Sono sicura che almeno una volta negli ultimi sei mesi l’algoritmo di Instagram vi abbia suggerito un video di Maura Bloom. Magari uno di quelli in cui è al mare e fa catcalling agli uomini, chiamandoli «bambolotti» o «principessi». O forse il video in cui è a Parigi, si avvicina a un passante e gli dice: «Uè, bambolotto, vieni qui che te lo faccio io un bel Pompidou».
Maura Bloom usa l’ironia per sovvertire i ruoli di genere e rompere gli schemi. Realizza degli sketch in cui ribalta molte delle situazioni che si trovano ad affrontare le donne nel quotidiano. Ha creato un multiverso ironico in cui sono le donne a fare catcalling agli uomini e a metterli a disagio, per mostrare quanto questi comportamenti risultino inappropriati quando si ribalta la prospettiva.
Io credo sia riuscita in un’impresa molto difficile: unire comicità e critica sociale, con lucidità e intelligenza.
I suoi video sono spesso oggetto di critiche, e lei stessa ultimamente è stata vittima di attacchi e odio mediatico, tra chi la definisce «nazifemminsta» e chi la chiama «pazza».
Questo però significa soltanto una cosa: che i suoi video funzionano e toccano dei nervi scoperti.
Ecco perché ho deciso di intervistarla per Femminismi.
Vi lascio alla chiacchierata con lei e vi abbraccio,
Anna
Se dovessi presentarti a chi ancora non ti conosce, come ti racconteresti? Chi è Maura Bloom?
Sono una comica, attrice e autrice che usa la satira come strumento di osservazione sociale. Il mio lavoro nasce da una domanda semplice: «Cosa succede se ribaltiamo il punto di vista?»
Nei miei spettacoli e nei miei video costruisco un multiverso in cui i ruoli di genere sono capovolti, non per provocazione fine a sé stessa, ma per rendere visibili dinamiche che, nella realtà quotidiana, sono talmente normalizzate da non essere più percepite.
Mi interessa lavorare su ciò che diamo per scontato: il linguaggio e i rapporti di potere.
La mia comicità non cerca la battuta facile, ma uno spostamento dello sguardo, far ridere e, subito dopo, lasciare una piccola frattura.
La comicità è diventata la tua cifra espressiva per affrontare temi complessi come le discriminazioni di genere. Quando hai capito che sarebbe stata proprio la risata, e non un linguaggio più «tradizionale», lo strumento giusto? E perché?
Ho capito abbastanza presto che il linguaggio frontale, quello didascalico, moraleggiante, esplicativo, spesso crea difese. La risata, invece, disarma, entra prima del giudizio.
La comicità permette di dire cose durissime, mostra contraddizioni senza puntare il dito.
Quando ridi, per un attimo abbassi la guardia e in quello spazio può passare qualcosa di vero.
Per me la risata è una forma di intelligenza. È il modo più onesto che ho trovato per parlare di temi complessi senza semplificarli e senza trasformarmi in una predicatrice.
Il pubblico ti conosce soprattutto sul palco e nei video, ma chi è Maura al di là del teatro? So che hai studiato a Parigi: quanto hanno inciso il tuo percorso di studi e le tue esperienze di vita sul tuo sguardo artistico e umano?
Fuori dal palco sono una persona molto più silenziosa di quanto si possa immaginare.
Osservo molto, ascolto, mi interrogo continuamente. Ho un rapporto forte con la scrittura, con la solitudine creativa, con la natura.
Gli anni a Parigi sono stati fondamentali: vivere all’estero mi ha tolto molte certezze e mi ha costretta a guardare me stessa da fuori.
Lì ho imparato che l’identità non è mai fissa, che il modo in cui ci raccontiamo cambia a seconda dello sguardo che ci attraversa.
Nei tuoi video affronti in modo parodico il tema delle molestie che le donne subiscono quotidianamente, in particolare il catcalling. Sono video che fanno ridere, ma che spesso generano anche reazioni molto dure. Perché, secondo te, c’è così tanta difficoltà ad accettare queste rappresentazioni?Perché il ribaltamento tocca una zona delicatissima: quella dell’identificazione.
Quando un uomo si vede rivolgere addosso parole, toni e atteggiamenti che normalmente sono diretti alle donne, spesso non ride: si sente smascherato, esposto, messo a disagio. E quel disagio viene rapidamente trasformato in rabbia o negazione.
C’è anche un’altra cosa: molte di queste dinamiche sono talmente normalizzate che, finché non vengono portate all’estremo, non vengono riconosciute come problematiche.
Il paradosso serve proprio a questo: rendere visibile ciò che, nella quotidianità, è invisibile.
Negli ultimi tempi sei spesso bersaglio di insulti e attacchi personali sui social. Come vivi questo tipo di violenza verbale e qual è il tuo modo di rispondere?
Quando si parla di odio online, c’è una frase che sento ripetere spesso: «Se sei sui social, allora devi prenderti tutto».
Ma questa idea non sta in piedi. Perché la presenza pubblica non annulla i diritti.
Se una persona venisse insultata, minacciata o umiliata per strada, nessuno direbbe «eh vabbè, è uscita di casa, se l’è cercata».
Sarebbe chiaro che quello è un comportamento inaccettabile e perseguibile. Ecco, online non dovrebbe essere diverso.
Invece abbiamo creato una zona grigia in cui l’odio viene tollerato, dove la distanza dello schermo è un terreno fertile per frustrazioni covate a lungo.
Però il problema è che chi legge è una persona vera, non uno schermo. E quando riceviamo odio, si attivano risposte biologiche reali: stress, allerta, paura.
Per molte persone, soprattutto le più fragili, questa esposizione continua può portare a dubitare di sé, a isolarsi, fino a pensieri autolesivi o suicidari.
È importante dirlo: insultare, minacciare e diffamare non è libertà di espressione, è un illecito, anche dietro uno schermo. Esistono leggi e strumenti per denunciare, e sono quelli che io uso ed invito chiunque a fare lo stesso.
In Italia il tema dell’educazione sessuoaffettiva nelle scuole continua a essere oggetto di forti resistenze. Qual è la tua posizione e che ruolo può avere nella prevenzione della violenza?
Credo che l’educazione sessuo-affettiva non sia un tema ideologico, ma relazionale. Parlare di consenso, di corpi, di emozioni, di limiti significa dare strumenti, non indottrinare.
Molte forme di violenza nascono dall’analfabetismo emotivo, dall’incapacità di riconoscere il proprio desiderio e quello dell’altro.
Un’educazione che affronti questi temi con serietà e rispetto può avere un ruolo enorme nella prevenzione, perché insegna a stare in relazione, non a dominare.
Leggi letteratura femminista? Quali autrici senti più vicine al tuo percorso?Sì, ma in modo critico, non identitario. Gli ultimi libri che ho letto per approfondire il tema del femminismo e parità di genere:
Gerda Lerner, La creazione del patriarcato
Mona Chollet, Reinventare l’amore
bell hooks, La volontà di cambiare
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