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Extra Colas: solo l'ennesima newsletter · Aug 23, 2025

Un concerto che ho visto a Londra lo scorso fine settimana

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Emiliano Colasanti · Extra Colas: solo l'ennesima newsletter

Eccoci qua, completamente a caso.
Ogni tanto ripenso agli albori di questa newsletter, al tentativo di avere una costanza nelle pubblicazioni e al fatto che già durante l’estate del Covid avevo capito che nella vita ci sono tante promesse che sono in grado di mantenere ma non quella della regolarità. E dato che ultimamente qui era diventato un pochino una raccolta di necrologi, ho deciso di prendere i minuti di vuoto che l’estate abitualmente ci regala per raccontarvi una cosa che sono andato a vedere lo scorso venerdì 15 agosto. Ferragosto. A Londra.
Ecco, l’idea di andare a Londra durante la settimana di Ferragosto e per giunta con l’intenzione di andare a vedere un concerto (non era proprio “un concerto”, poi ve la spiego bene) non l’avevo presa troppo sul serio. Per capirci: quando i Sault hanno annunciato che avrebbero fatto un takeover di una delle giornate dell’All Points East e messo in vendita i biglietti, preso dall’entusiasmo avevo provato a prenderli e - devo dire con estrema facilità - c’ero pure riuscito.
Perché l’ho fatto? Perché mi piacciono i Sault, direte voi, ma pure perché per me questa è stata ed è ancora un’estate strana. Nel senso che, normalmente l’estate, prima di riuscire a staccare un po’ sono abituato a rimbalzare come una pallina da ping pong tra i vari tour degli artisti di cui mi occupo. E rispetto alle ultime questa per me è stata un’estate vagamente più tranquilla del solito, che mi ha fatto girare un po’ meno per lavoro e più proprio per andare a vedere spettacoli dal vivo in cui non ero coinvolto se non da spettatore. Poi, se volete, possiamo fare una verticale sul fatto che per passione mi ritrovo a fare più o meno le cose che faccio per lavoro.
Ma quella, a questo giro, ve la risparmio. A meno che non abbiate intenzione di chiedermi dei soldi e farmi sdraiare su un lettino.

Ho comprato i biglietti dei Sault, dicevo, con l’idea che molto probabilmente li avrei rivenduti e invece, col passare delle settimane, si è fatta strada in me la sensazione che prendersi una vacanza dalle vacanze e andare in un grande città nel momento in cui tutti vanno al mare o in montagna poteva non essere una minchiata.
E infatti non lo è stata. Vabbè.
Arrivati a questo punto, forse qualcuno tra voi si starà chiedendo: “Ma chi cazzo sono ‘sti Sault?” E perché uno deve starci così in fissa al punto di spendere in biglietti, voli e alberghi? E la domanda per una volta non è del tutto insensata, perché chi sono o cosa sono i Sault non è una roba del tutto chiara. O perlomeno non lo era sei anni fa, ma anche adesso che le cose intorno a questo progetto sono diventate più comprensibili, resta comunque un grande alone di mistero.
Allora - momento Wikipedia - i Sault sono un collettivo formato da musicisti, artisti e performer (immaginatevi gli asterischi, per favore), tutti provenienti dalla zona nord di Londra e che, in qualche modo, sono emersi con i loro progetti solisti ma si sono creati questo spazio semi-anonimo in cui sperimentare un pochino, con la musica ma anche e soprattutto in relazione alle modalità in cui questa musica viene pubblicata e promossa. Si è cominciato a parlare di loro nel 2019, quando pubblicarono a strettissimo giro due album (“5” e “7”), che sono diventati di culto e ritenuti tra i migliori usciti quell’anno.
Io i Sault li ho scoperti così, leggendone su Bandcamp e comprando immediatamente i vinili dei loro due dischi, subito rapito da quella strana miscela di post-punk scuola ESG, batterie motorik, reminiscenze anni ‘80 e una punta di neo-soul.
All’epoca si sapeva che solo che non si esibivano dal vivo, avevano deciso di mantenere l’anonimato, tranne che per il produttore (Inflo, l’unico nome scritto nel retro di tutti gli album pubblicati dal collettivo), che era lo stesso di Little Simz e di altri nomi emergenti come Cleo Sol, Kid Sister e il cantante reggae Cronixx.
Gli ultimi tre, probabilmente, erano i cantanti dei brani presenti nei due dischi, anche se nessuno di loro lo aveva confermato e per questo all’epoca ci si limitava a dire che era tutta gente che gravitava nel giro dei Jungle, Michael Kiwanuka e, appunto, Little Simz. Nessuno sa con certezza se i Sault avessero o meno in programma di svelarsi, fatto sta che è sembrata chiara da subito l’idea di essere una roba che appare e scompare e che esiste solo nel momento in cui esiste. E poi è arrivata la pandemia.
E - il 25 maggio del 2020 - la morte di George Floyd, ucciso da quattro agenti di polizia a Minneapolis. Un mese dopo, proprio nei giorni caldi in cui esplodeva il movimento Black Lives Matter, i Sault pubblicavano a sorpresa un nuovo album dal titolo “Untitled (Black Is)” seguito pochi mesi dopo, a settembre, dal seguito chiamato sempre “Untitled”, ma questa volta accompagnato da “(Rise”).
Due album incredibili e dal forte valore politico ma che hanno anche il compito di codificare e ampliare quello che è a tutti gli effetti il suono dei Sault.
Un suono dove le già citate ESG convivono con Gil Scott-Heron, lo spoken word, i sample presi dalle manifestazioni, cori africani e molto molto altro.
Ora, se siete arrivati fino a qui probabilmente ne avrete le palle piene di tutta questa storia, ma creare un po’ di contesto era fondamentale.
Vi basti sapete che in questi ultimi anni i Sault hanno pubblicato altri otto album.
Di cui un paio solo strumentali e sinfonici, molto vicini al mondo delle colonne sonore e della library music (“Air” e “Aiir”). Cinque di questi otto sono usciti tutti insieme lo stesso giorno, prima in free download sul loro sito e poi anche sulle piattaforme e in formato fisico. Questi cinque album (di cui uno doppio e contenente 21 pezzi) sono stati presentati dal collettivo come una sorta di donazione e restituzione a Dio. Perché dopo avere rivendicato e cantato la loro blackness, il passo successivo abbastanza tipico è quella della celebrazione di Dio e della figura di Gesù Cristo.

Questo è il momento esatto in cui le cose si fanno complicate: perché se nel 2022 te ne esci con 6 ore di musica tutte dedicate a Gesù Cristo non c’è modo che tu non venga preso per pazzo o per megalomane, ed è probabile che Inflo (che nel frattempo si è proprio accreditato come interprete principale della faccenda) sia entrambe le cose.
I cinque album pubblicati in simultanea, però, sono ancora tutti e cinque belli, e “matti” (nel senso buono del termine). Piene di influenze e di spunti diversi ma pure tutti estremamente curati, al punto che ci si chiede come abbiano fatto a lavorarci mentre anche le carriere di alcuni dei membri (Little Simz e Cleo Sol, fra tutti) prendevano il volo. Resta il fatto che l’incoscienza con cui si sono buttati a fare una cosa del genere, è anche l’inizio dei primi malumori in relazione alla percezione del progetto. Malumori che decollano quando - pochi mesi e altri due album dei Sault fa - viene data la notizia che proprio Little Simz ha fatto causa a Inflo perché quest’ultimo, dopo essersi fatto prestare e aver bruciato un milione e mezzo di sterline per mettere insieme il folle e fighissimo primo show del collettivo a Londra, si è amichevolmente dato alla macchia, mandando a puttane la loro collaborazione.
Chiunque sia stato a quel concerto di dicembre 2023 - qui una esaustiva recensione del Guardian - ne parla come di una cosa incredibile, mai vista prima e mai rifatta dopo.
Forse non a caso. Una vera performance strutturata come un'esperienza immersiva e che mischiava musica, teatro e danza, utilizzando più palchi: ingresso attraverso tunnel e giardini specchiati con attori, seguito da sezioni con orchestra e coro, ballerini su una passerella centrale e vari percussionisti. Il tutto mentre la band era posizionata in una scatola luminosa semi-trasparente, con tanti ospiti e per una durata di circa tre ore. Insomma, non proprio la cosa che vedi tutti i giorni.
Possiamo quindi dire che dallo scazzo sono nate almeno due cose interessanti: il live dei Sault in un ex magazzino Ikea e la canzone di Little Simz chiamata Thief, che non è altro che un dissing a Inflo raccontato come una specie di Kanye West ma senza il nazismo e le malattie mentali.

Quindi alla fine i biglietti non li ho venduti. E a Londra il 15 agosto ci sono andato.
Carico di aspettative ma pure un po’ preoccupato di quello che stavo andando a vedere. E col senno di poi posso dire che entrambe le cose erano sensate.
Prima di tutto: si è ormai capito che non è nella natura dei Sault fare le cose nel modo in cui le fanno tutti gli altri. Per cui un loro concerto non è mai solo un concerto.
In questo caso si trattava nella fattispecie della celebrazione del loro collettivo/famiglia (Inflo e Cleo Sol sono marito e moglie) e quindi di una giornata di un festival tutta con la loro direzione artistica e poi di una non meglio specificata performance collettiva chiamata “Providence”, che avrebbe visto tutto il collettivo sul palco insieme e negli show singoli di Sault, Cleo Sol e Cronixx.
La regola è che i festival svelino le loro schedule con settimane di anticipo, in modo di dare al pubblico la possibilità di spostarsi tra i vari palchi seguendo il gusto e le proprie inclinazioni. Qui gli orari sono stati pubblicati solo qualche giorno prima, ma in un modo un po’ bizzarro: tutti gli altri artisti presenti in line up si sono esibiti spalmati sui vari palchi e in un orario che andava dalle 14 e 30 fino alle 17. Dalle 17 in poi era previsto l’inizio di “Providence”, e da quel punto in poi tutto sarebbe avvenuto solo sullo stage principale.
Il risultato, abbastanza surreale, è che un sacco di gente si è vista tagliare il proprio show in corsa, perché alle 17 tutti saremmo dovuti essere pronti per “Providence”. Peccato però che prima delle 18 e 30 non sia successo niente e tutto il pubblico sia stato costretto a aspettare sotto il palco in attesa dello spettacolo e senza la possibilità di spostarsi per sentire altre cose (e qui forse la megalomania è diventata un fatto acclarato e pure un po’ preoccupante). All’annuncio della giornata dell’All Points East, in tanti su Reddit avevano scritto che probabilmente si trattava proprio di un tentativo per fare cassa in vista del debito da ripianare con Little Simz.
Tentativo forse naufragato prima di cominciare vista l’idea, molto coreografica ma sicuramente anche eccessivamente costosa, di fare costruire una piramide proprio di fronte al main stage, collegata al palco tramite una grande passerella che tagliava in due l’intera area del concerto.

"Providence” inizia così: un’ orchestra composta da musicisti vestiti tutti con tunicone color sabbia si accomoda sul palco, mentre altre persone, sempre vestite con tunicone di colori diversi a seconda del ruolo, escono da quella che sembra essere la casa dei genitori di Luke Skywalker (ovviamente non lo era, lo dico solo per capirci) e danno vita a una specie di processione verso il piramidone. Tra questi ci sono degli attori che cominciano a dare vita a una pièce di cui, per via dell’audio e della situazione, si capisce giusto una parte.
L’idea, a grandi somme, è che i neri sono arrivati su questa terra da un altro pianeta, un po’ come nel film di Sun Ra, e tra loro ovviamente c’è Gesù.
Il tutto è rappresentato come un’eterna lotta dei due protagonisti (doppelgänger di Inflo e Cleo Sol, che infatti a un certo punto compaiono per andare incontro agli attori come in una rottura della quarta parete) per riuscire a resistere alle tentazioni e sconfiggere i sette peccati capitali (rappresentati da altrettanti ballerini vestiti di nero).
La prima parte della pièce è accompagnata dall’orchestra che suona i brani dei dischi più “library” dei Sault, che a seguire, introdotti da un coro africano che si esibisce a cappella, cominciano ufficialmente il loro set. Ed è fighissimo.
Esattamente quello che ci si aspetta da loro: pezzi tratti da tutti e dodici gli album, cambi di stile e di sound improvvisi ma misurati, groove tutto da ballare e ospiti speciali (com’è ovvio Cleo Sol e Cronixx, ma anche un imprevisto e Yasiin Bey ad aggiungere una strofa su Stop Dem). Il bassista è da solo sulla piramide e di volta in volta viene raggiunto dai vari cantanti, che nel corso della propria performance passano dal palco alla piramide. Ci sono i ballerini, e tutto quello che abbiamo visto accadere prima comincia ad acquisire un senso. Un’ora e un quarto di live e di nuovo ricomincia la parte teatrale dello show, solo che questa volta viene presa dal pubblico come una specie di pausa e tutti ne approfittano per andare a bere, mangiare e fare la coda per i bagni.
Boh. Di nuovo un coro - questa volta femminile - che si esibisce a cappella e tutto confluisce nel set di Cronixx. Un concerto reggae in piena regola, molto classico, con una super band (anche con alcuni dei musicisti che avevano preso parte al live dei Sault), e la gente presa bene sotto il palco. Alla fine è la cosa più da contesto festivaliero che accade su quel palco e la reazione del pubblico è forse la più coinvolgente dell’intera giornata. Facile, ma efficace.
Dura forse un po’ troppo, al punto che comincia a serpeggiare un po’ di malumore da parte del pubblico accorso per Cleo Sol (la maggioranza per niente silenziosa dei paganti), tant’è che quando alla fine tornano in scena gli attori parte quasi un boato di disapprovazione. Tutti chiacchierano, non si capisce niente, solo forse che siamo alla fine della storia, perché gli “alieni” disposti intorno alla piramide se ne vanno tutti e i due protagonisti incontrano il Black Jesus che li avverte che sono arrivati alla fine del percorso e sono pronti per le good vibrations (letteralmente).
Escono di scena e a sorpresa arriva di nuovo Yasiin Bey, con un set non annunciato che dura una mezz’ora piena. Allora, io sono un fan di Mos Def e questa sorpresa mi ha fatto quasi gridare di gioia. Peccato che non si stato così per praticamente tutti gli altri presenti sotto palco, che hanno reagito ai classici dei Black Star, del suo repertorio solista e pure dei De la Soul restando immobili e continuando a chiacchierare. Il live, devo ammettere, è un gran casino: lui e il dj sembrano non comunicare e spesso il volume della base sovrasta quello della voce. Poi, come se non bastasse, continua a fare al microfono il verso di un uccello e, sempre col pubblico inerte, inizia a girare su se stesso a mo’ di derviscio al punto da diventare, nei giorni seguenti, un meme di Tik Tok UK.
Finito Mos Def, dovrebbe cominciare proprio il live di Cleo Sol: peccato che arrivino sul palco alcuni rappresentanti di diverse associazioni teatrali di Hackney a raccontare al pubblico le loro attività.
Sono passate quattro ore dall’inizio di “Providence”, e la gente comincia a lasciare Victoria Park prima di quello che a tutti gli effetti - per moltissime persone - era il concerto principale. Quello di Cleo Sol.
Poco da dire su di lei e la sua performance: molto empatica, elegante e dolce, presa bene anche se forse poco incisiva. Essenzialmente si tratta di soul da scopata scomoda sul divano (gran parte della line up della giornata poteva rientrare in questa definizione) che forse non rende al meglio alle 23 e dopo che sul palco è successo di tutto. Al punto che dopo trenta minuti scarsi di show le accendono le luci per far capire che forse si sta andando lunghi. Tant’è che, dopo un’altra decina di minuti, e un paio di “State attenti mentre tornata a casa”, fa gli ultimi due pezzi e la giornata viene chiusa in modo davvero repentino e low profile. Come un’orgasmo tanto aspettato e che non arriva mai. Sul divano scomodo.
Eppure sono contento di avere assistito a questa cosa, che anche nei suoi aspetti più cialtroni o sbagliati mi è sembrata vitale. In questa estate in cui ho visto tanti concerti, anche grossi, da stadio, ho notato una crescente tendenza a cercare di mischiare i linguaggi, forse per offrire al pubblico qualcosa che giustifichi il sempre più insostenibile prezzo dei biglietti, o forse solo per creare spettacoli più ricchi e pieni di cose che succedono. Non lo so, e forse sono io che sono troppo old school: ma quando vado a un concerto voglio vedere un concerto. E ogni tanto ho avuto la sensazione che il bisogno di creare una narrazione spesso vada a soverchiare la potenza stessa della musica e del repertorio che viene proposto. Però ci sono degli esempi virtuosi e anche dei contesti che sono più adatti di altri. Per capirci: se avessi visto i Sault nel magazzino Ikea di North London forse sarei uscito più felice che dopo avere visto la stessa cosa adattata a un festival dell’East End. Non tutto è adatto a tutto.
Non sempre.

A proposito di linguaggi che si mischiano, sono anche andato a vedere “House of Kong”, la mostra che celebra i 25 anni dei Gorillaz. E quella sì che l’ho trovata riuscitissima anche nel suo volere essere no spoiler (non si può filmare quello che si vede e viene chiesto di non raccontarlo almeno fino a che la mostra sarà ancora aperta). Raramente ho visto una tale cura nei dettagli.
Mi sono divertito (e se siete a Londra ve la consiglio, finisce tra una decina di giorni).

Due o tre cose spero veloci prima di chiudere:

Sono andato in fissa con l’ultimo album di Dijon: “Baby”. Consigliato se vi piace Prince, ma pure “Blond” di Frank Ocean e Jai Paul.
Probabilmente, ma chi lo sa, ne parlerò a PVC.
A proposito, vi metto qua sotto le ultime due puntate del podcast: quella che abbiamo registrato dal vivo a Bologna (grazie a chi c’era, è stato molto divertente) e la puntata speciale dove abbiamo parlato di dieci dischi del 2025 che ci sono piaciuti fino a questo momento.
Le trovate qui e ovunque ascoltiate i podcast. Buon ascolto.

Sul sito di Radio Raheem, invece, ci sono tutte le tre stagioni di Hex Enduction Hour, lo show a cadenza mensile dove mi diverto a mescolare musica strana per un’ora.
Lo faccio dal vivo, da casa mia. Mi prende molto bene.
Ora c’è la pausa estiva, ma fra poco si ricomincia.
Qui!

Sempre per restare in tema “musica strana”: se cercate su Instagram: ferro_cromo trovate al momento un profilo molto sguarnito dove si parla di musicassette.
Tutto questo per dirvi, ed è la prima volta che lo verbalizzo così esplicitamente, che ho deciso di imbarcarmi in una nuova avventura, a tempo perso: Ferro/Cromo diventerà una collana di flussi musicali su cassetta. So che si capisce poco, ma ve lo dirò a tempo debito. Posso solo dire che ogni cassetta durerà un’ora e conterrà della musica selezionata o eseguita da amici che sono anche degli ottimi artisti.
È una nuova etichetta? Non proprio. Saranno sei uscite. E poi forse niente più.
Com’è quella storia che per hobby mi ritrovo a fare cose che faccio per lavoro?
Ecco.

Vi lascio, ora che l’estate va finendo, con la mia classica playlist estiva ormai arrivata alla sua quarta edizione.
C’è su Apple Music e anche da nemico svedese.
Dura tre ore.

Ok, siamo arrivati alla fine. Magari ci risentiamo fra sei mesi, o fra una settimana.
Chi lo sa. Una volta mi piaceva chiudere le newsletter chiedendovi di farmi delle domande.
Ecco, se ne avete, ora tocca a voi.
Ciao ciao.

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