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Ci sono due spiagge nella stessa città.
In una c’è un bambino di sette anni che arriva e, vedendo l’acqua e la sabbia, riconosce il paradiso. Corre, urla, scava, si rotola, immagina castelli, si sporca, disturba, squarcia la quiete con la tipica gioia sguaiata dei bambini. L’habitat naturale della sua infanzia è ancora intatto. Sull’altra spiaggia, pochi metri più in là, c’è un bambino della stessa età che arriva, estrae dalla borsa un tablet, si siede sull’asciugamano e rimane lì, immobile, per due ore. Quando la madre gli dice di andare a giocare lui non risponde, non si muove. Non riconosce l’acqua come appartenente al suo universo di piacere. Il mare è diventato lento, noioso, incompetente a sollecitare l’attenzione che lo schermo riesce a catturare, spegnendo il resto, invalidandolo.
La città è la stessa, il tempo è lo stesso, ma queste scene sono teatro di due mondi molto diversi. E quella differenza, quella frattura microscopica che vediamo fra un bambino e l’altro su quel bagnasciuga, è la rappresentazione plastica della prossima divisione di classe: i bambini cresciuti con gli schermi, e i bambini cresciuti senza schermi.
Qualche tempo fa ho sentito l’attrice Cristiana Capotondi raccontare di non permettere a sua figlia di utilizzare gli schermi. Anche sulla fruizione dei cartoni animati, raccontava, ha applicato una stretta decisiva: sua figlia guarda solo quelli della Disney che guardavamo noi, senza i montaggi veloci che caratterizzano i cartoni animati di oggi.
Ascoltando ciò che diceva ed il modo in cui lo diceva, mi sono chiesta se non fosse una scelta di classe, oltre che di consapevolezza. E poi mi sono risposta da sola: è una scelta di classe, proprio perché consapevole.
L’indizio che viene dalla Silicon Valley
Non è una novità che le divisioni di classe si acuiscono anche attraverso l’accesso all’educazione. Lo sappiamo da sempre: il denaro acquista scuole migliori, corsi privati, insegnanti di ripetizioni o di pianoforte, cibo più sano dunque salute migliore. Ma si sta creando una divisione dai connotati ben più subdoli, perché non la vediamo nei risultati degli esami, nella casa in cui viviamo e nemmeno nella qualità degli abiti che mettiamo addosso, perché si articola dentro al cervello.
È quella che sta creando due tipi di essere umano.
È la divisione tra chi ha genitori che possono permettersi di proteggere i figli dagli schermi, e chi no.
I miliardari della Silicon Valley lo sanno benissimo.
Zuckerberg, che difende la sicurezza dei suoi social network in tribunale, davanti a giudici e congressi, poi torna a casa e dice alle sue figlie di non usarli, di usare libri, carta, giochi fisici, di correre appresso alla palla, di immergersi nel mondo reale.
Steve Jobs ha raccontato al New York Times che i suoi figli non hanno mai usato l’iPad da lui creato. Bill Gates non ha dato lo smartphone ai suoi figli prima dei 14 anni. Peter Thiel ha rivelato, in un talk nel 2024, di limitare i suoi due figli a 1,5 ore di schermo a settimana. Nel frattempo, il 75% dei genitori della Waldorf School of the Peninsula, la scuola no-screen più ricercata della Silicon Valley, lavora nel settore tech. Tutti la stessa scelta: vietare i dispositivi elettronici, proteggere il vantaggio neurobiologico dei loro eredi.
I ricchi sanno che quando i loro figli cresceranno avranno un vantaggio rispetto a quelli cresciuti davanti ai device e che quel vantaggio si tradurrà in potere, sempre.
La storia si ripete, ci sono figli sacrificabili e figli da proteggere. Quelli sacrificabili, qua, sono i nostri.
Quelli che costruiscono gli schermi sanno perfettamente cosa fanno quegli schermi ai cervelli dei bambini. Sean Parker, il primo presidente di Facebook, ha detto pubblicamente: “Solo Dio sa cosa fanno i social network sul cervello dei nostri figli”. Dio e pure voi, aggiungo io.
Quello che la scienza sa, e che pure i ricchi sanno.
Quando un bambino guarda uno schermo, il suo cervello rilascia dopamina, la molecola che dice “ancora, di nuovo, ne voglio di più”. Il problema è che il cervello di un bambino non ha ancora costruito le strutture prefrontali che dicono “basta”. Sotto i dodici anni, quei sistemi biologici non esistono, i bambini sono come case senza muri, completamente aperte, completamente vulnerabili a quella cascata chimica.
Così il bambino scopre una cosa semplice e terribile: schiacciare un bottone produce piacere istantaneo, e inizia a cercarlo ogni volta che prova un disagio, così la noia diventa insopportabile e la frustrazione diventa insostenibile.
Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, lo definisce “il ciuccio elettronico”.
Una volta il bambino imparava a regolare le emozioni nella relazione con l’adulto, oggi basta un tablet, non impara più, non sviluppa la capacità di abitare il proprio disagio e di capire che si può attraversare, impara a sedarsi. Come farà da adulto, cosa cercherà per sedarsi, quando lo schermo non basterà più?
Ho ascoltato pochi giorni fa Irvine Welsh, il creatore di Trainspotting, parlare del fatto che se scrivesse oggi la sua più celebre opera, la protagonista non sarebbe l’eroina, ma gli smartphone.
Uno studio francese del 2025 su cinquemila alunni dimostra che chi passa più di due ore al giorno davanti agli schermi ottiene in media 2,3 punti in meno nelle valutazioni di francese. Ma come? Internet agli adolescenti non serviva a contrastare la povertà educativa? I nostri genitori, quando io e mia sorella studiavamo usando l’enciclopedia Encarta su cd, ne erano certi. E, forse, ai tempi era persino vero.
Pellai contrappone la “felicità dopaminergica” (quella dei like, delle notifiche, dello scroll infinito) alla “felicità ossitocinica” (quella che viene dai legami umani e dalla relazione vera.) La prima arriva subito, potente e pervasiva. La seconda è lenta e meno esplosiva, ma è quella che costruisce esseri umani che sanno stare nel mondo insieme agli altri.
Un’altra ricerca che mi ha aperto gli occhi è quella documentata da Jean Twenge in “Iperconnessi”. La generazione iGen, cresciuta con lo smartphone in mano dalla nascita, è la più ansiosa, depressa, sola e autolesionista della storia. Abbiamo normalizzato ragazzi di tredici anni con comportamenti di bambini di otto, completamente immaturi nella capacità di affrontare la realtà, di gestire i conflitti, di stare nel disagio senza crollare. E questo comportamento accomuna anche molti ventenni, pure qualcuno di noi nati a metà degli anni novanta.
Proprio in quegli anni, mentre noi venivamo al mondo, il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti scopriva i neuroni specchio. Si tratta di neuroni che si attivano non solo quando compiamo un’azione, ma anche quando vediamo qualcun altro compierla, e rappresentano la base biologica dell’empatia. Quando vediamo qualcuno piangere, i nostri neuroni specchio si attivano e sentiamo il dolore come se fosse nostro. È così che i bambini imparano a essere umani, attraverso il rispecchiamento costante dell’adulto.
Ecco, quando un bambino guarda uno schermo questo meccanismo si inceppa. Gli scienziati hanno confrontato l’attivazione dei neuroni specchio davanti a una persona reale e davanti alla stessa azione riprodotta su uno schermo: davanti alla persona reale il cervello si sincronizza totalmente, davanti allo schermo si verifica solo una frazione di quella sincronizzazione. È come sentire una canzone da lontano, attraverso una porta chiusa, invece che dal vivo.
E questo avviene anche nel magico mondo degli adulti, capaci di scrivere le peggiori nefandezze sui social, barbaramente privi, ormai, della capacità di immedesimazione. Barbaramente e a volte pure fieramente incapaci di provare empatia.
Ma almeno, noi, tutto questo lo abbiamo scelto, almeno in parte.
I bambini no, loro lo subiscono. Quelli che hanno accesso agli schermi in età precoce crescono meno capaci di leggere le emozioni proprie e altrui, di capire le intenzioni, di entrare in relazione profonda, di disporre della propriocezione che avrebbero se vivessero lontani dagli schermi. Ed è un danno reale, drammaticamente tangibile.
La divisione invisibile che è già qui
Poi ci siamo noi, che non viviamo nella Silicon Valley, che conduciamo vite normali, facciamo sedere i nostri figli davanti a uno schermo perché abbiamo bisogno di venti minuti di pace mentre laviamo i piatti.
Io questo lo comprendo, è una risposta razionale a un’irrazionalità sistemica. Ma quella scelta, che è una scelta di sopravvivenza, diventa il luogo in cui la disuguaglianza si radica dentro il corpo dei nostri figli, che abbiamo il dovere di proteggere.
Vi ricordate di quando Salvini spopulistava sui migranti nei Cpr al becero suon di “altro che miseria, hanno addirittura i cellulari!” Ecco, ai tempi certi dispositivi elettronici erano considerati beni di lusso, e i neo genitori millennial raccontavano con una punta di orgoglio del figlioletto che “già sa digitare sul tablet”, come se fosse una specie di talento. Oggi, invece, i ricchi considerano i dispositivi elettronici una minaccia al neurosviluppo dei loro figli, qualcosa da cui proteggersi pagando decine di migliaia di dollari per scuole senza schermi.
La stessa cosa che vendevano come educazione moderna ai figli del ceto medio è diventata un veleno da cui distaccarsi appena hai i soldi per farlo.
Pensate alla brutalità, ma anche la banalità, della strategia: prima convinci il mondo che il tablet è il futuro, che non stare al passo con la tecnologia significa stare indietro. Poi, quando quel mondo è avvolto dai danni, quando le generazioni sono cresciute davanti agli schermi, allora tu, dalla tua scuola privata senza schermi, molto lontana da noi altri che abbiamo bevuto con riconoscenza il veleno che ci hai messo in bocca come fosse champagne, proteggi la ricchezza biologica dei tuoi figli.
È il classico movimento del potere che crea e normalizza il danno per la maggioranza e protegge il privilegio per l’élite. E lo fanno così subdolamente che nessuno se ne accorge. O se se ne accorge, non ha gli strumenti per cambiare strada.
Pellai parla di “mutazione antropologica”. Due tipi di esseri umani stanno nascendo in parallelo: quelli il cui cervello si è sviluppato davanti a schermi, e quelli il cui cervello si è sviluppato in presenza di altri cervelli. La divisione tra loro sarà una questione di come il loro cervello sa stare nel mondo reale, di come sa pensare, di come sa costruire, di come sa decodificare le emozioni dell’altro, di come sa.
Come è possibile che sappiamo quello che sappiamo, che abbiamo le ricerche, gli esperti che lo gridano (come non citare il lavoro di professionisti come Serena Mazzini, Alberto Pellai, giustappunto, Pediatra Carla, Francesca Barra) e continuiamo comunque a consegnare gli schermi ai bambini, o forse sarebbe meglio dire che spesso consegnamo i bambini agli schermi? La risposta è semplice: non ci crediamo abbastanza, ancora.
La domanda che resta
La domanda vera non è “dai gli schermi o non dai gli schermi ai tuoi figli”. La domanda è: in una società giusta, sarebbe una domanda? In una società dove il tempo dei genitori non è mercificato, dove il lavoro non richiede di sacrificare la presenza e dove la scuola protegge davvero lo sviluppo cerebrale, ognuno avrebbe la libertà di scegliere per saggezza e non per sopravvivenza.
Non viviamo in una società sempre giusta, dunque ancora una volta crearci da soli gli strumenti per contrastare l’ennesima divisione (che ci colloca in basso, ovviamente) che ci viene propinata.
Così sono arrivata alla decisione di vietare ai miei figli i device fino ai 14 anni d’età.
Non sono né ricca né particolarmente illuminata, ma ho ascoltato ciò che la scienza sa e scelgo di farmelo bastare, ho capito che questa è anche una scelta politica importante, in grado di rifiutare la divisione di classe che ci viene imposta.
Scrivo questo testo per dirvi che non siete soli se avete il timore che sia tardi, se avete la sensazione che i vostri figli stiano crescendo troppo velocemente, in un mondo troppo rumoroso, perdendo qualcosa di vitale per essere umani. Quella sensazione è una porzione di verità che forse ci viene ancora naturale. Forse è la saggezza che riconosce di cosa i bambini hanno davvero bisogno: tempo, relazione, spazi per annoiarsi, luoghi per nutrire la curiosità e scoprire. Hanno bisogno di settare i loro livelli ormonali sulle persone e sul mondo reale, non su universi che non esistono che alzeranno la loro asticella sempre più in alto finchè tutto ciò che è reale non sarà degno di attenzione.
I bambini che non vengono protetti dagli schermi in età precoce non riusciranno a concentrarsi con facilità su qualcosa che dura più dei 15 secondi dei reel (che attenzione eh, devono essere interessanti ed accattivanti già nei primi 3 secondi, altrimenti scrolliamo oltre!) La letteratura scientifica, su questo, è chiara.
Le passeggiate in montagna o al mare non avranno il potere di rilassare, le chiacchere con un amico non avranno il potere di divertire, l’abbraccio della madre non avrà il potere di disinnescare, il ricordo dei nonni non avrà più il potere di commuovere. Sarà tutto semplicemente “troppo poco”, troppo sotto gli standard dopaminici a cui gli schermi li hanno abituati. Non possiamo stare a guardare mentre tutto questo accade, e sta già accadendo. Ma, lo dico sempre e ho fede nel fatto che valga sempre: non siamo spacciati.
Però limitare l’uso non basta, io oggi sono convinta che la soluzione debba essere drastica, e lo scrivo certa del fatto che i più non saranno d’accordo. Non ho mai scritto per raccattare consensi o applausi, scrivo per provare a contrastare ciò che non ritengo giusto e per fare qualcosa di buono.
La divisione di classe che impera non è ancora irreversibile, lo diventerà quando il cervello dei bambini si sarà sviluppato completamente. I ricchi lo sanno, oggi lo sappiamo pure noi.
Forse, però, è necessario partire mettendo in discussione il nostro utilizzo dei device. Oggi il mio tempo con il cellulare in mano è ridotto all’osso ed è prevalentemente volto a scattare foto o gestire il mio portale online di mutualismo per genitori. Stop. Anche le comunicazioni con i miei familiari o amici lontani hanno subìto un cambiamento: i messaggi whatsapp e i vocali spalmati per tutto il corso della giornata sono stati sostituiti dal momento “appuntamento” in chiamata o videochiamata.
Quando ancora mi capita di vedere reel di influencer che mostrano che appena entrano in casa il loro cagnolino fa le feste mentre loro esclamano “ma non mi vedi da appena un paio d’ore!” io non riesco a non pensare che prima di quella scena il cagnolino le ha viste entrare per sistemare la camera e premere play. Non ti vede da un paio di secondi, al massimo. Per non parlare degli infiniti trend replicati senz’anima, o di sti poveri figli che hanno genitori che riprendono ogni colazione, ogni volta in cui li pettinano, ogni bacio, ogni libro letto insieme, ogni gita, che vivono al Grande fratello ma con la differenza che in casa loro le telecamere sono pure in bagno.
La mia sospensione dell’incredulità ormai fa molta, molta fatica sui contenuti social.
Oggi mi viene naturale farne un uso più che minimo e non mi manca, ma ci ho lavorato.
Ho allattato al seno Mattia Levi, il mio primo figlio, per due anni. Durante molte delle poppate stavo al cellulare, ho iniziato proprio in quel periodo a creare i primi caroselli per la mia all’epoca neonata pagina instagram. Ricordo che allattavo e con una mano impaginavo precariamente i miei pensieri su Canva, dal cellulare. Qualche tempo dopo ho letto una ricerca che parlava del fatto che quest’azione probabilmente non era il massimo per la relazione materno infantile e mi sono molto arrabbiata, mi sembrava l’ennesima colpevolizzazione delle madri. Non avevo mezzo minuto libero al giorno, almeno durante l’allattamento era mio diritto stare un po’ al cellulare, no? Ecco, oggi ho cambiato idea.
Sono passati cinque anni, ora sto allattando il mio secondo figlio, Romeo Sole, e quando era piccolissimo ho notato qualcosa di sconvolgente: quando prendevo il cellulare lui se ne accorgeva. A volte si innervosiva, a volte si distraeva dalla poppata, a volte manifestava segni di stress, comunque lo notava, tutte le volte. E allora ho smesso di farlo, dopo pochissimi mesi dalla sua nascita. Recalcati scrive nel suo “le mani della madre” della madre che durante l’allattamento si accorge della crescita delle ciglia del suo bimbo. Mi dispiace non avere memoria della crescita delle piccole ciglia di Mattia Levi, quei momenti non torneranno mai più, me ne pento ma non mi tratto con colpa: non lo sapevo, non lo sapevamo, e il mondo ci costringe alla performance così tanto da non permetterci di poterci fermare a guardare le ciglia dei nostri neonati mentre li allattiamo. Non è colpa nostra e non lo sapevamo.
Però oggi lo sappiamo.
Oggi sappiamo che un bambino che cresce senza schermi fino ai quattordici anni avrà una ricchezza biologica che nessuno potrà togliergli. I bambini che passeranno questi anni protetti dalla dopamina istantanea, che svilupperanno i loro neuroni specchio e che potranno godere di una passeggiata in mezzo alla natura osservando il mondo con curiosità e stupendosi dei colori della natura senza essere assuefatti da quelli a saturazione massima degli schermi, che impareranno ad aspettare, a sopportare la frustrazione, a trovare piacere in cose che non arrivano in tre secondi, avranno il mondo nelle loro mani e sapranno cosa farsene più di noi. E lo sapranno perché il loro cervello sarà allenato a fare quello che sa fare meglio: connettersi, comprendere, creare, resistere, costruire.
Questa è una divisione di classe che possiamo ancora scegliere di non subire, che possiamo ancora rifiutare. Non dobbiamo, però, farlo individualmente e renderlo l’ennesimo privilegio. Dobbiamo farlo collettivamente, insieme.
Noi, che i figli li abbiamo ancora piccoli, dobbiamo costruire un tempo in cui non ci sarà una mamma che compra il cellulare al figlio di 7 anni perché “è l’unico in classe a non averlo”. Possiamo costruire, pian piano, classi in cui i genitori stringono alleanze, parlano tra loro e si accordano sul non comprare il cellulare a nessuno. Possiamo farlo, dipende da noi. Prima che la classe di terza elementare si riempia di bambini col cellulare c’è sempre il primo bambino col cellulare. Ecco, possiamo scegliere di non far partire questa escalation.
Che succede, invece, se ho oggi un figlio di sette anni e ormai è davvero l’unico a non avere il cellulare in classe?
Me lo chiedono spesso, le mamme con cui mi interfaccio ogni giorno.
Non sarà facile spiegare ad un bambino che questa scelta è per proteggere ciò che ha di più prezioso, non sarà facile se è l’unico della classe. Ma ne vale la pena, vale la pena stringere i denti e attraversare insieme quel disagio iniziale. Possiamo offrire la nostra presenza senza sminuire il suo disagio, possiamo esserci con competenza e sensibilità, ma senza indietreggiare.
So che è vero, se tutti hanno accesso agli schermi e mio figlio di sette anni no, sicuramente sarà escluso dal circuito sociale della sua classe.
Sicuramente, a ricreazione, i suoi compagni parleranno del livello di quel videogioco che lui non conosce, di quel video tik tok che non ha visto, di quel creator su youtube che fa cose che lui non conosce e di altri argomenti inerenti agli schermi.
Ecco, se i bambini, in momenti di socialità, sono in grado di parlare solo di temi inerenti gli schermi abbiamo un problema di cui occuparci subito.
L’insegnante deve intervenire per due ragioni: la necessità di riportare le attenzioni di gruppo dei bambini sul piano del reale, guidando in qualche modo la conversazione fuori dal tracciato digitale, e la necessità di integrare il bambino escluso.
L’insegnante ha il dovere di vigilare anche su questo, perché la scuola forma individui in grado di stare al mondo, e deve assumersi la responsabilità di far prosperare la fanciullezza, quella vera.
E noi genitori abbiamo il dovere di proteggere i nostri frutti con tutti gli strumenti di cui disponiamo. Abbiamo la responsabilità di forgiare nuove generazioni che staranno meglio di noi, che faranno meglio di noi. Se lo meritano.
Abbiamo tempo, ancora. Anche se non sarà facile, abbiamo ancora tempo.
Dopo, forse, sarà troppo tardi.
Prima di salutarci.
Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caffè virtuale. Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sarà mai escluso dai miei contenuti, perché questo spazio resterà aperto e gratuito per sempre.
Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione.
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