la produzione, compilata da Maranello su segnalazione dei concessionari, tutti clienti con decenni di acquisti alle spalle.
Per la F80 identico copione: compratori selezionati a mano tra chi aveva già in garage LaFerrari, Monza, Daytona SP3. L’accesso alle serie limitate non si compra, si guadagna con anni di acquisti. Per questo il sold out di una limitata, a Maranello, non è mai stato un segnale di mercato. È la macchina della fedeltà che gira a regime.
Con la Luce, per la prima volta, nessuno sa dire come sia girata la macchina. E circolano tre versioni che non possono essere vere tutte insieme.
La prima è quella del Financial Times: concessionari istruiti a tenere la Luce lontana dai collezionisti storici e a puntare sui nuovi ricchi di Cina e Silicon Valley.
La seconda l’ha raccontata Bloomberg a giugno, parlando con più di mezza dozzina di collezionisti e investitori dall’Italia alla Cina: dalla rete arrivava il messaggio che comprare la Luce era un gradino per accedere ai modelli esclusivi futuri. Un compratore ha riferito che gli è stato fatto capire chiaramente che prendere l’auto contava per mantenere il suo posto tra i clienti top.
Tradotto dal maranellese: il pedaggio che paghi se non vuoi perdere il posto in coda per le auto che desideri davvero. Ferrari ha smentito il legame diretto, ma ha confermato per iscritto che nell’assegnare i modelli più ambiti privilegia chi ha relazioni solide e di lungo periodo. Cioè che il meccanismo esiste.
La terza versione l’ha messa a verbale un analista di Evercore ISI: dai controlli sui concessionari risultava pochissima domanda dai clienti Ferrari esistenti. Negli stessi giorni in cui il capo commerciale Enrico Galliera dichiarava che i collezionisti bussavano alla porta.
Ora, io non so quale delle tre versioni sia quella vera. So che almeno due sono false. È il Cluedo di Maranello: tre sospettati, un solo delitto, e il maggiordomo ha già smentito per iscritto. E so che ognuna delle tre, presa da sola, demolisce la lettura “il mercato ha parlato”.
Se ha ragione il FT, la Luce l’hanno comprata neofiti e speculatori: il tutto esaurito misura la forza di attrazione del logo su chi Ferrari non la conosce, non la voglia di una Ferrari elettrica.
Con la versione Bloomberg va anche peggio: i fedelissimi l’avrebbero presa sotto ricatto gentile, domanda spremuta a colpi di lista d’attesa, cioè l’esatto contrario di un mercato.
E se invece ha ragione Ferrari, coi collezionisti in fila spontanea, resta da spiegare perché istruire i dealer a non proporgliela.
Che la macchina questa volta avesse bisogno di una spinta, del resto, lo suggerisce il contorno. La stampa racconta di una Luce presentata a Papa Leone XIV, con Hamilton e Leclerc arruolati in video a dirne meraviglie. Per piazzare la F40 non risulta sia servito un pontefice. Quando la domanda è vera, di solito basta un fax.
E la ciliegina l’ha messa Galliera in persona. Smentendo Bloomberg, spiegò che:
Spingere i clienti a comprare la Luce in cambio di benefici sarebbe stato un errore enorme, perché ti ritrovi proprietari riluttanti, ansiosi di rivendere, e il valore dell’usato va a picco.
Una descrizione da manuale del meccanismo che ammazza una serie limitata. Parole sue, non mie. Va bene se lo dice direttamente Galliera e non io o Al Ries come funziona un brand?
Cinque giorni dopo quella smentita, Ferrari annunciava il suo successore. Il primo luglio, dopo sedici anni, l’uomo che gestiva le allocazioni ha lasciato Maranello.
L’azienda dice che la decisione era condivisa da tempo, e non ho motivo di dubitarne.
La stampa internazionale ha notato che l’uscita è arrivata un mese dopo il debutto più contestato della storia recente del marchio. Io mi limito a osservare che quando salta il custode sedicennale della macchina della fedeltà, di solito è perché qualcosa dentro si è inceppato.
Qui devo essere onesto fino in fondo, anche se ai tifosi del “avevi torto” non piacerà: Ferrari sta eseguendo la versione meno dannosa possibile dell’errore.
Volumi tenuti al 5%
Margini blindati dalla scarsità.
I due pubblici separati per ordine aziendale
Non è la follia di Porsche, che convertì all’elettrico la Macan, il suo modello più venduto, e ha dovuto ammettere pubblicamente lo sbaglio con il CEO accompagnato alla porta. L’avevo scritto quando la Taycan la chiamavano ancora il futuro: Porsche è al capolinea?
Per questo la mia previsione, che metto agli atti con data e firma, non è “la Luce floppa”. È più precisa e potete tornare a controllarla:
La Luce venderà le sue 500 o 600 auto l’anno. Il fatturato della Luce non sarà mai il problema: parliamo di meno del 4% dei ricavi del gruppo. I numeri da guardare sono altri tre, e nessuno di questi si vede a due mesi dal lancio.
Il primo è il valore dell’usato delle Luce fra tre anni, confrontato con le termiche di pari età. Le Ferrari a benzina si rivalutano. Se le Luce usate si comportano come normali auto elettriche di lusso, cioè crollano, il mercato avrà emesso la sentenza che i comunicati stampa non possono appellare.
E l’atto d’accusa l’ha già dettato Galliera: proprietari riluttanti, ansiosi di rivendere. Basterà contare gli annunci.
Il secondo: quanti compratori della Luce ricompreranno Ferrari. Il riacquisto è l’unico applauso che conta.
Il terzo non lo trovi in nessun bilancio: cosa succede nella testa del cliente storico se Maranello continua a tirare sportellate ai propri fan inseguendo un pubblico che su scala larga forse non esiste. Le crepe nella diga non fanno rumore. Fino al giorno in cui lo fanno.
Appuntamento al 2029. Segnatevelo, io l’ho fatto.
Sento già Gino:
“Però scusa, se vende e margina il 30%, chi se ne frega della teoria?”
Gino ma ci mancherebbe, solo che il conto economico dell’anno e il conto corrente mentale del brand sono due registri diversi. Il secondo non lo vedi in bilancio, ma è quello da cui il primo preleva.
Funziona come il fido in banca: puoi attingere per anni senza accorgerti di niente. Te ne accorgi la mattina in cui è finito, e quella mattina è sempre troppo tardi per rimediare.
E poi la seconda, la più pericolosa che poi è l’unico punto vero della questione:
“Ma se lo fa Ferrari, posso farlo anch’io.”
No. Ed è esattamente il punto di tutto questo articolo.
Ferrari ha ottant’anni di focus maniacale da bruciare, 90.000 clienti in lista d’attesa e il lusso di sbagliare al rallentatore. Tu hai il tuo nome, la tua zona e un fido mentale che si esaurisce in diciotto mesi.
Quando la tua seconda linea vende, non stai conquistando un mercato: stai scontando il tuo brand, e lo sconto non te lo dice nessuno finché i clienti buoni non iniziano a sparire.
Prima di festeggiare qualunque lancio fuori focus, apri il gestionale e tira fuori tre numeri. Trenta minuti di lavoro.
Il primo: quanti acquirenti della linea nuova sono clienti davvero nuovi e quanti sono clienti vecchi che hanno solo spostato la spesa. Se più di un terzo viene da dentro, stai cannibalizzando con i coriandoli addosso, altro che crescita.
Poi il tasso di riacquisto a dodici mesi, non gli ordini a sessanta giorni. La curiosità compra una volta. La preferenza ricompra. Finché non hai il secondo numero, hai venduto biglietti per uno spettacolo, non costruito un pubblico.
L’ultimo controllo è il prezzo medio della tua linea principale nei dodici mesi dopo il lancio. Se inizia a scivolare, la linea nuova sta mangiando l’autorevolezza di quella vecchia, e nessuno se n’era accorto perché tutti guardavano il fatturato totale.
Se non hai questi tre numeri, non hai un successo. Hai una festa. E le feste, chiedere a Crystal Pepsi, finiscono.
Frank
PS: Questa analisi non la leggerai sui giornali che hanno festeggiato il sold out, perché ricopiare un comunicato stampa costa mezz’ora, mentre fare due divisioni ti costa l’invito alla prossima presentazione.
Nel frattempo gli analisti da titolo di borsa continueranno a scambiare 88 auto vendute in Cina per una strategia industriale, e a chiamare “mercato” 500 collezionisti in fila.
Tu però conosci qualcuno che sta per lanciare la seconda linea “perché il mercato la chiede”. Il socio, magari. O quel fornitore convinto di aver fiutato l’occasione della vita. Mandagli questo pezzo oggi, prima che firmi. Fra tre anni ti ringrazierà, o quantomeno non potrà dire che nessuno l’aveva avvertito.
E se proprio vuole festeggiare un tutto esaurito, digli che su eBay si trovano ancora le bottiglie di Crystal Pepsi. Da collezione, ovviamente. Anche quelle andarono a ruba.
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