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La moda, il sabato mattina · Jul 18, 2026

C'è una parola che la moda continua a negare alle donne

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Federica Salto · La moda, il sabato mattina

Avendo io passato un paio d’anni della mia vita ad analizzare ogni parola spesa su una direzione creativa (e credetemi, è stato intenso), temo mi sia rimasta una sorta di deformazione professionale. Se c’è una cosa che farò, dopo aver visto una sfilata, è leggere i commenti. Quelli dei critici del settore, quelli dei creator, quelli degli utenti sui vari social.

“Her commitment to being the laziest b*tch this industry have ever seen is just remarkable.” È un commento relativo alla prima collezione Haute Couture di Fendi disegnata da Maria Grazia Chiuri, che ha sfilato a Roma la settimana scorsa. Non devo arrivare io a sottolineare la facilità con cui si continua a dare della b*tch a una donna, né a raccontarvi che Chiuri è forse la designer che ha ricevuto le critiche più dure e più costanti dell’ultimo decennio, nonostante abbia quadruplicato (sì, quadruplicato) i ricavi di Dior durante la sua direzione, un’impresa riuscita a pochissimi, uomini compresi.

Maria Grazia Chiuri nel finale della sfilata Haute Couture di Fendi.

Però questo commento mi ha fatto venire voglia di setacciare gli archivi e provare a rispondere a una sensazione che sento sempre addosso: è vero che la moda è restia a celebrare le sue designer donne, a prescindere dal loro effettivo successo?

Prima volta da queste parti? Ciao, mi chiamo Federica Salto. Ho passato quindici anni dentro la moda, prima nelle redazioni, iO Donna e Vogue Italia, poi affiancando il direttore creativo di Gucci. Adesso scrivo da indipendente e ogni sabato mattina alle 7.30 mando una newsletter come questa: un tema solo, spiegato fino in fondo, per chi vuole capire come funziona davvero questo sistema e come ci riguarda. Più una selezione di link che vale la pena recuperare. Gratis, senza pubblicità nascosta. Iscriviti qui.

Nel 1983, nel catalogo della mostra a lui dedicata, Diana Vreeland scrisse a proposito di Yves Saint Laurent: “perché è un genio, perché sa tutto delle donne”. Anni dopo, Alexander McQueen si è preso del “provocative genius” niente meno che dal suo datore di lavoro, François-Henri Pinault. Alla morte di Karl Lagerfeld, nel 2019, gli conferirono il titolo di genio sia Alain Wertheimer, CEO di Chanel, sia Bernard Arnault, CEO di LVMH, di cui fa parte Fendi. E “genio” non è solo per i designer (uomini) morti: l’attributo è stato riconosciuto più volte a John Galliano, anche dopo lo scandalo di antisemitismo e il licenziamento da Dior. Era un genio anche Azzedine Alaïa: lo ha scritto la ministra della cultura francese Audrey Azoulay nel 2017. Armani, Valentino, Jacobs: a nessuno dei grandi è stato risparmiato, in parecchie occasioni, questo attributo così significativo.

Alle designer donne, invece, succede molto più raramente.

Sicuramente non succede a Maria Grazia Chiuri. Altro che genio: al massimo “cookie-cutter”, scriveva Cathy Horyn già ai tempi del suo debutto da Dior, e “safe and salable”, ha scritto Miles Socha su WWD del suo debutto da Fendi. D’altronde, chi vuole dare del genio a una che non si è mai scomodata di intellettualizzare i suoi vestiti, anzi, ha fatto l’esatto opposto, ha preso il femminismo e l’ha reso comprensibile, tiktokizzabile? Non si tira indietro, Chiuri, quando si tocca questo nervo nelle interviste, basti leggere quella pubblicata su Vogue Italia lo scorso febbraio, in occasione del suo debutto da Fendi: “tutti si ricordano di me perché da Dior ho fatto grandi numeri. Quando è un designer uomo a far salire i ricavi alle stelle, è perché ha il senso degli affari. Ma, se si tratta di una donna, allora è perché è commerciale.” Curioso che coincida con l’opinione di un’altra direttrice creativa, ex Givenchy, Clare Waight Keller, che ha detto a WWD di trovare sconcertante che tante designer straordinarie siano considerate “solo commerciali”. Una caratteristica, quella di creare abiti che effettivamente vendano, che non è stata però letta come un difetto quando ad averla erano gli uomini: Michael Rider, che oggi, anzi, viene celebrato proprio per la sua capacità di proporre una moda “reale”.

Claire Waight Keller è una di quelle che si è sempre espressa senza paura sui temi del sessimo nella moda. Potete seguirla su Instagram.

Non tutte le designer donne sono così disprezzate, naturalmente. Però al massimo si guadagnano, nella narrazione comune, il titolo di icone, o ancora di custodi. Vivienne Westwood è un personaggio, non un genio. Tantomeno lo è Donatella Versace, che è però certo un’icona; lei stessa, nel comunicato di addio al brand dello scorso anno, ha scritto che il vero genio era il fratello, sperando di averne un po’ dello spirito. È stata custode, naturalmente, Virginie Viard, dando il tempo a Chanel di trovare la sua strada dopo la morte di Karl Lagerfeld, di cui era stata braccio destro (e sinistro) da sempre. Lo stesso destino di Sarah Burton che, nonostante il generale plauso della critica durante i suoi anni di successione ad Alexander McQueen, che era stato il suo capo da sempre, soffre ancora il paragone. Lei stessa ha detto a Interview Magazine nel 2012: “Lee era un tale genio che non posso fingere di essere lui.” Né, evidentemente, ad ambire allo stesso titolo. Qualcuna è stata regina di un certo territorio: Jil Sander “Queen of Less”, Sonia Rykiel “Queen of Knits”. Véronique , congedata da Hermès dopo 38 anni e 76 sfilate, è stata ringraziata dal suo CEO per la sua lealtà. A parità di longevità, Lagerfeld per entrambi i suoi CEO era un genio, Nichanian leale.

Dalla prima foto all'ultima: Vivienne Westwood, Donatella Versace, Virginie Viard, Sarah Burton, Jil Sander, Sonia Rykiel, Véronique Nichanian.

Del resto è la stessa Waight Keller, poche settimane fa, a indicare dove si sigilla questo canone: nei musei. Alla premiere del suo documentario, ha osservato che i designer uomini ricevono grandi retrospettive, mentre pochissime donne ne hanno mai avuta una, e che spera di cambiare questa narrazione insieme alle colleghe. Il cerchio si chiude dove si era aperto: in un museo, con un catalogo, con la parola “genio” scritta accanto al nome di un uomo.

Alcune, però, questo benedetto attributo se lo sono preso con la forza. Rei Kawakubo, “the least compromising genius” secondo The New Republic. Miuccia Prada, un genio che viene dalla mente e non dalle viscere, in contrapposizione al genio minaccioso e maniacale di McQueen e Galliano, come l’ha descritta la stampa di settore. Non sono CEO a darglielo, perché loro i CEO non li hanno mai avuti (o quasi): le aziende sono loro, fanno quello che gli pare, per quanto sia possibile. Un po’ come Elsa Schiaparelli e Coco Chanel. Tutte donne che non hanno aspettato che fossero degli uomini a dare loro del genio: quella qualifica sono andate a prendersela. E così ha fatto la celebratissima Phoebe Philo, che dopo Céline è sparita per sei anni, non una dichiarazione, e alla fine è tornata con il suo brand, le sue regole, il suo fandom. E che ora viene definita genio. Mai genio e basta, però: un “female-first genius” per SHOWstudio, un “design genius” per Culted, che lo spiega così: da madre, capisce come vuole vestirsi la donna moderna.

Dalla prima foto all'ultima: Rei Kawakubo, Miuccia Prada, Elsa Schiaparelli, Coco Chanel, Phoebe Philo.

Chi ha debuttato nell’anno dei grandi debutti, il 2025? Provate a ripassarli a mente. Anderson, Blazy, Demna, Piccioli, Martens... Ah sì, anche Louise Trotter e Meryll Rogge. La prima succedeva a Blazy da Bottega Veneta, eppure il suo inizio è stato completamente oscurato da quello del suo predecessore: tutta l’attenzione a paragonare il lavoro fatto da Bottega con quello nuovo da Chanel, i testimonial passati di testimone, le gonne larghe con le frange sotto, il lato divertente degli accessori. La seconda, che gode di una popolarità infinitamente più piccola di tutti gli altri citati, è passata semplicemente inosservata, in una città, Milano, che sembra adorare solo i suoi big brand, e che però esalta Simone Bellotti da Jil Sander, dimostrando di saper vedere il merito quando c’è. Forse solo sugli uomini, però? Un filo più di entusiasmo c’è stato per Chemena Kamali, ormai già a due anni dal suo inizio da Chloé. Genio, però, non l’ha ancora chiamata nessuno.

Louise Trotter, Meryll Rogge e Chemena Kamali.

Questo numero della newsletter, come detto all’inizio, voleva essere un’esplorazione. Mi sarebbe piaciuto smentire quella sensazione che le direttrici creative donne, per essere considerate dei geni almeno al pari dei loro colleghi uomini, dovrebbero probabilmente fare l’impossibile, e in molti casi non sarebbe comunque abbastanza. Invece, ho trovato davanti a me un sistema che, il più delle volte, incasella le donne come delle esecutrici, degli ottimi bracci destri. Ma ho, soprattutto, trovato nella mia ricerca un sacco di gente che si fa domande come quelle che mi faccio io, e che testimonia di un sistema moda che spesso assomiglia a un club per ragazzi, di nomine che inseguono l’istinto a scegliere qualcuno che ci somigli, e se chi nomina sono tutti uomini è presto detto, di un sistema che stigmatizza chi sceglie la genitorialità, o anche solo il fatto di avere una vita, al di fuori del proprio ufficio. Questa sarebbe tutta un’altra storia, e ci sarà tempo per scriverne qui, ma la cito oggi perché ha molto a che fare con la cultura sminuente nei confronti di chi mette la cura al primo posto. Anche nel creare abiti.

P.S. So di averne lasciate fuori tante: Grace Wales Bonner, Carolina Herrera, Mariuccia Mandelli, Stella McCartney, Alberta Ferretti, Jeanne Lanvin, Vera Wang, Simone Rocha, Mary-Kate e Ashley Olsen. Me lo tengo come nota per il futuro: qui ci sarà sempre spazio per loro.

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