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CORPOEIMMAGINI | di Federicapaola Capecchi · Feb 27, 2026

L’immagine che incrina il dominio

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Federicapaola Capecchi · CORPOEIMMAGINI | di Federicapaola Capecchi

Della fotografia di Francesco Tadini sulla scultura di Giambologna, Ratto delle Sabine (1581–1583), Loggia dei Lanzi, Firenze.

Perché parlare di una scultura – e di una foto che la ritrae – in una rubrica che si chiama CORPOEIMMAGINI? Perché ci sono immagini capaci di far collassare le categorie. Immagini in cui la materia smette di essere ciò che è e, per una strana densità di gesto e di tempo, diventa qualcos’altro: diventa corpo, diventa relazione, diventa rischio.

In CORPOEIMMAGINI il corpo non è mai solo anatomia e l’immagine non è mai solo rappresentazione. È territorio politico, spazio di conflitto, luogo in cui si ridefiniscono posture, ruoli, poteri.

Accade, talvolta, che anche il marmo – nella mano di uno scultore (Giambologna) e nell’occhio di un fotografo (Francesco Tadini) – cominci a vibrare come carne. È da qui che parte questo articolo.

Esistono fotografie che rivelano. Che raccontano un cedimento. In questo caso Francesco Tadini fotografa una vertigine. La forma appare sul punto di disfarsi, come se il corpo – anche quando è di pietra – tentasse di liberarsi dalla propria forma e immobilità.

Nella tradizione dello sguardo la scultura va fissata da un punto di vista “giusto”, stabile. Qui avviene l’opposto. Il punto di vista viene sabotato. Il mosso – come spesso nella ricerca di Tadini – è una scelta etica, non un effetto estetico. Non distanza, ma partecipazione. È un modo di accettare che il corpo non è mai stabile, che non esiste una posizione neutra da cui guardare la violenza, il desiderio, la lotta.

Il risultato è che il marmo smette di essere marmo. Diventa carne che vibra, pelle che si sottrae, un grido che non si lascia mettere a fuoco. Dolcezza e violenza non sono più poli opposti: convivono nello stesso gesto, nella spirale che avvolge e disorienta. In questa visione di Francesco Tadini la narrazione si incrina.

Il “ratto”, nella storia dell’arte e del mito, è un dispositivo di dominio: fonda civiltà attraverso il possesso del corpo femminile. Ogni volta che lo guardiamo frontalmente, in modo stabile, questa gerarchia si ripete. Ma qui la figura si dissolve. Il gesto non è più leggibile. Il corpo rapito diventa vento e la presa non riesce a fissarlo. I contorni cedono, le identità si scambiano: non sappiamo più chi fugge e chi trattiene.

L’instabilità impedisce qualsiasi posizione di comodo, qualsiasi distanza “estetizzante”. Il movimento confonde le gerarchie, ed è una confusione onesta.

Il corpo, anche quando scolpito, si rivela per quello che è davvero: evento, processo, conflitto. Una relazione da attraversare. Qui entra in gioco il movimento, non solo della scultura ma di Francesco Tadini. È il cedimento dell’asse, l’instabilità della postura, a trasformare la materia. La fotografia diventa coreografia: non guardiamo più la scultura, la attraversiamo.

Giambologna aveva già lavorato la pietra al limite della carne, anticipando Rodin nell’idea di una scultura che contiene tutto il movimento che l’ha generata. Il mosso fotografico guidato dal pensiero di Tadini aggiunge il calore del movimento reale. Non è una metafora: lo si percepisce in quella luce che scivola lungo i fianchi come se ci fosse sangue pulsante sotto la superficie. Il marmo perde durezza, si fa tendine, sudore, torsione. Una metamorfosi inquietante e meravigliosa: la materia respira.

È questa vibrazione a far emergere il nodo centrale: lo sguardo non può essere neutrale. L’immagine chiama in causa chi osserva. I corpi si torcono in un modo che confonde chi fugge e chi insegue, chi subisce e chi agisce. La gerarchia sfuma e il potere diventa instabile. Questa confusione è forse l’unica forma di onestà possibile davanti alla violenza.

Il richiamo a Bragaglia è evidente, ma svuotato dell’enfasi eroica: qui c’è smarrimento, non celebrazione del dinamismo. È un barocco quasi berniniano, privato della teatralità, che diventa coreografia pura. Il corpo diventa spirale, forma della vertigine ma anche della storia che ritorna. Ogni epoca ripete il ratto in forme diverse; il corpo femminile continua a essere un campo di battaglia simbolico e reale. Tuttavia, nella smaterializzazione di questa immagine, la figura non può più essere posseduta dallo sguardo. È una danza tremenda, non per spettacolarità, ma perché trema.

Come accade nelle opere di Bill Viola, dove il tempo viene manipolato per scovare lo strato sacro sotto il quotidiano, qui il movimento cerca la verità fisica che nessuna narrazione può cancellare.

Rinunciare al controllo per entrare nella relazione è l’unica via. Noi restiamo lì, a girare intorno a questi corpi e a questa immagine, cercando ancora il punto esatto in cui la violenza somiglia a un abbraccio, o in cui l’abbraccio contiene già il germe della violenza.

Quando l’immagine si smaterializza, quando la figura sfugge al possesso dello sguardo, qualcosa finalmente si incrina. È lì che il marmo, per un istante, torna corpo. Il corpo torna storia viva, non è più allegoria da contemplare.

Questa fotografia di Francesco Tadini ci restituisce poi una verità più dura e più limpida: nel momento in cui la forma cede e il corpo ricomincia a parlare, l’immagine diventa politica. Così la visione diventa responsabilità.

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Read the original on federicapaola.substack.com

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