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CORPOEIMMAGINI | di Federicapaola Capecchi · Mar 6, 2026

I corpi che resistono

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Federicapaola Capecchi · CORPOEIMMAGINI | di Federicapaola Capecchi

Raft of Medusa Performance by Federicapaola Capecchi - Video Dance-Installation by Lutz Gregor and Federicapaola Capecchi - Foto Lutz-Gregor

Il corpo pre-narrato: quattro movimenti tra sorveglianza e resistenza

Questo testo nasce dall’intervento che ho tenuto ieri sera all’evento di chiusura del progetto e mostra fotografica “Orwell 1984/2025 - Visioni e Dissidenze. Racconti dall’anno che non finisce mai”. Lo scrivo da una doppia prospettiva: quella di chi si occupa di fotografia e quella di coreografa che studia e pratica il corpo non certo come questione estetica. Anni di lavoro in profondità che mi hanno fatto comprendere ancora meglio quello che i filosofi mi avevano spiegato e oggi ancora mi insegnano con le loro parole: il corpo sa cose che il sistema non può raggiungere. Il corpo è il luogo dove il potere può incontrare il suo limite. L’articolo si sviluppa in quattro movimenti che intrecciano la riflessione sul corpo con quella sull’immagine, perché sono convinta che oggi non si possano più pensare separatamente.

MOVIMENTO 1 Il corpo pre-narrato

Quando Orwell scrive 1984, il terrore è lo schermo che ti osserva. La sorveglianza come occhio autoritario, imposto.

Oggi lo schermo lo portiamo in tasca. Lo tiriamo fuori centinaia di volte al giorno. Lo mettiamo davanti alla faccia dei bambini quando piangono. Lo posizioniamo sul comodino prima di dormire. Nessuno ce lo ha imposto.

Questo è il paradosso che mi ha ossessionata per mesi mentre lavoravo sul progetto, e che il filosofo sud coreano Byung-Chul Han ha formulato in modo per me insuperabile: viviamo nella società della trasparenza. La differenza rispetto al controllo è abissale. Il controllo si impone dall’esterno e genera resistenza. La trasparenza si offre dall’interno e genera desiderio. Il Grande Fratello ci ha sedotti. Impoverendoci in profondità.

Byung-Chul Han infatti spiega come questa trasparenza impoverisca la vita umana in modo profondo. Perché fa perdere tre elementi fondamentali: la fiducia, il mistero, il pensiero. Che chiedono tempo e mediazione. Trasparenza che consuma anche. Non hai più zone d’ombra né riposo. Una iper esposizione che genera, alla fine, una sorta di burnout collettivo.

Foucault, cinquant’anni fa, aveva già intuito qualcosa di simile parlando del Panopticon, riprendendo il progetto architettonico di Jeremy Bentham: quella torre centrale nelle carceri circolari da cui il guardiano poteva vedere tutti i detenuti senza essere visto. Il punto era che i detenuti non potevano sapere quando venivano guardati. Quindi si autosorvegliavano. Sempre. La visibilità, scriveva Foucault, è una trappola. Se Foucault nel 1975 in Sorvegliare e Punire ci avvertiva del Panopticon come prigione invisibile, Byung-Chul Han ci dice nel 2010 che quella prigione l’abbiamo adibita a casa arredandola con i nostri dati e la nostra trasparenza. Il Panopticon digitale non ha più bisogno di mura e la torre di controllo è ovunque, nei nostri smartphone.

Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante. Qualcosa che va oltre la sorveglianza.

Il problema è che veniamo raccontati. Prima ancora di aprire bocca, prima ancora di fare un gesto, esistiamo già come narrazione. L’algoritmo ha già deciso chi sei. Ha letto i tuoi movimenti, i tuoi acquisti, le tue soste, i tuoi like. Ha letto il tuo corpo: quanto cammini, quanto dormi, come si muovono i tuoi occhi sullo schermo. E da tutto questo ha costruito una versione di te.

Una versione che non ti ha chiesto il permesso. Sei già stato raccontato prima ancora di parlare.

Ho chiamato questo, nei miei appunti, la Room 101 digitale. In Orwell, la Stanza 101 è il luogo della paura più intima, ciò che ti distrugge dall’interno. Quella stanza oggi è dentro di noi: sono le notifiche che interrompono il pensiero nel momento più fragile. Sono i feed infiniti che cancellano la memoria di ciò che abbiamo appena letto. È la geolocalizzazione che trasforma ogni nostro movimento in dato.

Voglio fermarmi su una cosa. Perché c’è un punto in cui questa riflessione diventa una questione di vita o di morte. Un corpo che non può più essere testimoniato univocamente è un corpo che può essere ucciso, violato, cancellato. Poi raccontato come eroe, come minaccia, come errore statistico, come necessità. Pensate a cosa significa concretamente. Un migrante che annega: è una tragedia o un’invasione, a seconda di chi racconta. Una donna uccisa dalla polizia: è una vittima o una criminale, a seconda della narrativa che prevale. Un manifestante ferito: è un martire o un terrorista, a seconda del canale che guardate.

Hannah Arendt, in Verità e politica (1967), scriveva una cosa che oggi suona profetica: i fatti sono più fragili delle opinioni. Perché la menzogna può sostituirli, anche se non può cancellarli del tutto. La verità fattuale (un corpo è morto, un evento è accaduto) resta. Da qualche parte, resiste.

Questo è il punto in cui Orwell aveva visto più lontano di tutti. Winston Smith lottava per una cosa concreta, quasi infantile: il diritto di dire che due più due fa quattro. Il diritto al fatto. Il diritto alla realtà condivisa.

Oggi quel diritto è sotto attacco in modo più sofisticato di quanto Orwell avesse immaginato. Basta sommergere i fatti con mille versioni alternative. Bastano mille ministeri decentralizzati, ognuno con la sua verità, tutte disponibili, tutte plausibili per qualcuno.

Raft of Medusa Performance by Federicapaola Capecchi - Video Dance-Installation by Lutz Gregor and Federicapaola Capecchi - Foto Lutz-Gregor

Il corpo è la vittima principale di questa guerra narrativa. Perché il corpo è il luogo in cui la post-verità diventa una questione concreta: chi può essere ucciso e raccontato come necessità? Chi può scomparire senza che nessuno possa testimoniarlo?

Ma voglio aprire uno spazio di speranza. Se il problema è che il corpo viene dissolto nella narrazione, allora la prima elementare risposta, è tornare ad essere corpo.

Cosa significa? Significa rivendicare la propria presenza fisica come atto politico. Occupare spazio. Avere peso. Essere ingombranti. Judith Butler, nei suoi lavori sulla performatività e l’assemblea, dice qualcosa di straordinario: i corpi che si radunano in uno spazio pubblico stanno affermando la propria esistenza. La presenza corporea è già, di per sé, una dichiarazione. Un corpo presente non può essere facilmente raccontato come assente. Un corpo che occupa spazio fisico, che ha una voce, che guarda negli occhi, che stringe una mano, quel corpo è più difficile da dissolvere in narrazione algoritmica.

È un punto di partenza che mi porta a una domanda che voglio lasciarvi: esiste ancora uno spazio in cui il corpo possa raccontarsi da solo? Esiste ancora un gesto, un atto, un’immagine che sfugga alla narrazione di qualcun altro?

È anche da qui che la fotografia deve ripartire. Quella che vuole fare documento. Per testimoniare i corpi che ci sono. Che esistono. Che resistono.

MOVIMENTO 2 Il corpo irriducibile

Nessuno sa ancora cosa può un corpo“ Spinoza

Ho studiato il corpo come scrittura e creatore di senso, prima ancora di studiare la fotografia. Quella formazione mi ha lasciato una convinzione che non ho mai abbandonato, e che negli anni è diventata sempre più politica: il corpo non mente. Può essere costretto, può essere disciplinato, addestrato, ottimizzato, sorvegliato. Ma conserva sempre qualcosa che resiste. Un’irriducibilità. Una zona opaca che nessuna narrazione riesce a colonizzare completamente.

Spinoza, nel Seicento, scriveva una cosa che suona quasi scandalosa nella sua semplicità: “Nessuno sa ancora cosa può un corpo.” Non lo sapeva allora. Non lo sappiamo ancora adesso. Forse è proprio in questo non-sapere che sta la nostra libertà residua.

Il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, nel Novecento, ha costruito un’intera filosofia su questa intuizione. Per Merleau-Ponty il corpo non è uno strumento che possediamo. Noi siamo il nostro corpo. Non ho un corpo: sono un corpo.

Chi pratica la danza, o uno sport, o qualsiasi disciplina fisica profonda, lo sa. Sa che il corpo ha una sua intelligenza che non passa per il pensiero razionale. Sa che certe cose il corpo le sa prima che la mente le capisca. Impara che il corpo ha ritmi biologici, emotivi, psichici che nessun sistema esterno può riscrivere completamente. Certo viviamo in un’epoca che ci sta provando, inducendoci ad un’ autosorveglianza totale. Ogni giorno. Si chiama Instagram Stories. Si chiama condividere la propria vita in tempo reale. Qualsiasi possibilità critica dell’autosorveglianza noi l’abbiamo trasformata in intrattenimento.

Ma torno a Orwell. C’è un momento in 1984 che non smette mai di colpirmi: Winston e Julia si ribellano con il corpo. L’atto sessuale tra loro è un atto politico; Orwell lo dice esplicitamente: “The sexual act, succesfully performed, was rebellion”. È la rivendicazione del diritto al piacere non amministrato, al gesto che sfugge al controllo, allo spazio intimo del desiderio che non chiede permesso, non si giustifica e semplicemente è. Il Grande Fratello controlla tutto. Quel momento, no.

Qui voglio portare una voce italiana, viscerale, che aveva già visto tutto cinquant’anni fa. Pier Paolo Pasolini, negli anni Settanta, scrive che il potere omologa e svuota. Il corpo, diceva, è il luogo dove questa omologazione si compie o si inceppa. Perché il corpo porta una memoria che viene prima della cultura e dell’ideologia.

Il dolore è reale. La stanchezza è reale. Il piacere è reale. La fame è reale. La morte è reale e definitiva. Queste sono verità che appartengono al corpo prima ancora di appartenere al linguaggio. Nessuna narrazione, per quanto sofisticata, può cancellarle del tutto. Quella memoria può essere distratta e sedotta. Ma resta. Come resta la gravità.

Raft of Medusa Performance by Federicapaola Capecchi - Video Dance-Installation by Lutz Gregor and Federicapaola Capecchi - Foto Lutz-Gregor

MOVIMENTO 3 Il buco della memoria

Troppa luce è buio

Voglio partire da un altro paradosso che mi ha perseguitata per tutto il tempo in cui ho lavorato a questo progetto.

Orwell immaginava la distruzione della memoria come atto deliberato. Il Ministero della Verità bruciava i documenti, riscriveva i giornali, cancellava le tracce. La memoria veniva soppressa con metodo e intenzione. Noi abbiamo fatto qualcosa di più elegante e di più perverso. L’abbiamo sommersa.

In questo momento, mentre siamo qui, nel mondo vengono scattate circa due miliardi di fotografie al giorno. Due miliardi. La maggior parte non verrà mai guardata davvero. Verrà archiviata e sepolta sotto altre immagini. Esistiamo in una civiltà che ha più immagini di qualsiasi altra nella storia umana e che paradossalmente ricorda meno.

Avevamo immaginato che più immagini significassero più memoria, forse anche piú verità. E invece abbiamo scoperto che troppa luce è buio.

Jorge Luis Borges, in un racconto del 1942 che si intitola Funes el memorioso, immagina un uomo che dopo una caduta da cavallo sviluppa una memoria perfetta e assoluta. Ricorda tutto. Ogni foglia di ogni albero che ha mai visto. Ogni nuvola di ogni giorno della sua vita. Ogni dettaglio di ogni momento. Questa memoria totale lo paralizza completamente. Perché pensare, ci dice Borges, significa dimenticare le differenze, significa generalizzare, astrarre, scegliere cosa tenere e cosa lasciare andare. Funes non riesce a pensare perché non riesce a dimenticare niente. La memoria perfetta è l’impossibilità del pensiero.

Noi siamo diventati Funes. Collettivamente. Abbiamo costruito un sistema di memoria perfetta, server farm che archiviano miliardi di immagini cloud infiniti, algoritmi che non dimenticano nulla, e questa memoria totale ha prodotto una forma nuova e paradossale di amnesia. Non ricordiamo perché abbiamo troppo da ricordare. Non vediamo perché abbiamo troppe immagini da vedere.

Il Ministero della Verità di Orwell cancellava selettivamente. Il nostro sistema sommerge indiscriminatamente. Ma il nostro sistema ha un vantaggio in più: ci fa sentire informati mentre lo fa.

Lucrezio, nel De rerum natura, insiste sulla natura fisica delle cose. La realtà materiale come unica verità incontrovertibile e introduce un concetto affascinante: il clinamen, la deviazione imprevedibile degli atomi nel loro cadere. Quella piccola, infinitesimale sbandata che introduce il caso nel determinismo, che apre uno spazio di libertà nell’universo fisico.

La caduta è inevitabile. Ma il modo in cui cadi non lo è completamente. Tenete questo pensiero.

Un corpo morto è un corpo morto. Indipendentemente da come viene raccontato.

Nel 1962, Chris Marker realizza La Jetée, un cortometraggio composto quasi interamente di fotografie fisse. È un film sulla memoria e sulla perdita. Il protagonista è ossessionato da un’immagine della sua infanzia: un momento sul molo di Orly, un viso di donna, una morte. Cerca di capire se è un ricordo vero o un’immagine costruita, se ha davvero vissuto quel momento o se lo ha immaginato con tale intensità da renderlo reale. Marker ci dice qualcosa di cruciale: la fotografia sostituisce la memoria. Quello che ricordiamo è la fotografia dell’evento, la sua rappresentazione. In un’epoca in cui ogni esperienza viene immediatamente trasformata in immagine condivisa, la vera perdita è la memoria che non si forma. La resistenza è il clinamen: quella piccola deviazione che accade nel corpo prima che la mano arrivi al telefono o alla macchina fotografica. Il momento vissuto prima di diventare documento o gesto creativo. Quello non si archivia.

MOVIMENTO 4 La fotografia: complicità o dissidenza?

Il corpo è l’ultimo argine

Da persona che si occupa di fotografia devo dirmi una cosa scomoda: la fotografia è parte del problema.

Orwell aveva inventato la neolingua, quella lingua ridotta costruita per rendere impossibile il pensiero critico. Oggi esiste una neolingua dell’immagine. Walker Evans, negli anni Trenta, fotografava l’America della Depressione con una precisione quasi scientifica: ogni scelta di frame era un atto etico prima ancora che estetico. La mediazione era consapevole, e quella consapevolezza era il pensiero. Oggi, non sempre ma molte volte, c’è un algoritmo in mezzo. Il filtro non sceglie: esegue. La differenza non è tra purezza e mediazione, è tra intenzione e automatismo.

La domanda che mi sono fatta per mesi è stata brutale: posso ancora usare la fotografia come atto di resistenza? O sto semplicemente aggiungendo altre immagini al rumore?

La risposta, ancora in divenire, è che la fotografia può resistere solo se smette di fingere di essere documento neutro, quando vuol essere documento, e diventa atto critico.

Vilém Flusser, negli anni Ottanta, scriveva che il fotografo crede di essere libero ma è in realtà un funzionario dell’apparato: esegue il programma della macchina. La fotografia però non nasce neutra nemmeno come strumento. Allan Sekula lo ha documentato: il primo grande archivio fotografico della storia era un archivio di corpi da sorvegliare - criminali, poveri, malati, “pericolosi”. Quando oggi un algoritmo legge il tuo volto e decide chi sei, sta facendo esattamente ciò per cui una certa fotografia era stata inventata. Hito Steyerl aggiunge l’ultimo dato: nell’epoca della circolazione virale, l’immagine si degrada, perde risoluzione a ogni condivisione. Quella povertà è politica. La circolazione frenetica è in parte entropia, non democrazia visiva.

Eppure credo ancora che la fotografia possa essere sovversiva. Come la neolingua orwelliana poteva essere sabotata dall’interno, così la fotografia può essere usata contro sé stessa. Ma solo da chi sa esattamente con cosa ha a che fare.

Nella mia altra vita professionale, la coreografa, ho lavorato non solo nei luoghi deputati al corpo, ma anche in carcere, con soggetti autistici, in luoghi dove il corpo è il primo e ultimo territorio di controllo. Con i soggetti autistici si lavora con corpi che comunicano in modo che il sistema non sa catalogare: corpi che resistono alla narrazione dominante per natura. Il sistema li chiama difficili perché non si adattano al formato previsto. In quella irriducibilità c’era una forma di libertà rare volte sperimentata.

Ho capito lì quello che Merleau-Ponty e Spinoza dicevano con le parole della filosofia: il corpo sa cose che il sistema non può raggiungere. Ha una verità che precede la narrazione e persiste anche quando tutto il resto è stato colonizzato.

Tutte le battaglie politiche più decisive che dovremmo combattere oggi, insieme alla questione climatica, l’economia, i diritti e la geopolitica, sono battaglie sul corpo. Il corpo della donna: chi decide sulla propria vita riproduttiva. Il corpo malato: chi ha il diritto alla morte dignitosa. Il corpo migrante: quali corpi possono attraversare i confini e quali diventano errori del sistema. Il corpo trans: chi decide qual è il corpo giusto, chi ha il diritto di essere corpo nel modo in cui lo sente.

Sono tutte la stessa battaglia. La domanda di chi ha il diritto di raccontare il tuo corpo, di decidere cosa sei, cosa puoi, cosa vali.

Perché questa urgenza di ritornare al corpo proprio mentre l’intelligenza artificiale promette di liberarcene? Perché il corpo è l’ultimo argine alla smaterializzazione del reale. Finché c’è corpo c’è dolore. Finché c’è dolore c’è verità, quella dell’esperienza, che non può essere simulata. Il corpo è sempre l’eccesso, il residuo irriducibile. Per questo ogni mio progetto, che sia con la fotografia o con la danza, è un’invocazione al corpo e quindi a voi dato che siete il vostro corpo: chiamatevi a tornare. Invitatevi a non arrendervi, a resistere. Siete ancora necessari. Siete ancora la misura di tutte le cose.

Il corpo è ancora, nonostante tutto, il luogo dove la verità accade.

Raft of Medusa Performance by Federicapaola Capecchi - Video Dance-Installation by Lutz Gregor and Federicapaola Capecchi - Foto Lutz-Gregor

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