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Materno, lotta di classe, riflessioni e azioni collettive. · Apr 23, 2026

Dare la vita

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Francesca Bubba · Materno, lotta di classe, riflessioni e azioni collettive.

≪Mia mamma ha avuto una gravidanza difficile, tanto che ha deciso di tornare a vivere dai miei nonni, i suoi genitori, per gli ultimi mesi della gravidanza e per i primi mesi post parto. Verso la fine della gravidanza manifestava con insistenza preoccupazioni circa il mio futuro, ma nessuno immaginava che fosse un presagio. Un giorno di maggio, due mesi circa dopo la mia nascita, mia nonna sente un silenzio strano in casa. Anomalo, avendo una neonata. Quando va a controllare nella stanza in cui c’eravamo io e mia mamma, trova lei con le mani attorno al mio collo, in lacrime. Appena mia mamma vede mia nonna, le dice che uccidermi avrebbe risolto tutti i problemi. Non dice altro, non molla la presa.

Mia nonna mi strappa con forza dalle sue mani e chiama mio babbo al lavoro che corre a casa.

Quello che accade dopo è un calvario, per mia mamma. Stiamo parlando di molti anni fa, non credo si parlasse ancora di depressione post parto, e anche se qualcuno ne parlava, di certo era una mosca bianca. Tanto che mia mamma viene ricoverata in psichiatria e nei due anni successivi le vengono fatti 2 elettroshock. Viene imbottita di farmaci, tanto che nei suoi rientri a casa quasi fatica ad occuparsi delle cose più semplici. La sua vita, la nostra vita, va avanti così per 6 anni. Anni in cui mia nonna fa diverse volte le valigie a mio babbo dicendogli di prendere me e rifarsi una vita. Mio babbo rimane lì e fa di tutto per cercare qualcuno che può aiutare mia mamma. Finalmente lo trova. Trova una clinica a Modena (scusami, non ho specificato, io sono di Forlì) dove c’è uno psichiatra che parla di depressione post parto e cura le madri con questo disturbo.

Fino a quel momento, mia mamma era stata additata da tutti, professionisti sanitari compresi, come una pazza. Ha vissuto mesi legata a un letto in una clinica nata apposta per le madri assassine.

Mio babbo la fa trasferire a Modena, dal Dott. Forghieri. Per lui è l’ultima spiaggia.

Dopo qualche mese (non so quanti, non lo ricordo) mio babbo viene chiamato mentre è al lavoro, deve correre in clinica. Si aspettava una brutta notizia, invece trova mia mamma seduta su una panchina, al sole, nel cortile esterno della struttura, che guarda i fiori.

Appena lo vede, gli chiede dove sono io, perché non andiamo tutti insieme al parco, che è una bella giornata. Quello è l’inizio della sua guarigione. Viene dimessa dopo un po’ di tempo, ovviamente con le sue terapie, e piano piano torna a fare una vita “normale”. Dopo tanti anni, mi sono spiegata per quale motivo io abbia ricordi di lei solo dalle scuole elementari in poi.≫

Questo, ormai vi sarà chiaro, non è un testo sulla tragedia avvenuta poche ore fa a Catanzaro, la città in cui sono nata e in cui stanotte sono morte tre persone. In queste ore ho letto di tutto: dai post di chi si lancia in orride offese alla madre artefice e vittima della tragedia che è entrata nella carne viva di un Paese la cui stampa ancora timidamente scrive “pare soffrisse di una LIEVE depressione post parto”, ad un carosello (virale) fatto con AI da una professionista sanitaria con la scritta “siamo tutte Anna, condividi questo post nelle tue storie se sei d’accordo” a vari commenti che si lanciano in deprecabili colpevolizzazioni del padre che chissà quanto poco aiutava in casa. Un padre che oggi piange una moglie, due figli e forse pure la terza e di cui non sappiamo nulla, se non che oggi è il giorno più terribile della sua esistenza disgraziata. I social, lo scrivevo poche ore fa, ci hanno abituati a sapere tutto, ma a non conoscere niente, e nessuno, soprattutto.

Scrolliamo e sappiamo come si preparano a burger di tofu, quattordici secondi dopo sappiamo quale colore indossare per sembrare donne old money, otto secondi dopo stiamo guardando un gattino che rotola e tre secondi dopo la figlia di qualcuno, di un anno, che muove i primi passi. Scrolliamo e sappiamo tutto.

Ma poi posiamo il cellulare e di cosa erano fatti i burger? Di tofu o di zucchine? E quanta farina ci dovevo mettere? Non ricordiamo nulla della ricetta. Posiamo il cellulare e ci ricordiamo che non arriviamo a fine mese, e nessun colore old money potrà coprire il tessuto da ceto medio dei nostri indumenti usati o presi all’outlet. Posiamo il cellulare e ci rendiamo conto che quel gatto era AI e realizziamo che sappiamo troppo di quella bambina che ha mosso i primi passi sul reel della madre che non conosciamo, non è una nostra amica. Quella bimba è solo la figlia di qualcuno, per noi, eppure sappiamo che occhi aveva quando ha imparato a camminare.

Come avrei potuto, in un luogo deputato a questo scrolling asfittico, raccontarvi della dolorosissima storia di Sonia Molduzzi? Come si fa a parlare di un tema così serio in un luogo che, ormai possiamo dircelo, è così spaventoso? In un luogo che inibisce la funzione dei neuroni specchio e che in questi anni ci ha resi vittime o artefici di dolori nefasti, e ci rende sempre meno capaci di esercitare ciò che ci tiene in piedi, come società: l’empatia. Non si fa, ed infatti si cade.

Si cade, o ci si lancia. A volte dal terzo piano, a volte da un cavalcavia. Non siamo più agli orribili tempi in cui esistevano le cliniche per le madri assassine in cui chissà quanta paura ha provato la mamma di Sonia. Io l’ho vista la foto della madre di Sonia, e quella faccia, quegli occhi, mi hanno parlato per ore.

Ci siamo mossi in una direzione diversa, oggi, ma non sufficientemente in alto da tenere le madri ancorate, salde sui balconi.

Parlare di depressione post partum significa inoltrarsi in una terra di confine, dove la retorica della maternità naturale si scontra con l’esperienza cruda di un numero enorme di donne. È un territorio che la narrazione pubblica continua a edulcorare, a semplificare, a ridurre a parentesi fisiologica, quando invece per alcune diventa un abisso. Ed è in quell’abisso, che alcune madri si lanciano.

Le testimonianze raccolte, di cui vi lascio qualche screen a fine testo, compongono un coro doloroso che racconta di corpi svuotati e menti assediate da pensieri intrusivi, da una disperazione che non ha nome e che “come faccio a capire fin dove è normale e quando invece non lo è?” e che proprio per questo fa ancora più paura.

Avrei voluto pubblicarle tutte, forse un giorno ci riuscirò.

Se siete in una condizione di particolare fragilità, forse è meglio proteggervi e non leggerle. Vi basti pensare che non siete sole, che non siete le sole, non lo siete state mai. E che non siete spacciate, non lo siete state mai. Dalla depressione post parto si guarisce. Dalla depressione post parto si può risalire e, insieme, rifiorire.

Di fronte a tragedie come quella di Catanzaro, la tentazione è quella di rifugiarsi nell’eccezionalità. Di affermare: è stato un gesto estremo, imprevedibile, quella donna era pazza. Quelle donne sono pazze. Queste donne sono pazze. Ma è una scorciatoia, una difesa. Perché riconoscere che questi eventi affondano le radici in una responsabilità collettiva significherebbe interrogarsi davvero. E allora lì non avremmo scelta, ci toccherebbe cambiare per davvero. E che fatica, cambiare, per una società inerziale come la nostra. Siamo tutti così conservatori, altro che.

Qualcuno sui social o sui giornali se lo chiede: dov’erano le istituzioni? Dov’erano i presidi territoriali, i consultori, i servizi di salute mentale? Dov’era la rete capace di prevenire, di accompagnare? Dov’erano le amiche, le vicine, il villaggio?

La verità, scomoda e ostinata, è che troppo spesso le strutture sono assenti, nascoste, fragili, sottofinanziate, disarticolate, inaccessibili. Esistono sulla carta, ma non nella vita concreta delle persone.

Ed il villaggio, invece, non riesce ad intercettare dolori di questo tipo perché la sofferenza è insita nella maternità, no? Pure le nostre mamme soffrivano, pure le nostre nonne, e così sia. Amen.

Oppure, il villaggio lo abbiamo zittito noi, a suon di “fatti i fatti tuoi che campi cento anni” ed invece moriamo prima e peggio.

E allora il peso ricade interamente sulle spalle delle singole donne, sulla loro capacità di resistere, di chiedere aiuto, di farsi ascoltare in un contesto che troppo spesso minimizza o patologizza senza comprendere. O sulla fortuna.

È un paradosso schizofrenico, proprio quando si è più vulnerabili, si è chiamate a essere più forti. Non chiederemmo mai ad un autista di mettersi alla guida di un autobus dopo un’operazione chirurgica, anche se quell’autista guida autobus da trent’anni. Da noi, invece, dopo un’ora dal cesareo (è un’operazione chirurgica, sì) o un parto vaginale avvenuto dopo venti deliranti ore di travaglio si pretende che ci mettiamo alla guida di una nuova, fragilissima vita. Con la destrezza e la disinvoltura di chi lo fa da trentanni.

Io non mi sono mai riposata dal parto. Dopo il parto avrei fatto una dormita di minimo otto ore, non ci riuscivo per l’adrenalina e la felicità. Però ho partorito un anno fa, e da allora quella dormita di otto ore di fila non l’ho più potuta fare. Nemmeno di sei ore, nemmeno di cinque, nemmeno di quattro. Allatto ancora al seno, e mio figlio si sveglia ogni due ore. Non sogno da un anno perché non raggiungo mai il sonno profondo. Chissà dove finiscono i sogni non fatti delle neomadri, chissà che storie avremmo tessuto, di notte, se avessimo potuto dormire. Forse avremmo sognato, in preda al pensiero magico che non ci apparterrebbe in condizioni normali, i numeri del Win for life e così avremmo potuto pagarci un pool di tate. O forse avremmo semplicemente sognato di dormire, come una stanza piena di specchi in cui vedi cento volte te stessa.

Badate bene comunque, voi che leggete, perché non si tratta di cercare colpe individuali, né di ridurre tutto a un’analisi clinica. Si tratta di riconoscere che la salute mentale materna è una questione politica. Che riguarda l’organizzazione dei servizi, la formazione degli operatori, il sostegno alle famiglie, le politiche del lavoro, la cultura diffusa. Riguarda, in ultima analisi, il valore che attribuiamo alla cura. Il valore che attribuiamo alle madri. Alle donne, forse.

Scrivere di tutto questo significa assumersi una responsabilità: quella di non distogliere lo sguardo. Di restare dentro il dolore senza trasformarlo in spettacolo, senza consumarlo nell’indignazione effimera. Senza fretta di passare ai gattini, per soffocare il dispiacere che forse siamo ancora capaci di provare. Chissà se siamo ancora capaci.

Chissà se siamo ancora capaci della rabbia e dell’amore che ci fa scendere in piazza persino per le madri pazze.

Significa provare a restituire dignità a chi non c’è più e voce a chi continua a vivere in quella zona d’ombra.

Non esistono parole adeguate per raccontare fino in fondo tragedie come queste, ma esiste un dovere: fare in modo che non vengano archiviate come episodi isolati. Come sciagure lontane da noi, da cui ci separa un vuoto siderale.

Che storie come queste diventino, invece, un punto di rottura, un momento in cui smettiamo di accettare l’inaccettabile.

Che storie come queste diventino il momento in cui ci uniamo e iniziamo a pretendere di ottenere che anche per noi, come per il neonato, esista un irrinunciabile appuntamento fisso mensile davvero prioritario e davvero accessibile. Che il tagliando dei 40 giorni post parto per sincerarci che la macchina riproduttiva è a posto non ci è sufficiente. Che la madre si articola tutta intorno alla pancia, non solo al centro, in basso. E che pure la nostra è una nuova, fragile vita di cui prenderci cura.

La madre di Catanzaro non la conoscevamo, e nemmeno quei bambini innocenti che chissà quanta paura hanno provato nei loro terribili ultimi attimi di vita. Non sapremo mai nulla delle infinite esistenze possibili che sarebbero potute essere ed invece non saranno mai. Ma sappiamo che ogni volta che una madre si butta o cade, c’è una comunità intera che ha fallito nel tenderle la mano.

≪Mia mamma, però, una vita completamente normale non la farà mai più. Ha vissuto sempre tormentata dalla malattia, nei suoi alti e bassi, e con lei tutti noi. La vita negli anni successivi non è stata facile: lei non ha mai ricominciato a lavorare, in più non è mai stata in grado di fare la madre. Ti faccio un solo esempio che credo possa far capire questo punto: il giorno in cui mi vennero le prime mestruazioni, lei mi mandò a parlare con la vicina di casa perché non sapeva che altro fare. Con il senno di poi ho capito che non poteva fare diversamente, che era la malattia a guidare la sua vita e i suoi comportamenti. Ma da adolescente ero arrabbiata. A 18 anni decido di andare via di casa, e un anno dopo mio babbo, che non regge più la vita da solo assieme a lei, parte. Va dall’altra parte del mondo e non torna più. Oggi, che sono passati 20 anni da quando mi occupo di lei, è seguita da uno psichiatra privato che per fortuna mi posso permettere di pagare, ma nonostante questo ha periodi in cui viene ricoverata, periodi in cui non si alza dal letto, periodi in cui è arrabbiata con il mondo, e io non so mai come andranno le mie giornate. Ho un lavoro part time perché lei ha bisogno di me, una psicologa che mi segue perché “bisogna curare chi cura”. Nonostante tutto, mi sento molto fortunata. Prima di tutto, perché qualcuno mi ha salvato la vita. Il fato ha voluto che quel giorno, in quel preciso momento, mia nonna entrasse in quella stanza. Non tutti sono stati così fortunati. Non tutte le madri hanno una famiglia che le aiuta, e aiuta a prevenire le tragedie.Nella mia vita ho incontrato tanti figli di madri depresse. E anche tante madri. E nei loro occhi ho trovato sempre la stessa sofferenza, e lo stesso senso di abbandono. Perché, ce lo possiamo dire, queste madri sono abbandonate dalla società. E sono abbandonate le loro famiglie.

Io non ce l’ho con mia madre perché mi ha messo le mani al collo o perché non mi ha voluta. Lei era ed è una persona malata. Era ed è una persona fragile. Da aiutare. Io ce l’ho con chi queste persone non solo le abbandona, ma fa proprio finta di non vederle, le nasconde. Ce l’ho con chi minimizza il problema, con chi parla senza sapere. Il tema della depressione post parto è un tema enorme, che esiste molto più di quello che pensiamo, e parte dal lasciare sole le madri in un momento così delicato della propria vita. E se pensiamo che a noi non possa capitare ci sbagliamo, sbagliamo di grosso.≫

Prima di salutarci.

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Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sarà mai escluso dai miei contenuti, perché questo spazio resterà aperto e gratuito per sempre.

Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione.

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