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Femminismi | La newsletter di Anna Menale · Jan 23, 2026

Femminismo oltre l'hashtag

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Anna Menale · Femminismi | La newsletter di Anna Menale

Buongiorno,

oggi vi propongo un estratto da Manifesto per un pessimismo strategico. Scritti su transfemminismo, trumpismo e neoliberismo, volume pubblicato da Progetto Me-Ti che raccoglie gli scritti di Yasmin Nair, scrittrice e accademica statunitense.

Leggere Nair oggi implica accettare una sfida scomoda: smettere di gongolare nell’idea di essere irrilevanti.

Forse lo siamo, ma non quanto crediamo.

Ci capita spesso di rifugiarci nella certezza di non poter fare la differenza, mentre ci aspettiamo che tutti gli altri siano perfetti, che dicano e facciano sempre la cosa giusta.

Ma, come scrive Nair, questa è una «tattica di merda»: la sinistra non deve passare il tempo a dimostrare la propria integrità morale, ma deve dimostrare che la sua visione del mondo può davvero fare la differenza. Anche dicendo e facendo cose scomode.

Nair ci spinge a praticare un «pensiero doppio»: tenere insieme la tattica e la strategia. Ma, soprattutto, ci invita a liberarci dall’idea che di dover «amare o farci piacere quelli per cui e con cui lavoriamo».

L’obiettivo della politica non è creare un «gigantesco quartiere felice dove tutti sanno il tuo nome», ma rispondere ai bisogni concreti delle persone.

Nair critica un certo attivismo che si ferma ai simboli e alla retorica, dimenticando che senza sanità, soldi e casa, i diritti semplicemente non esistono.

Nello scritto che vi propongo oggi, Femminismo oltre l’hashtag, critica un certo attivismo femminista che, nel suo operato, diventa quasi un modo per sponsorizzare il lavoro di una singola persona, trasformatasi nel volto di una lotta che dovrebbe invece essere collettiva.

Dice una cosa importante però, non si limita a criticare questo tipo di femminismo: che il femminismo esiste nonostante le sue contraddizioni.

Anzi, va al di là delle sue contraddizioni.

Nella postfazione di questo libro, Viola Carofalo scrive delle parole che mi hanno colpito molto:

«Il morto puzza sempre di più e noi ci siamo rinchiusi in uno stanzino pieno zeppo di Arbre Magique. Il rischio, come aveva previsto Wendy Brown, è che persi di vista gli obiettivi, politici, collettivi, di trasformazione, tutto ciò che ci resta è il desiderio del bene, non come progetto concreto, ma come aspirazione puramente moralistica. La politica, divenuta il campo di questa tensione senza direzione, si privatizza e ripiega la sua azione verso l’interno. Finiamo per immaginarla come uno spazio dove poter restare buoni, e non come uno nel quale si può osare e bisogna essere spregiudicati».

Concludo così, e vi lascio alla lettura.

Un abbraccio,

Anna

di Yasmin Nair

In fin dei conti, non si può parlare di femminismo se non si parla anche di smantellare lo sfruttamento capitalista.

Un recente articolo di Michelle Goldberg1, sulle “guerre tossiche del femminismo su Twitter”, sta attirando un po’ di attenzione (sono restia a esagerare e a pensare che i miei feed di Facebook e Twitter indichino dei trend rilevanti nel mondo reale). A prima vista, dovrei essere d’accordo. Mi definisco femminista fin da quando ero molto piccola, da ben prima dell’adolescenza, e non è una definizione che ho intenzione di abbandonare.

Perdo subito la pazienza con quelle che si ostinano a dire che non possono essere femministe a causa di, ad esempio, femministe razziste o transfobiche – il fatto che diversi marxisti che conosco siano sessisti e razzisti non mi impedisce di definirmi marxista o di leggere Marx. Il fatto che il movimento Occupy sia pieno di un sacco di hipster bianchi che non hanno alcuna analisi strutturale del capitalismo e che pensano semplicemente che sia molto figo mettersi delle maschere, o il fatto che le assemblee siano spesso piene di persone che si lamentano del fatto che hanno perso i loro “stili di vita da classe media” e che vogliono semplicemente che il capitalismo funzioni a loro vantaggio, non mi convince a rinunciare alla mia critica allo sfruttamento capitalista.

E così via.

In ogni caso, quello che intendo è che il mio interesse verso il femminismo e il mio definirmi femminista non hanno nulla a che fare con le sciocchezze moderate e ginocentriche che vengono tirate fuori oggigiorno, annacquate con un sacco di chiacchiere sulla “sorellanza” (detesto questa parola, che ho sempre considerato, con grande diffidenza, un modo per farmi solidarizzare con persone che spesso non sopporto) e con un’idea vagamente essenzialista di come funziona il genere.

Per me, un femminismo che non affonda le radici in un’analisi sistemica del capitalismo e del neoliberismo in particolare, è piuttosto inutile. Quindi, non c’è da stupirsi se leggere l’articolo di Michelle Goldberg, così come molti degli elogi smodati di cui sta venendo coperto, mi fa solo dire: “Ehhhh…”. Che significa: mi ha lasciato un chiaro senso di disagio e la sensazione che c’è qualcosa che non va, ma non sono ancora davvero in grado di dare precisamente forma alle mie idee in merito… oh, che cazzo, sto dicendo una bugia.

Ecco qua: non mi piacciono le guerre su Twitter. Non credo che gli hashtag c’entrino qualcosa con il femminismo, francamente, perché non penso che porteranno ad alcun tipo di cambiamento strutturale. Il che non significa che le assemblee in presenza sono intrinsecamente meglio. Il femminismo non è morto, viene erroneamente identificato con ciò che Liza Featherstone chiama giustamente “pornografia dell’oltraggio”.

Quindi, sì, sono stanca della tossicità della cultura del call-out, ma questo fatto è solo indice della tossicità della vita per come la conosciamo in generale e non è legato specificamente alla vita online.

Dunque, perché non sto applaudendo l’articolo di Goldberg? Beh, tanto per cominciare: Mariame ed io abbiamo discusso un po’ di quest’argomento. Il suo feed di Twitter vi darà alcuni indizi su quello che ci sarà scritto.

Per quanto riguarda il mio punto di vista: quello che mi rende diffidente rispetto all’articolo di Goldberg è il fatto che sotto molti aspetti è strutturato ipocritamente come se tutta questa discussione non avesse a che fare anche con enormi quantità di capitale culturale. Nel leggere l’articolo di Goldberg, mi colpisce il fatto che tutta questa discussione riguarda anche persone che da ogni lato si contendono piccole sfere di influenza, che si traducono in danaro sonante, sotto forma di incarichi e lavori di scrittura.

Parlare con Mariame mi ha fatto riflettere a fondo su come le dinamiche di potere in questo contesto sono ancora molto marcate dalla razza, oltre che legate al genere. Per ora, sono indifferente verso tutte le fazioni.

Mi colpisce come Goldberg finga di essere semplicemente una commentatrice distaccata e come il suo ruolo di editorialista venga nascosto dalla sua narrazione. Il che non significa che le donne non si meritano di essere editorialiste ben retribuite, e certamente non chiediamo a Paul Krugman di rinunciare al suo posto che immagino sia incredibilmente ben retribuito al Times.

Ma c’è qualcosa che non funziona; sarebbe stato più onesto da parte sua ammettere che fa parte di questo mondo, un mondo di donne che devono capire come farsi un nome in un ambiente editoriale estremamente conflittuale, competitivo e sessista.

Sono anche indifferente verso le donne a cui fa riferimento Goldberg, anche se, ancora una volta, Mariame mi ha fatto notare aspetti delle loro carriere che non conoscevo.

Credo che tutte le persone implicate in questo articolo abbiano preso parte a un meccanismo atto ad accaparrarsi dell’influenza. Goldberg può essere più distaccata grazie al suo ruolo retribuito, mentre il resto di loro sta provando disperatamente a mantenere un piede dentro ad un ambiente tappezzato da quelle mine antiuomo che sono click e like.

So che le persone criticheranno questo pezzo sostenendo che sto implicando che dovremmo essere felici se le donne si accaparrano una fetta più grande della torta capitalista. Fatemi essere chiara: non sto sostenendo che un mondo migliore nascerà solamente se tutte noi otteniamo fette più grandi della torta capitalista. Mi oppongo alla torta, punto.

Alla fin fine, il femminismo – che è una lente necessaria attraverso cui comprendere e smantellare lo sfruttamento delle persone – non è al centro né dell’articolo di Goldberg, né, in realtà, del lavoro delle donne che critica.

Il femminismo sparisce dalla scena, mentre tutte provano a capire qual è il modo migliore per rendere celebre il proprio nome e il proprio profilo su Twitter.

In definitiva, non si può parlare di femminismo se non si parla anche di smantellare lo sfruttamento capitalista. E in quel mondo non succede.

1

Michelle Goldberg, Feminism’s Toxic Twitter Wars. Empowered by social media, feminists are calling one another out for ideological offenses. Is it good for the movement? And whose movement is it?, Feb. 2014, consultabile su www.thenation.com; l’articolo tratta dell’incontro tenutosi nell’estate del 2012 al Barnard College. Ventuno blogger/attiviste social femministe si riunirono per discutere su come sfruttare il sostegno istituzionale e filantropico al femminismo online. L’incontro e la proposta furono aspramente criticati per la modalità di partecipazione, considerata escludente, e gli obiettivi, generando una vera e propria ondata d’odio. A partire da questo episodio l’autrice prova a ragionare sulle potenzialità e i limiti dell’attivismo online, in particolare in campo transfemminista, sottolineando lo spirito moralizzatore e punitivo che spesso anima le “battaglie social” e la cattiva interpretazione del termine intersezionalità che ha, in questo contesto, via via perso la sua connotazione materialista.

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